Il cuore umano a me dà l’impressione di un pozzo profondissimo. Nessuno sa cosa ci sia laggiù. Si può solo cercare di immaginarlo dalle cose che ogni tanto vengono a galla.

Il libro I salici ciechi e la donna addormentata dello scrittore giapponese Haruki Murakami è una raccolta di 24 racconti che rappresentano un ampio panorama della sua produzione narrativa breve. I testi furono scritti in un lungo arco di tempo, tra il 1980 e il 2005, e molti di essi erano già apparsi in precedenza su riviste o in altre raccolte in Giappone.

La raccolta presenta storie molto diverse per tono e lunghezza, ma unite da alcuni temi ricorrenti della narrativa di Murakami: la solitudine, il ricordo, l’amore, la perdita e l’irruzione dell’assurdo nella vita quotidiana. I protagonisti sono spesso persone comuni che si trovano a vivere situazioni insolite o misteriose, come incontri improbabili, oggetti con significati simbolici o eventi che sembrano sospesi tra realtà e sogno. Alcuni racconti hanno toni malinconici o nostalgici, mentre altri sfiorano il fantastico o l’onirico.

La raccolta è stata pubblicata per la prima volta in inglese nel 2006 (negli Stati Uniti e nel Regno Unito), con traduzioni curate principalmente da Philip Gabriel e Jay Rubin. La selezione dei racconti fu fatta direttamente da Murakami. Curiosamente, la versione giapponese della raccolta uscì solo nel 2009, quindi dopo l’edizione internazionale.

Il racconto I salici ciechi e la donna addormentata è il mio preferito. La storia è raccontata da uno studente universitario che accompagna il cugino dal medico perché ha un problema all’orecchio che gli provoca dolore e fastidio. Durante il tragitto e mentre aspettano la visita, il narratore gli racconta una strana storia sui cosiddetti “salici ciechi”.
Secondo questa storia, dai salici cadrebbero minuscoli insetti che entrano nelle orecchie delle persone e causano disturbi o sensazioni strane. Non è mai chiaro se questa storia sia vera oppure solo inventata, ma crea un’atmosfera un po’ inquietante e misteriosa. Si tratta di una diceria che sentivo anch’io spesso da bambina, quando le nonne non volevano che ci sdraiassimo nell’erba, dove appunto potevano trovarsi piccoli insetti, per lo più innocui, o le meno simpatiche zecche.

Mi piace molto questo racconto perché, anche se la trama è semplice e succedono poche cose, riesce a trasmettere quella tipica atmosfera di Murakami in cui la realtà quotidiana si mescola con qualcosa di strano e quasi surreale. Proprio questa combinazione di normalità e mistero rende il racconto particolarmente affascinante e memorabile.