INCIPIT
Quello che vuoi dimenticare ritorna, ti perseguita in maniera così intensa da darti l’impressione di riviverlo. E di solito riprovi anche gli stessi sentimenti travolgenti e ingestibili di allora e pensi che soccomberai sotto il loro peso, per questo combatti per contrastarne il ritorno, ti opponi senza riuscire a impedire che questo avvenga, né a proteggerti dalla sofferenza che ne consegue. Sei costretta a rivivere ogni momento. Ma una volta che hai riprovato e rivissuto tutto quanto, una volta che questo dolore paralizzante si affievolisce, probabilmente scoprirai di aver acquisito una nuova comprensione del significato di quanto è riemerso. Ecco perché è tornato, per dirti qualcosa.
Perché scrivo “tu” quando intendo “io”?
Era novembre inoltrato e, quando mi ero svegliata, come avveniva sempre in quel periodo dell’anno, il mattino era buio e il buio sarebbe calato nuovamente alle quattro del pomeriggio. Se fossi uscita, lì dove mi trovavo, in una piccola casa di legno all’interno del Nordmarka, la grande area boschiva che cinge a settentrione la capitale norvegese, non sarei riuscita a vedere neanche a un palmo dal naso.
Avevo l’abitudine di ritirarmi in quell’alloggio spartano dopo periodi di intensa attività esterna, conferenze e festival, per potermene stare tranquilla, leggere, dormire fino a tardi, riposare e sognare. Per tutto l’autunno avevo viaggiato in lungo e in largo per il paese per discutere del rapporto esistente tra il romanzo e la cosiddetta realtà, un tema che, da quando scrivevo narrativa, mi aveva puntualmente accompagnato in tutti questi anni e di cui ero abituata a parlare, ma quell’autunno avevo avvertito un senso crescente di impotenza e inquietudine. Ero rimasta spesso in silenzio fino a quando, in occasione dell’ultimo evento, avevo avuto la sensazione che l’intelletto abdicasse, che me ne stessi allontanando.
Ero rimasta in quella casetta tra i boschi per una settimana e avrei voluto starci più a lungo perché avevo avuto la possibilità di leggere, dormire fino a tardi, riposare e sognare, ma l’Orchestra sinfonica dell’Università di Oslo avrebbe tenuto il tradizionale concerto prenatalizio nell’Aula Magna dell’ateneo e avevo promesso alla mia amica violista che ci sarei andata. Inoltre, avevo appena letto che la ripetizione costituisce la serietà della vita, che la ripetizione rappresenta il pane quotidiano dell’esistenza, che ci sazia e nutre con la sua benedizione e, dal momento che assistevo al concerto prenatalizio dell’orchestra da tre anni di fila, speravo che quella sarebbe stata un’esperienza benedetta. Mi ero occupata dei preparativi in vista della partenza del giorno dopo, così ero uscita con il cane più tardi del solito, al crepuscolo. Ero scesa giù per il bosco fino a raggiungere la strada non illuminata che di solito seguivamo per arrivare fino alla punta, da cui si potevano osservare alcune parti del lungo ramo lacustre di Steinsfjorden. Le casette che avevamo superato erano completamente sbarrate e chiuse, era fuori stagione, però, a prescindere da questo, era raro che vedessi gente, in alcune di quelle più vecchie che si trovavano sulla collina dietro di me non avevo mai visto una luce accesa.
Vigdis Hjorth

