Nel nome del figlio. Hamnet, di Maggie O’Farrell, Guanda, traduzione di Stefania De Franco, pp. 352

Quando un romanzo profondamente intimo e lirico come Hamnet viene adattato per il cinema, la domanda è inevitabile: cosa cambia nel passaggio dalla pagina allo schermo? Il film Hamnet – Nel nome del figlio, diretto dalla regista premio Oscar Chloé Zhao, nasce proprio da questa sfida: trasformare in immagini la storia raccontata nel romanzo di Maggie O’Farrell, pubblicato nel 2020.

Sia il libro sia il film si ispirano a un episodio reale della vita di William Shakespeare: la morte del figlio undicenne Hamnet nel 1596, un evento che molti studiosi hanno collegato alla nascita della tragedia Hamlet. Tuttavia, il modo in cui romanzo e film raccontano questa storia rivela prospettive e sensibilità diverse.

Il romanzo: una storia di lutto e memoria

Nel romanzo di Maggie O’Farrell la vicenda è narrata soprattutto dal punto di vista di Anne, detta Agnes, Hathaway, moglie di Shakespeare e madre di Hamnet. La scrittrice costruisce un racconto che intreccia passato e presente, dando grande spazio alla vita domestica e alla dimensione emotiva dei personaggi.
La narrazione si apre con la malattia della figlia Judith, mentre il gemello Hamnet corre per la casa cercando aiuto. Da questa scena prende avvio un lungo viaggio nella memoria: la storia d’amore tra Agnes e Shakespeare, la loro vita a Stratford-upon-Avon e la tragedia della peste che colpisce il figlio.

Il romanzo non è solo la storia di una perdita. È anche un racconto sulla maternità, sulla natura e sul modo in cui il dolore può trasformarsi in creazione artistica. O’Farrell costruisce una struttura narrativa complessa, fatta di salti temporali e prospettive multiple, che permette al lettore di entrare profondamente nella psicologia dei personaggi.

Il dolore è una casa in cui le sedie hanno dimenticato come sostenerci.

Il film: l’esperienza sensoriale del dolore

L’adattamento cinematografico di Chloé Zhao mantiene il nucleo emotivo della storia ma sceglie una forma diversa di racconto. Il film punta molto sulla dimensione visiva e contemplativa della narrazione. La regista costruisce un cinema fatto di silenzi, paesaggi naturali e gesti quotidiani, lasciando che siano le immagini e i corpi degli attori a esprimere il dolore dei personaggi. La natura diventa un elemento centrale della narrazione, quasi un personaggio che accompagna il ciclo della vita e della morte.
Il film concentra inoltre la storia soprattutto su Agnes, trasformandola nel vero centro emotivo del racconto. La perdita del figlio diventa il punto di partenza per riflettere sul processo di elaborazione del lutto e sul rapporto tra arte e memoria.

Struttura narrativa: dalla frammentazione del romanzo alla linearità del film

Uno degli aspetti più evidenti nel confronto tra romanzo e film riguarda la struttura narrativa. Nel romanzo la storia è costruita attraverso una struttura frammentata e non lineare. O’Farrell alterna continuamente piani temporali diversi: il presente della malattia e della morte di Hamnet, il passato dell’infanzia di Agnes, l’incontro tra Agnes e William e la loro vita familiare a Stratford-upon-Avon. Questo movimento temporale permette al lettore di ricostruire progressivamente il passato dei personaggi e di comprendere il peso emotivo degli eventi narrati.

Il film, invece, tende a semplificare questa complessità narrativa. Pur mantenendo alcuni momenti di memoria o di rievocazione, la regia privilegia una progressione più lineare degli eventi. Questa scelta non è casuale: il cinema ha bisogno di una maggiore chiarezza temporale per mantenere il ritmo della narrazione e guidare lo spettatore nel percorso emotivo della storia.
La trasformazione della struttura narrativa rappresenta quindi uno dei principali adattamenti nel passaggio dal libro allo schermo. Se nel romanzo la frammentazione temporale crea un effetto di lenta ricostruzione del passato, nel film la linearità rafforza la dimensione emotiva immediata della vicenda.

La centralità di Agnes: da figura narrativa a fulcro emotivo

Un altro elemento fondamentale riguarda il ruolo di Agnes Hathaway, moglie di Shakespeare e madre di Hamnet.
Il legame con i figli è descritto come qualcosa di profondo e istintivo. In un passaggio significativo del romanzo, O’Farrell scrive: «Conosce i suoi figli bene quanto conosce le linee del palmo della propria mano». Questa frase evidenzia la dimensione quasi fisica della maternità di Agnes, che percepisce i figli come parte integrante di sé.

Nel romanzo Agnes è una figura centrale. O’Farrell la rappresenta come una donna profondamente legata alla natura, dotata di una sensibilità quasi intuitiva verso il mondo delle piante e delle erbe medicinali. La sua personalità si distingue per indipendenza e forza: cresciuta senza madre e segnata da un rapporto difficile con la matrigna, Agnes sviluppa una visione del mondo autonoma e lontana dalle convenzioni sociali dell’epoca.

Il film accentua ulteriormente questa prospettiva. L’adattamento cinematografico trasforma Agnes nel vero fulcro emotivo della storia, spostando il baricentro narrativo dalla figura di Shakespeare alla dimensione familiare e materna. L’autrice è brava a ricostruire il sentimento legato al senso di colpa di Agnes per non essere riuscita a salvare il figlio e della sua rabbia verso il marito per essere stato assente. La perdita del figlio non è quindi raccontata come un episodio della biografia del grande drammaturgo, ma come l’esperienza devastante di una madre.

Attraverso questa scelta, il film recupera una prospettiva storica spesso trascurata: quella delle figure femminili che circondavano Shakespeare. Agnes diventa così non solo un personaggio narrativo, ma anche un simbolo della dimensione privata e domestica della storia.

Il linguaggio narrativo: parola e immagine

La differenza più profonda tra romanzo e film riguarda il linguaggio stesso attraverso cui la storia viene raccontata.

Nel romanzo O’Farrell utilizza una scrittura ricca di introspezione e di dettagli sensoriali. Gran parte dell’esperienza narrativa passa attraverso i pensieri dei personaggi, le loro percezioni interiori e le sfumature psicologiche delle relazioni familiari. Il lettore entra direttamente nella mente dei protagonisti e segue il loro processo di elaborazione del dolore.

Il cinema, invece, non può contare sullo stesso livello di introspezione verbale. Nel film di Zhao le emozioni vengono espresse attraverso immagini, paesaggi, silenzi e gesti quotidiani. La regista utilizza spesso campi lunghi e momenti contemplativi per creare uno spazio visivo in cui il dolore dei personaggi possa emergere senza bisogno di parole.
La natura, già importante nel romanzo, assume nel film una funzione ancora più forte: i campi, i boschi e i cicli delle stagioni diventano metafore visive della vita e della morte. In questo modo il linguaggio cinematografico traduce in immagini ciò che nel libro è espresso attraverso la narrazione interiore.

La peste e il viaggio della malattia

Uno degli elementi narrativi più originali del romanzo è il racconto della diffusione della peste. In uno dei capitoli più sorprendenti, O’Farrell segue il viaggio di una pulce infetta che, partita da Alessandria d’Egitto, attraversa il Mediterraneo su una nave mercantile e arriva in Europa. Attraverso questa prospettiva quasi microscopica, il romanzo mostra come la malattia si diffonda lungo le rotte commerciali, trasformando un evento apparentemente casuale in una tragedia globale.
Questo episodio svolge diverse funzioni narrative. Da un lato amplia l’orizzonte della storia oltre la dimensione domestica della famiglia di Shakespeare; dall’altro introduce una riflessione sul destino e sull’imprevedibilità degli eventi. La morte di Hamnet non appare più come un semplice incidente personale, ma come parte di un fenomeno storico più vasto che coinvolge tutta l’Europa.

Nel film questa dimensione viene in parte ridotta. Il cinema tende infatti a concentrarsi maggiormente sulla vicenda familiare e sulla dimensione emotiva della perdita. Piuttosto che raccontare in dettaglio il viaggio della malattia, il film suggerisce la presenza della peste attraverso segnali visivi e atmosfere di inquietudine.
Questa differenza mostra ancora una volta come il passaggio dal romanzo al cinema comporti una selezione narrativa: il libro può permettersi digressioni e prospettive lontane dalla trama principale, mentre il film privilegia la concentrazione emotiva.

Dalla morte di Hamnet alla nascita di Hamlet

Un altro tema centrale sia nel romanzo sia nel film riguarda il possibile legame tra la morte del giovane Hamnet e la scrittura della tragedia Hamlet. Storicamente non esistono prove definitive di questa connessione, ma il fatto che il nome del figlio di Shakespeare sia quasi identico a quello del protagonista della tragedia ha alimentato numerose interpretazioni critiche.

Nel romanzo di O’Farrell questo collegamento emerge soprattutto nella parte finale della storia. Dopo la morte del figlio, Shakespeare torna a Londra e continua il suo lavoro teatrale. La scrittura della tragedia diventa allora una possibile forma di elaborazione del lutto: attraverso il teatro, il drammaturgo sembra trasformare il dolore privato in arte.

Il film sviluppa questa idea in modo più visivo e diretto. La rappresentazione teatrale diventa un momento fondamentale della narrazione, in cui il dolore personale si intreccia con la creazione artistica. La tragedia di Hamlet appare così come una sorta di eco della perdita familiare, un’opera che rende immortale un nome destinato altrimenti a essere dimenticato.

In questa prospettiva, la storia di Hamnet assume un significato simbolico: il bambino, la cui vita fu breve e poco documentata, diventa indirettamente parte della nascita di una delle opere più celebri della letteratura occidentale. Come suggerisce Maggie O’Farrell, «quando qualcuno muore, il suo corpo scompare, ma lo spazio che occupava resta». La perdita del figlio non è quindi solo un evento tragico, ma una presenza silenziosa che continua a vivere nella memoria dei personaggi.

Il confronto tra il romanzo Hamnet e il film Hamnet – Nel nome del figlio mostra come la stessa storia possa assumere forme e significati diversi a seconda del linguaggio che la racconta. Se il romanzo costruisce un racconto intimo e stratificato, capace di esplorare con profondità la memoria, il lutto e la dimensione interiore dei personaggi, il film traduce queste stesse emozioni in immagini, paesaggi e silenzi, privilegiando un’esperienza sensoriale e visiva.

In entrambi i casi, però, il centro della narrazione rimane lo stesso: la perdita di un figlio e il modo in cui questa tragedia privata si inscrive in una storia più ampia. La vicenda del giovane Hamnet, figlio di William Shakespeare, diventa così il punto di incontro tra vita e arte, tra memoria personale e creazione culturale. Attraverso la scrittura e il cinema, un bambino quasi dimenticato dalla storia riacquista voce e presenza.

Proprio in questa trasformazione risiede la forza della storia: il dolore individuale non rimane confinato nella sfera privata, ma si trasforma in racconto, in teatro e in immagine. E così, mentre il nome di Hamnet scompare dalle cronache del suo tempo, continua a vivere nell’eco di una delle opere più celebri della letteratura occidentale, Hamlet.

Il film Hamnet – Nel nome del figlio, diretto da Chloé Zhao, ha ottenuto un notevole successo di critica e numerosi riconoscimenti nella stagione dei premi cinematografici 2025-2026. L’opera ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico, confermando il grande apprezzamento della critica internazionale. Particolarmente lodata è stata anche l’interpretazione di Jessie Buckley nel ruolo di Agnes, che le è valsa diversi premi, tra cui il BAFTA e il Critics’ Choice Award come miglior attrice protagonista. Il film ha inoltre ricevuto varie candidature ai principali premi cinematografici internazionali e ha conquistato anche il Premio Oscar come miglior attrice per Jessie Buckley, consacrando definitivamente il successo dell’opera e della sua protagonista.

Maggie O’Farrell è una scrittrice britannica contemporanea tra le più apprezzate della narrativa anglofona. Nata nel 1972 a Coleraine, in Irlanda del Nord, e cresciuta in Scozia, ha studiato letteratura inglese all’Università di Cambridge. Dopo aver lavorato come giornalista e insegnante di scrittura creativa, ha esordito nel 2000 con il romanzo After You’d Gone, che ha subito attirato l’attenzione della critica.
La sua produzione narrativa è caratterizzata da uno stile raffinato e introspettivo, attento alla dimensione psicologica dei personaggi e alle relazioni familiari. Con il romanzo Hamnet ha ottenuto uno dei maggiori successi della sua carriera, vincendo il prestigioso Women’s Prize for Fiction nel 2020.

Chloé Zhao è una regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica cinese naturalizzata statunitense, considerata una delle autrici più originali del cinema contemporaneo. Nata a Pechino nel 1982, si è trasferita negli Stati Uniti per studiare cinema alla New York University.
Il suo stile registico è caratterizzato da un forte realismo visivo, dall’uso di paesaggi naturali e da una narrazione intima e contemplativa. Zhao ha raggiunto la fama internazionale con il film Nomadland (2020), con cui ha vinto il Premio Oscar per la miglior regia, diventando la seconda donna nella storia a ottenere questo riconoscimento.