INCIPIT
Felicità
Ultimamente penso alla felicità di più rispetto a prima. Non è una riflessione oziosa in nessuna fase della vita; ma per me, che sono nato nel 1945 e mi avvicino all’età massima prevista dalla Bibbia, è un argomento da un milione di dollari.
Essendo d’origine presbiteriana (non praticante, non credente, come gran parte dei presbiteriani), ho attraversato la vita serenamente attenendomi a una forma di felicità che forse avrebbe riscosso l’approvazione del vecchio Knox, seguendo la linea sottile tra i principi gemelli: “ciò che non ti uccide ti fortifica” e “La felicità è tutto ciò che non è martellante infelicità”. Il secondo è più nel solco di sant’Agostino – ma tutti questi complessi sistemi portano allo stesso mistero: “Che fare adesso?”.
Tale via di mezzo ha funzionato abbastanza bene in gran parte delle situazioni che la vita mi ha messo davanti. Una graduale, a volte impercettibile successione nel tempo, nella quale non accadeva nulla di superlativo, ma nemmeno nulla a cui non si potesse sopravvivere, e quasi tutta piuttosto accettabile. La grave perdita del mio primo figlio (ne ho un altro). Il divorzio (due volte!). Ho avuto un tumore, i miei genitori sono morti. Anche la mia prima moglie è morta. Mi hanno sparato al petto con un AR-15 e per poco non morivo anch’io ma, incredibilmente, sono ancora qui. Sono scampato agli uragani e a quella che si potrebbe definire una depressione (lieve, sempre che fosse depressione). Nulla, però, da abbattermi al punto tale che tirare le cuoia mi sembrasse una buona idea. Tanta buona letteratura contemporanea, che leggo a letto – se oriento la pagina nel modo giusto -, riguarda proprio certe questioni, come la felicità, che ci sfugge sempre, anche se non smettiamo mai di cercarla.
Richard Ford

