Negli ultimi anni la narrativa sul cambiamento climatico non è cresciuta soltanto in quantità, ma in consapevolezza. Se oggi parliamo di climate fiction come di un campo riconoscibile, articolato in sottogeneri e attraversato da autori molto diversi tra loro, è anche perché a un certo punto qualcuno ha formulato una domanda scomoda: perché la letteratura ha faticato così tanto a raccontare la crisi climatica mentre questa si stava già manifestando?

A porla con forza è stato La grande cecità di Amitav Ghosh, un saggio che ha avuto un impatto decisivo nel ridefinire il rapporto tra immaginazione narrativa e riscaldamento globale. Ghosh non si limita a denunciare l’inazione politica: individua una responsabilità culturale. Secondo la sua tesi, il romanzo realistico moderno, concentrato su individui, psicologie e microcosmi sociali, avrebbe progressivamente escluso dal proprio orizzonte gli eventi improbabili, estremi, sistemici. Eppure proprio questi eventi, uragani, alluvioni, sconvolgimenti climatici, sono diventati la trama stessa della nostra epoca.
Il saggio ha funzionato come una scossa tellurica nel dibattito letterario. Ha costretto critici e scrittori a interrogarsi sulle forme narrative più adatte a rappresentare l’Antropocene. Se il clima è una forza planetaria, capace di ridefinire economie, migrazioni, confini e immaginari, allora forse servono strutture romanzesche capaci di reggere il tempo lungo, la dimensione collettiva, la scala globale.
Molti dei romanzi che analizziamo possono essere letti come risposte implicite o esplicite a questa sollecitazione. Le distopie climatiche ampliano l’orizzonte del possibile fino al collasso; la fantascienza politico-scientifica prova a mettere in scena sistemi economici e istituzionali; le saghe familiari dilatano il racconto su più generazioni, rendendo visibile l’eredità climatica; l’eco-narrativa letteraria sposta lo sguardo dalle vicende individuali agli ecosistemi.
In questo senso, La grande cecità non è un testo “accanto” alla climate fiction, ma una cornice teorica che ne illumina l’urgenza. Ha contribuito a legittimare un filone che oggi occupa uno spazio centrale nel panorama contemporaneo, mostrando che immaginare il clima non è evasione, ma una forma di responsabilità culturale. Se la narrativa dell’Antropocene esiste come campo riconoscibile, è anche perché questo saggio ha indicato con chiarezza il punto cieco e ha invitato la letteratura a colmarlo.
Così negli ultimi anni la climate fiction, o cli-fi, è passata dall’essere una nicchia della fantascienza a diventare un territorio ibrido, attraversato da narrativa letteraria, romanzo politico, distopia e saga familiare. È un arcipelago narrativo, un genere poroso: a volte si veste da thriller scientifico, altre da romanzo corale, altre ancora da meditazione filosofica sull’Antropocene.
Possiamo distinguere almeno quattro filoni principali:
- La distopia climatica pura, dove il cambiamento del clima ha già trasformato geografie e società.
- La fantascienza politico-scientifica, che esplora risposte tecnologiche e istituzionali alla crisi.
- Saga familiare e tempo lungo, la crisi climatica come eredità
- L’eco-narrativa letteraria, più attenta ai legami tra umani e ambiente che alla spettacolarità del collasso.
In questo paesaggio si collocano, con accenti diversi, i romanzi di cui vi parlo in questo articolo.
La distopia climatica: il mondo dopo la frattura

Con Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia, la crisi climatica è già realtà tangibile: l’Europa mediterranea è devastata e milioni di persone migrano verso la Scandinavia. È una distopia asciutta, quasi cronachistica. L’elemento fantascientifico è minimo, la plausibilità massima. La domanda non è “se”, ma “quando”.
Il suo seguito, Il mondo senza inverno, amplia il quadro, interrogando il potere e la gestione delle risorse in un mondo in cui il clima ha ridisegnato la mappa del privilegio. Se il primo romanzo è il viaggio, il secondo è la costruzione instabile di un nuovo ordine.
Anche La seconda mezzanotte di Antonio Scurati appartiene a questo filone: Venezia – ricostruita da una multinazionale di Pechino dopo una terribile tsunami – è la Las Vegas della decadenza europea, è trasformata in una città-simbolo di un’Europa liquefatta. Qui la distopia assume tinte quasi gotiche e corporative. L’acqua non è solo elemento fisico ma dispositivo politico.
Più internazionale è New York 2140 di Kim Stanley Robinson: Manhattan è semi-sommersa, ma la città sopravvive reinventandosi. Robinson non indulge nell’apocalisse totale, preferisce osservare l’adattamento. È una distopia con spiragli, una metropoli anfibia dove capitalismo e solidarietà si fronteggiano.
Il pozzo vale più del tempo di Ginevra Lamberti: qui il clima entra in modo più strutturale: la siccità e la gestione dell’acqua diventano elementi centrali. È una distopia sobria, concreta, che lavora sul tema della scarsità e delle comunità sotto pressione.

Fantascienza politico-scientifica: governare il disastro

Con Il ministero per il futuro, Robinson sposta l’asse sul piano globale. Dopo un’ondata di calore letale in India, nasce un’istituzione incaricata di difendere le generazioni future. Il romanzo è quasi un laboratorio narrativo di politiche climatiche: carbon tax, geo-ingegneria, finanza verde. È fantascienza ancorata all’attualità, un manuale immaginario di sopravvivenza planetaria.
Anche la Trilogia di Marte dialoga con la crisi ambientale, seppur in forma extraplanetaria. La terraformazione di Marte diventa specchio delle tensioni terrestri: trasformare un pianeta significa decidere chi ha diritto di plasmarlo. Qui la riflessione ecologica è cosmica.
Un antecedente importante è Il quinto giorno di Frank Schätzing, techno-thriller in cui gli oceani sembrano ribellarsi all’umanità. La scienza è protagonista, ma la sensazione è quella di un mondo che reagisce.
Saga familiare e tempo lungo: la cli-fi generazionale

Qui si colloca Futuri terrestri di Joe Mungo Reed. Il romanzo intreccia quattro generazioni, dalla Scozia del 2025 fino a una colonia marziana quasi un secolo dopo. La crisi climatica non è solo scenario, è filo ereditario.
A differenza delle distopie pure, qui il futuro non è soltanto rovina ma campo di scelta. Scienza, politica e multinazionali si scontrano, mentre i legami familiari attraversano il tempo come una corrente sotterranea. Se Robinson costruisce architetture globali, Reed costruisce genealogie. La climate fiction diventa racconto di responsabilità intergenerazionale.
Eco-narrativa letteraria: il clima come relazione

Diverso ancora è il registro di Il sussurro del mondo di Richard Powers. Qui non c’è una distopia dichiarata: il cuore del romanzo è la rete invisibile che lega alberi e umani. La crisi climatica emerge come conseguenza di una cecità relazionale. È un’epica vegetale.
Con La collina delle farfalle di Barbara Kingsolver, il cambiamento climatico si manifesta in un evento apparentemente marginale: lo spostamento delle farfalle monarca. Il globale entra nel quotidiano. La distopia è latente, non ancora compiuta.
Infine, Quello che possiamo sapere di Ian McEwan colloca la crisi in una prospettiva temporale ampia. Un futuro post-disastro osserva il nostro presente come origine dell’irreparabile. La fantascienza qui è soprattutto dispositivo temporale, un telescopio puntato all’indietro.

Orbital di Samantha Harvey: anche se il romanzo si colloca fuori dalla distopia e fuori dalla fantascienza catastrofica, offre uno sguardo cosmico, dove l’Antropocene è visto da lontano, e il pianeta diventa corpo vulnerabile. Ambientato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, osserva la Terra dall’alto.
Somiglianze e differenze
Tutti questi romanzi condividono un’intuizione: il clima non è più sfondo, ma motore narrativo. Tuttavia divergono per tono e ambizione.
- Arpaia e Scurati immaginano l’Italia e l’Europa mutate, con un forte accento sociale.
- Robinson costruisce architetture globali e sistemiche, quasi trattati narrativi.
- Powers e Kingsolver scelgono la via intimista ed ecologica, più meditativa che catastrofica.
- McEwan lavora sul tempo e sulla memoria, trasformando la distopia in indagine culturale.
- Reed intreccia futuro climatico e saga familiare.
Alcuni raccontano il dopo del collasso, altri il durante, altri ancora il prima che diventi irreversibile. Alcuni mostrano città sommerse, altri archivi del futuro, altri alberi millenari che osservano l’umano con pazienza minerale.
Se li leggiamo insieme, compongono un atlante narrativo dell’Antropocene: metropoli anfibie, migrazioni verso nord, ministeri per le generazioni non nate, foreste che parlano senza voce. Non è solo fantascienza, né solo letteratura civile. È un laboratorio immaginativo in cui la narrativa contemporanea prova a fare ciò che la politica spesso rimanda: pensare il futuro come responsabilità condivisa.


Il quinto giorno mi ha assorbito mentre lo leggevo. Un testo profetico
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Ti costringe a rimanere incollato fino alla fine. E apre molte crepe…
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A mio parere il suo libro migliore assieme a limit
Gli ultimi non mi hanno convinto per un eccesso di prolissicità
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Ho letto solo Il quinto giorno quindi non posso fare confronti, ma mi fido del tuo giudizio.
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Potresti leggere il diavolo nella cattedrale ambientato nel medioevo a colonia
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Me lo annoto, grazie
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Soprattutto perché è la metà del quinto giorno come spessore
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Che comunque è già un bel tomo …. 😉😁
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Utile quando c’è bisogno di mettere un peso sul tappi della conserva
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Anche come ferma porte … 😁
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O arma da difesa
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