Accostare queste due parole è come porre su un tavolo una rosa e una spada. La venustà parla di armonia e attrazione; l’ordalia di dolore e giudizio. Una nasce dal culto della bellezza, l’altra dal timore del divino.
Eppure condividono qualcosa: entrambe evocano una dimensione trascendente. La venustà rimanda a un’idea di bellezza quasi sacra, che eleva. L’ordalia chiama in causa un dio che decide. In entrambe, l’umano si misura con qualcosa che lo supera, sia esso l’ideale estetico o la giustizia divina.
La differenza sta nella luce che le illumina. La venustà è una qualità che si contempla; l’ordalia è un evento che si subisce. La prima suggerisce equilibrio, la seconda tensione.

Salvare parole come queste significa conservare strumenti di precisione. “Bellezza” non è sempre venustà. “Prova” non è sempre ordalia. Ogni termine custodisce una sfumatura unica, e perderla sarebbe come cancellare un colore dalla tavolozza della lingua. Meglio, allora, lasciarle vivere e magari pronunciarle ogni tanto, per sentire come suonano ancora, antiche e attuali insieme.

Venustà, /ve·nu·stà/: s.f. Bellezza, soprattutto femminile ma non solo, in cui l’armonia delle proporzioni, accompagnata da un’ineffabile grazia, ispiri il senso di una ideale perfezione.
Venustà indica una bellezza armoniosa, graziosa, capace di suscitare un piacere estetico delicato ma profondo. Non è la bellezza abbagliante e aggressiva, bensì quella che si rivela con equilibrio e proporzione, come un volto illuminato da una luce gentile.

Deriva dal latino venustas, a sua volta collegato a Venus, la dea romana dell’amore e della bellezza. Nel nome stesso vibra l’eco di una divinità. La parola porta con sé un’idea di fascino che non è soltanto fisico, ma anche morale e spirituale.

Oggi è poco comune nel parlato quotidiano, ma compare ancora in contesti letterari, artistici e architettonici. Si può parlare della venustà di un affresco rinascimentale, della venustà di un paesaggio collinare, oppure della venustà di un gesto elegante.

Nella tradizione letteraria italiana, il concetto di bellezza armonica è centrale. In opere come la Divina Commedia di Dante Alighieri, pur non essendo sempre presente il termine esplicito, l’idea di una bellezza che eleva l’anima è costante. La venustà è quella qualità che trasforma la visione in esperienza spirituale.

Nel pensiero e nell’opera di Leonardo da Vinci, la venustà non è un ornamento ma una legge segreta che governa il visibile. Nei suoi volti, come quello enigmatico della Mona Lisa, la bellezza non esplode, si insinua. È un equilibrio calcolato tra proporzione, luce e moto dell’anima. Leonardo studia l’anatomia con rigore quasi chirurgico, ma lo fa per restituire alla carne una grazia viva, una vibrazione interiore. La venustà, in lui, nasce dall’incontro tra scienza e poesia: non è semplice avvenenza, è armonia dinamica, una forma che respira. Nei suoi appunti, raccolti nel Trattato della pittura, si avverte l’idea che la bellezza sia il risultato di rapporti matematici e sensibilità intuitiva. Così la venustà diventa un ponte tra numero e sentimento, tra occhio e spirito, e il Rinascimento trova nel suo genio il suo alfabeto più luminoso.

L’idea di venustà dialoga profondamente con l’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Quel celebre disegno non è soltanto un esercizio geometrico, ma una dichiarazione poetica in forma matematica. Leonardo si ispira al trattato di Vitruvio, che nel De Architectura sosteneva come la bellezza di un edificio dipendesse dalla proporzione armonica delle sue parti. Trasportando questo principio sul corpo umano, Leonardo mostra che la venustà non è un capriccio estetico ma un equilibrio misurabile.
Nel cerchio e nel quadrato che abbracciano la figura umana si intrecciano terra e cielo, razionalità e simbolo. La venustà qui non è la grazia morbida di un sorriso, ma la perfezione dei rapporti numerici che rendono il corpo “giusto” agli occhi e alla mente. È bellezza strutturale, quasi architettonica.

Se la Gioconda incarna una venustà sottile e psicologica, l’Uomo vitruviano rappresenta una venustà cosmica: l’idea che l’essere umano sia misura del mondo, proporzione incarnata. In entrambi i casi, la bellezza nasce dall’armonia. Solo che nel disegno anatomico l’armonia si fa compasso e regolo, e la venustà si lascia leggere come un teorema che respira.

Ordalia, /or-da-lì-a/: Sfida decisiva che si consuma con il coinvolgimento di un vasto pubblico.
L’ Ordalia era un antico istituto giuridico, tipico del Medioevo e delle popolazioni germaniche, utilizzato per determinare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato attraverso prove fisiche estreme, spesso crudeli: camminare sui carboni ardenti, immergere la mano nell’acqua bollente, affrontare un duello. Si riteneva che Dio avrebbe protetto l’innocente, rendendolo immune, e punito il colpevole.

Proviene dal latino medievale ordalium, a sua volta dal germanico ordail (giudizio), importato in Italia dai popoli come i Longobardi. La parola è aspra anche nel suono, quasi a riflettere la durezza del rito che descrive.

Oggi si usa in senso figurato per indicare una prova durissima: “affrontare un’ordalia burocratica”, “vivere un’ordalia personale”, “l’ordalia delle primarie”, “l’ordalia referendaria”, ecc. Il termine conserva un’aura drammatica che lo rende potente anche in contesti moderni.

Un esempio letterario di cultura nordica che racconta un mondo in cui il giudizio divino e l’onore erano centrali è il Beowulf. Anche nei sistemi giuridici antichi, come quello raccolto nel Codice di Hammurabi, si trovano prove che richiamano la logica dell’ordalia, come il ricorso al fiume per stabilire la colpa.

In Italia, il tema delle prove giudiziarie e dell’ingiustizia attraversa pagine celebri dei I promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove la ricerca della verità si scontra con superstizioni e abusi di potere. Non si tratta di ordalie in senso stretto, ma l’ombra di quel pensiero magico e punitivo aleggia in certe dinamiche collettive.

E ora lasciamo che venustà torni a specchiarsi nei suoi riflessi dorati e che ordalia riponga i suoi ferri roventi, ma prima di chiudere il sipario ditemi: voi che ne pensate, le avete mai convocate in una conversazione, oppure attendono ancora, pazienti e un po’ teatrali, la loro prossima apparizione nel vostro vocabolario?