L’amore di Lucia per me, a me in persona sicuramente e semplicemente destinato, sta nel non avermi portata con sé nella morte, sta nel dove non mi hai portata e nel suo avermi riconsegnata alla vita. Alla vita di tutti. Facendo, della mia vita, fin dalle sue origini, vita che torna a tutti.

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Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone, Einaudi 2022, pp. 256. Romanzo finalista al Premio Strega 2023

Il romanzo di Maria Grazia Calandrone è un lucido racconto che si dipana su due registri: è tenero e toccante come si conviene alla ricerca dell’identità interiore della propria madre – una madre di cui non si ha ricordi né vita vissuta insieme – da parte di una figlia, ma al contempo è spietato e persuasivo, come si conviene ad una ricostruzione dai toni giornalistici, se non addirittura investigativi. L’autrice, con metodo scientifico, ricostruisce la vita di Lucia, sua madre biologica, della sua famiglia d’origine, del marito che le fu imposto, dell’uomo che amò e da cui ebbe una figlia, Maria Grazia; della loro fuga dal paese, della vita a Milano, della decisione finale. Una storia vera, riportata sui quotidiani e le riviste nel giugno del 1965, una notizia che suscitò tanti e diversi sentimenti: scalpore, stupore, commozione, solidarietà. Come si conviene ad ogni vicenda controversa, una storia d’amore con un finale tragico e salvifico allo stesso tempo, avvolta da un tocco di lacunoso mistero, e di peccato.

Nel ricostruire, tassello dopo tassello, la vicenda privata di Lucia e Giuseppe, e indirettamente di Maria Grazia stessa, cioè lei, Calandrone ricostruisce anche uno spaccato reale di vita italiana dal dopoguerra agli anni Sessanta: la comunità rurale del Molise in cui Lucia nasce, la Milano in cui Lucia e Giuseppe giungono dopo la fuga, una città in pieno fermento ed espansione, infine la Roma eterna, adagiata nella sua intramontabile bellezza, attraversata dal Tevere, – Fiume semplicemente chiamato dai romani -, destinazione finale della loro parabola di vita e d’amore.

La piccola Lucia nasce e cresce in una azienda agricola familiare a Palata, in provincia di Campobasso, in un Molise che non è ancora una regione, un contesto rurale ancora legato all’esercizio del patriarcato; una legge inflessibile che lei, ennesima figlia femmina il cui destino è nella mani di un padre padrone, deve accettare, perché gli interessi economici della famiglia vengono prima dei sentimenti, nonostante il prezzo sia una condanna all’infelicità, all’umiliazione, all’impotenza. Ancora adolescente, viene data in sposa – verrebbe da dire barattata – ad un uomo più grande, che nemmeno la desidera carnalmente, che la tocca solo ammazzarla di botte, che la tratta come una schiava per i lavori in campagna, a cui nega persino il cibo. Una ragazzina a cui la sua famiglia volta le spalle, indifferente al suo grido di dolore, e che la famiglia del marito tratta con spietatezza.
La ricostruzione di questi anni duri della sua vita è straziante. Vista con gli occhi di oggi – almeno nella nostra società, perché se appena voltiamo lo sguardo da altre parti, sappiamo quanto ciò sia tuttora tragicamente attuale (vedi le spose bambine) – sembra impossibile, eppure.
Eppure Lucia si era ingenuamente innamorata di un suo coetaneo sperando di poterlo sposare: ma era povero, non poteva portare vantaggi alla famiglia, e suo padre le aveva negato questo sogno d’amore. Eppure i suoi genitori l’hanno abbandonata al suo destino, e nessuno in paese ha mosso un dito, neppure quando le violenze che subiva erano note. Eppure è stata chiacchierata e condannata quando ha deciso di opporsi ad un destino immeritato.

Ecco dunque che dalla vicenda privata, Calandrone allarga l’indagine a quella pubblica, raccontando un’Italia che viaggia a due marce: da un lato le aree rurali, ancora gravate da antichi retaggi, dall’arretratezza morale e sociale; dall’altra le aree urbane in via di sviluppo, dove cominciano a prendere piede le idee femministe e progressiste, ma dove pur sempre la legislazione ancora conservatrice prevede il reato di adulterio e abbandono del tetto coniugale (come ho spiegato in questo post).

Lucia conosce Giuseppe, un capomastro che cavalca l’onda della ricostruzione arrivata fin nei piccoli centri; ha vent’anni più di lei, è un uomo sposato e padre, devastato da quello che ha vissuto nella guerra d’Africa e che cerca di guarire concedendosi ripetute avventure amorose. Così diversi ma così uguali nel bisogno di amore, nella necessità di placare il tumulto interiore: si innamorano, e dal loro amore nasce un frutto.
Luigi, il marito, denuncia la relazione e dunque non è più possibile rimanere in paese, bisogna fuggire. Per la legge, Lucia e Giuseppe, con pesi e responsabilità diverse, sono due ricercati, che rischiano fino a due anni di carcere.

Partono per Milano, la Milano dell’immigrazione, dove i cantieri non mancano, dove si può lavorare in nero, per evitare di essere intercettati dalla legge, vista la condanna pendente sulle loro teste; Milano dove, nella lunga arteria che è viale Monza, culla del cantiere per la metropolitana che collegherà Milano a Sesto San Giovanni, è possibile trovare un alloggio economico. Lucia dà alla luce una bambina nell’ottobre del 1964, la chiama Maria Grazia; per tutelarla, per darle lo status di figlia legittima, la dichiara figlia del marito, il quale però, forte della sicurezza di non avere consumato il matrimonio, non la riconosce. La bambina viene trattenuta in ospedale per accertamenti e la situazione si complica. Come non bastasse, Giuseppe perde il lavoro e la loro già precaria situazione economica precipita. Lucia deve trovarsi un lavoro, deve trovare un posto dove la piccola Maria Grazia possa essere accudita mentre lavora, tutto si fa sempre più complicato e ineluttabile. Lucia e Giuseppe non riescono a liberarsi dall’inquietudine che prova chi è braccato: ecco che maturano la loro decisione.

Quando Lucia e Giuseppe arrivano a Roma è l’estate del 1965. Hanno con sé la figlia di otto mesi, sono innamorati, ma sono anche convinti che il loro amore non possa avere un futuro, soprattutto, pensano di non potere dare un futuro alla loro bambina. Studiano nei particolari un piano che attuano meticolosamente. Si disfano delle poche cose che hanno portato con sé, e lasciano la piccola Maria Grazia nel parco di Villa Borghese, una volta sicuri che qualcuno si sia accorto di lei. La loro vita si interrompe quando scivolano nelle acque del Tevere.

Maria Grazia Calandrone – divenuta scrittrice e decisa a scoprire la verità sui suoi genitori biologici – si lancia in una vera e propria indagine per fare luce su questo fatto di cronaca che scosse l’opinione pubblica dell’epoca – con tanto di titoloni sui giornali -, un fatto che la riguarda così intimamente. Si documenta, incrocia testimonianze, fotografie, articoli di giornale, referti medici, parla con le persone che hanno conosciuto Lucia e Giuseppe, e cerca di fare luce sulle loro ultime ore di vita e sulle motivazioni che li hanno spinti.

Come una detective, Maria Grazia Calandrone ricostruisce la sequenza dei movimenti di Lucia e Giuseppe, enumera gli oggetti abbandonati dietro di loro, s’informa sul tempo che impiega un corpo per morire in acqua e sul funzionamento delle poste nel 1965, per capire quando e dove i suoi genitori abbiano spedito la lettera a «l’Unità» in cui spiegavano con poche parole il loro gesto.

Dove non mi hai portata è un libro che inizia con un ritmo lento, come lento è il ritmo della vita in campagna, per accelerare subito, quando gli eventi prendono una svolta di ribellione inattesa; un ritmo che diventa incalzante man mano che l’investigazione e i fatti stessi si sviluppano. Maria Grazia Calandrone, che è anche poetessa, scrive il romanzo con uno stile poetico, a tratti quasi aulico, con espressioni e parole ricercate, con una metrica sotterranea al testo che scandisce il ritmo di lettura. Ma badate, non si tratta di un mero esercizio di stile; se ne sente la necessità e l’urgenza per elevare quello che la grettezza, la violenza – fisica e verbale – che circondano la vita di Lucia vorrebbero gettare nel fango.

Dopo Splendi come vita, in cui l’autrice affrontava il difficile rapporto con la madre adottiva, Dove non mi hai portata esplora un nodo se possibile ancora piú intimo e complesso. Indagando la storia dei genitori grazie agli articoli di cronaca dell’epoca, Calandrone fa emergere il ritratto di un’Italia stanca di guerra ma non di regole coercitive. Un Paese che ha spinto una donna forte e vitale a sentirsi smarrita e senza vie di fuga. Fino a pagare con la vita la sua scelta d’amore.

Vengo a prenderti, adesso che ho il doppio dei tuoi anni e ti guardo , da una vita che forse hai immaginato per me. Adesso vengo a prenderti e ti porto via. Lucia, dammi la mano.

Qui potete leggere l’incipit.

Il libro era stato presentato da Franco Buffoni con la seguente motivazione:

«Propongo la candidatura del romanzo Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone per due fondamentali motivi: la tenuta stilistica che non viene mai meno nelle 247 pagine del volume; la capacità dell’autrice di coinvolgere il lettore in una vicenda storica e umana al calor bianco.
Già due anni fa con Splendi come vita, edito da Ponte alle Grazie, Maria Grazia Calandrone aveva visto pienamente riconosciute le proprie doti di narratrice, ben figurando nella dozzina del Premio Strega.
Con questa nuova prova narrativa l’autrice, ben nota da decenni come indiscutibile voce poetica, non solo conferma le qualità di narratrice di razza allora poste in luce, ma le corrobora con una magistrale ricostruzione storica dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta: riuscendo a ricostruire ambienti e situazioni (il Molise rurale, la periferia milanese in pieno boom economico, Roma magica di altera e sconsolata bellezza) in modo altamente poetico pur se finemente realistico, e dando dei propri genitori biologici tesi verso una tragica fine un ritratto nitido, al contempo profondamente partecipe, ferocemente oggettivo e emblematico nella sua attualità».

L’elezione del libro vincitore si svolgerà il 6 luglio al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Gli altri candidati:

Andrea Canobbio, La traversata notturna (La nave di Teseo)
Ada D’Adamo, Come d’aria (Elliot)
Romana Petri, Rubare la notte (Mondadori)
Rosella Postorino, Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli)

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice per la Rai. Scrive per il «Corriere della Sera» e tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Con i suoi libri di poesia ha vinto importanti premi. La sua ultima opera, Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021), è entrata nella dozzina del Premio Strega.