Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

T

INCIPIT

Non so se siete mai stati al centro di un campo da squash, sulla T, ad ascoltare cosa succede nel campo vicino. Penso al suono della palla colpita da un tiro deciso, pulito. Un suono basso e fulmineo, come uno sparo, seguito da un’eco ravvicinata. L’eco della palla che batte sulla parete è più forte del colpo stesso. Ecco cosa sento se ripenso a quell’anno dopo la morte di nostra madre, quando nostro padre ci faceva allenare a Western Lane due, tre, quattro ore al giorno. La prima volta che ci ho fatto caso dev’essere stata una sera, dopo la scuola. Avevo le gambe così pesanti che non sapevo se avrebbero retto e me ne stavo sulla T con la racchetta a testa in giù, a guardare il muro laterale coperto dai segni sbiaditi di tutte le palle che l’avevano sfiorato. Dovevo servire, mio padre avrebbe risposto con un dritto e io con una volée, lui con un dritto e io con una volée, mirando sempre alla linea di servizio sulla parete frontale. Mio padre aspettava a fondocampo. Dal suo silenzio capivo che non avrebbe fatto la prima mossa e non mi restava altro che servire e giocare di volée, o deluderlo. Le macchie sul muro si confondevano ed ero certa che sarei caduta. Fu allora che iniziò. Un ritmo costante e malinconico dall’altro campo, il colpo e l’eco, all’infinito, a suo modo liberatorio. Qualcuno si stava esercitando. E sapevo chi era. Rimasi in ascolto e quel suono penetrò in me, nei nervi e nelle ossa, e con la sensazione di essere stata salvata alzai la racchetta e servii.
Eravamo in tre, tutte femmine. Alla morte di mamma io avevo undici anni, Khush tredici, Mona quindici. Giocavamo a squash e a badminton due volte alla settimana da quando eravamo abbastanza grandi per impugnare la racchetta, ma non era nulla in confronto al regime che sarebbe arrivato dopo. Secondo Mona tutto – gli scatti, le simulazioni e le tre ore di ripetizioni in serie – era cominciato quando zia Ranjan aveva detto a papà che avevamo bisogno di esercizio e disciplina, e lui era rimasto in silenzio lasciando che gli dicesse cosa fare.
Era il principio dell’autunno. Dopo un periodo caldo e secco, insolito per la stagione, era arrivata l’umidità. L’aria era opprimente e le strade puzzavano di cibo in decomposizione. Con quell’afa, diversi giorni dopo il funerale di mamma, avevamo fatto seicentocinquanta chilometri in macchina per pranzare a Edimburgo dagli zii, sancendo così la fine del lutto, e zia Ranjan aveva detto a papà che eravamo delle selvagge.

Chetna Maroo

Recensione