Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Il guardiano notturno

INCIPIT

Lo stabilimento di rubini della Turtle Mountain

Thomas Wazhashk si sfilò il thermos da sotto l’ascella e lo poggiò sul piano d’acciaio accanto alla borsa coperta di segni. La giacca da lavoro di tela finì sulla sedia, il contenitore del cibo sul freddo davanzale della finestra. Quando si tolse il berretto imbottito, dal paraorecchie cadde una mela selvatica. Un dono di sua figlia Fee. La agguantò al volo e la collocò in bella vista sulla scrivania. Poi timbrò il cartellino. Mezzanotte. Prese l’anello delle chiavi, una torcia aziendale e cominciò il giro del pianoterra.
In quel grande spazio silenzioso, sempre silenzioso, le donne della Turtle mountain passavano le loro giornate chine nella luce cruda delle lampade da lavoro. Le donne incollavano microscopiche sezioni di rubino, di zaffiro, o del meno pregiato granato, su sottili mandrini verticali pronte per essere forate. I rubini erano destinati ad apparecchiature del dipartimento della Difesa e agli orologi Bulova. Era la prima volta che nei pressi della riserva si creavano posti di lavoro nell’industria e quelle ambite posizioni erano coperte quasi tutte da donne. Nelle prove di abilità manuale avevano ottenuto punteggi nettamente superiori.
Il governo attribuiva le loro capacità al sangue indiano e alla consuetudine a lavorare con le perline. Thomas pensava che fosse grazie alla loro vista acuta: le donne della sua tribù sapevano trapassarti con uno sguardo. Era stato fortunato a ottenere quel posto. Era in gamba e onesto, ma non più giovane e aitante. Il lavoro lo aveva ottenuto perché era affidabile e metteva tutto se stesso per fare ciò che doveva al meglio delle sue possibilità. Compiva le sue ispezioni con impeccabile scrupolosità.
Nel suo giro, controllò la sala foratura, provò tutte le serrature, accese e spense le luci. A un certo punto, tanto per migliorare la circolazione, fece un piccolo balletto tutto suo e poi si lanciò in una indiavolata giga tradizionale. Rinvigorito, varcò le porte corazzate della sala del lavaggio chimico, con le sue file di becher numerati, manometri, tubi, vasche e stazioni di lavaggio. Ispezionò gli uffici, i bagni con le piastrelle verdi e bianche e fece ritorno all’officina. La sua scrivania era rischiarata dalla luce della lampada difettosa che aveva recuperato e riparato da solo, così poteva leggere, scrivere, riflettere e di tanto in tanto darsi degli schiaffi per tenersi sveglio.

Thomas doveva il suo nome al topo muschiato, wazhaschk, l’umile, laborioso roditore amante dell’acqua. Topi muschiati ce n’erano ovunque nei mille acquitrini della riserva. Al crepuscolo sbucavano dall’acqua, le piccole sagome sinuose affaccendate, eternamente intente a rifinire le proprie tane e a mangiare (quanto amavano mangiare) praticamente qualsiasi cosa che cresceva o si muoveva in un acquitrino. Per quanto i wazshschk fossero numerosi e comunissimi, erano tuttavia fondamentali. All’inizio, dopo il grande diluvio, era stato un topo muschiato che aveva aiutato a rifare la terra.
Da questo punto di vista, come si vedrà, Thomas portava un nome perfettamente adeguato.

Louise Erdrich