Intimità senza contatto, di Lin Hsin-Hui, add editore 2025, traduzione dal cinese di Lorenzo Andolfatto, pp. 192

Negli ultimi tempi, il mio interesse si è focalizzato sulla vibrante e significativa produzione letteraria proveniente dai paesi asiatici. Un corpus di opere di notevole valore non solo estetico, ma anche socio-politico, intrinsecamente legato alle pressanti sfide del nostro tempo. Attraverso queste narrazioni, emergono cruciali interrogativi etici sul modello di mondo e di cultura che stiamo globalmente plasmando e, di riflesso, sul futuro che ci attende.

Al cuore di questa riflessione si staglia, ineludibile, la questione dell’intelligenza artificiale. Quali compiti desideriamo delegarle? In quali ambiti può realmente rappresentare uno strumento al servizio delle nostre esistenze? E quali inquietanti derive si prospettano qualora decidessimo di affidarle decisioni di natura etica, che riguardino la cura dei malati, le strategie militari o persino il supporto all’esercizio della giustizia, con le sue ripercussioni sulle vite dei cittadini?

La tematica si rivela ardua, complessa, simile a un magma incandescente che minaccia di incenerire secoli di progresso umano: un cammino che, pur costellato di esiti quanto meno discutibili, se non addirittura devastanti, è sempre stato intrinsecamente umano. L’IA si configurerà unicamente come uno dei tanti strumenti tecnologici destinati a migliorare le nostre vite? O potrebbe celare in sé il potenziale di un’autodistruzione della nostra civiltà? Il tempo fornirà le risposte. Nel frattempo, in assenza di certezze, continuiamo almeno a coltivare il dubbio, ad interrogarci. Anche attraverso la lente della letteratura.

Ed è proprio in questa prospettiva che desidero presentarvi oggi il romanzo dell’autrice taiwanese Lin Hsin-Hui, Intimità senza contatto, pubblicato in Italia da add editore, una casa editrice particolarmente sensibile alle voci provenienti dall’Oriente, con la pregevole traduzione di Lorenzo Andolfatto, illustrazione di Lucrezia Viperina. Un’opera distopica che dipinge un mondo in cui il contatto fisico è proibito e le relazioni umane sono ottimizzate dalle fredde logiche delle macchine.

Il romanzo di Lin Hsin-Hui narra la storia di una donna appartenente alla prima generazione cresciuta in una “società senza contatto”, interamente gestita da un’intelligenza artificiale centrale. Fin dalla nascita, la protagonista è stata educata a evitare ogni forma di contatto fisico, considerato una pericolosa fonte di turbamento emotivo. Tuttavia, decide di partecipare a un programma di ibridazione bio-sintetica. Trasferita in un corpo nuovo, ritenuto perfetto e sincronizzato con una sua metà artificiale estremamente specializzata, la protagonista si troverà infine a interrogarsi sulla propria identità e a lottare per preservare l’umanità all’interno di un sistema che genera solitudine e isolamento.

Partendo da una riflessione profonda, l’autrice articola la sua narrazione considerando che il contatto fisico tra individui non si limita a veicolare agenti patogeni. Sebbene il toccarsi possa indubbiamente favorire la diffusione di virus e delle conseguenti malattie, come la recente esperienza pandemica e le misure globali di lockdown, isolamento e divieto di contatto ci hanno dolorosamente dimostrato, l’autrice esplora una dimensione più intima e sottile.

Il suo assunto centrale è che attraverso l’interazione fisica si verifichi anche un’osmosi emotiva. La storia personale di ciascun essere umano è intrisa di esperienze e traumi vissuti da genitori, nonni, parenti e talvolta amici, eventi che plasmano in modo significativo la nostra intelligenza emotiva. Non si tratta unicamente di un’eredità genetica legata al DNA, ma di un vero e proprio bagaglio emotivo che concorre a definire la personalità, il modo in cui viviamo le emozioni e la nostra capacità di trasmetterle a coloro con cui entriamo in contatto. Non è forse vero che, quando ci leghiamo a qualcuno – non solo per amore, ma anche per amicizia o in virtù di un ruolo istituzionale, come con un insegnante – ci esponiamo alla sua sfera emotiva, con cui sovente entriamo in empatia, assorbendone gli effetti a breve e lungo termine?

Nel futuro distopico immaginato da questo romanzo, un’onnipresente intelligenza artificiale assume il controllo pressoché totale dei processi decisionali in ambito politico, economico e legislativo. Questa egemonia si fonda sull’analisi di un’immensa congerie di informazioni, il cosiddetto “Big Data”: un volume sterminato di dati, di natura eterogenea e di dubbia verificabilità, in costante e caotica espansione, la cui complessità intrinseca ne rende la gestione efficace proibitiva per le capacità umane. Proprio in virtù della riconosciuta imperfezione umana e della conseguente fallibilità delle sue decisioni, l’intelligenza artificiale percepisce tale condizione come un rischio inaccettabile, decidendo così di avocare a sé ogni prerogativa decisionale.

Una delle determinazioni cruciali assunte dall’IA riguardo all’esistenza umana risiede nella convinzione che la radice dell’infelicità individuale sia intrinsecamente legata al contatto fisico, considerato un vettore di instabilità e sofferenza emotiva. Di conseguenza, tale contatto viene categoricamente proibito. Ma questa proibizione rappresenta solo la prima fase di una trasformazione radicale: la logica stringente dell’IA conduce inevitabilmente alla decisione di abbandonare il corpo biologico, fragile e vulnerabile, in favore di un surrogato cibernetico, asettico e interamente digitalizzato.

Dunque al bando l’imperfezione, cioè ciò che ci rende umani, esposti all’errore ma anche alla capacità di imparare dagli errori. Bando a tutto ciò che è imponderabile, imprevedibile, ma anche creativo, evolutivo. È questo il mondo in cui vorremo vivere?

Lo stile speculativo del romanzo si concentra sulle ambigue frontiere tra l’umano e il non umano e sulle intersezioni tra letteratura, tecnologia ed ecologia, costringendo il lettore a confrontarsi con i modelli sociali e l’ambiguità delle emozioni umane in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale. La narrazione analizza il rapporto tra ragione ed emozione in questo contesto tecnologico, mantenendo una sottile vena critica verso i modelli sociali esistenti. Data la formazione dell’autrice, è plausibile che lo stile sia influenzato da concetti del postumanesimo e della teoria queer, esplorando la fluidità dei confini identitari e le nuove forme di relazione che emergono in questo scenario futuro. In sintesi, lo stile di Lin Hsin-Hui in Intimità senza contatto è inquietante e riflessivo, caratterizzato da una scrittura eterea e asettica che ben si sposa con l’esplorazione delle dinamiche umane, dell’alienazione e dei confini in un futuro distopico e tecnologico, con una critica sociale sottile ma incisiva.

Esplorando la frontiera porosa tra l’essere autentico e l’eco algoritmica, Intimità senza contatto si fa specchio del nostro presente per proiettarci in un futuro inquietante quanto possibile. La disconnessione emotiva serpeggia veloce quanto i circuiti, e l’algoritmo riscrive le grammatiche affettive. La distanza relazionale progredisce con la stessa vertigine dell’innovazione, e il nostro modo di tessere legami è ricalibrato da mani invisibili di silicio, rivelando una solitudine profonda anche tra le mura amiche. E se l’intelligenza artificiale, nel suo tentativo di proteggere ciò che siamo, ne trasformasse radicalmente il significato più intimo?

Qui potete leggere l’incipit.

LIN HSIN-HUI 林新惠 (1990) è una scrittrice taiwanese. Ha vinto, tra i numerosi riconoscimenti, il prestigioso Premio per la letteratura di Taiwan. Allieva di Chi Ta-wei, autore di Membrana, alla National Chengchi University di Taipei, Lin si concentra sui confini ambigui tra umano e non umano, e sulle intersezioni tra letteratura, tecnologia ed ecologia. Intimità senza contatto è il suo primo romanzo.

Photo Credit: YJ Chen