L’alba è una spugna
e cancella la lavagna
dei sogni senza meta.
Quanto è arduo raccontare
i sogni fuggitivi
con parole sveglie.
Restarono solo filacce
di nebbie che al nuovo sole
s’affilano, dileguano.
Ed erano nondimeno;
esistettero reali,
coerenti i sogni.
Erano fiori stanotte.
Eri anche tu tra essi,
facevi parte.
Confidenze silvestri
della montagna ritrosa,
gialle, azzurre.
Io masticavo calici,
sui miei polpastrelli brillava
un polline verdeoro.
E una freschezza sulla lingua
mi rivelò d’improvviso
la tua essenza più profonda.
Gerardo Diego (nato a Santander, in Cantabria, nel nord della Spagna, nel 1896) studiò lettere e filosofia all’Università Deusto e si laureò a Madrid; fu professore e intellettuale di grande spicco, aderì alle avanguardie spagnole, in particolare all’Ultraismo e al Creazionismo (da non confondere con le teorie sull’origine del mondo), fu uno degli esponenti della Generazione del ’27, una “costellazione” di poeti tra cui Lorca, Alberti, Guillén, Alonso, Cernuda, Aleixandre, Altolaguirre e Prados . Amava la musica, che conosceva molto bene e sulla quale tenne diverse conferenze: era un eccellente pianista. Viaggiò moltissimo, tenendo conferenze in molti paesi, tra cui anche l’Italia. Nel 1979 gli fu conferito il Premio Miguel de Cervantes. Oreste Macrì ne fa questo ritratto:
Instancabile tessitore delle fortune della sua generazione, scopritore di esemplari poetici spagnoli e ispanoamericani, solerte animatore di gruppi e riviste di punta, consumato stratega della prassi artistica come mediatore tra scienza e milizia, accademismo e avanguardie, il suo nome è legato ad atti fondamentali personali e generazionali di tempi eroici della poesia: l’omaggio poetico a Góngora nel Centenario (il terzo dalla morte, nel 1927, da qui il nome che identifica i poeti che vi aderirono, ndr), la celebre Antología, le riviste “Ultra”, “Carmen”, “Lola” ecc., il caso del surrealismo di Larrea, il tempismo nelle varie esperienze avanguardiste, lo sperimentalismo nella pluralità e parallelismo tecnici e tematici.

Le mie labbra
Talvolta, quando parlo, tu al mio fianco
guardi la forma pura delle mie labbra,
segui le ali della loro curvatura,
me le vai modellando, a grado a grado.
Io ti avverto e il mio volo appassionato
si regge sulla tua brezza e sull’alto
per rampe a spirale sale, e attesta
– senza guardarti – il tuo alito innamorato.
Le mie labbra serie d’innocenza impari
e in una delle loro pieghe -nemmeno si nota –
ti nascondi – così leggera -, ti sdrai,
così senza peso, senza zavorra. Su, su,
labbra di cuore: il gabbiano
e la sua ombra nel mare alla deriva.


