Il Natale, per gli scrittori, raramente è solo una festa. È una parentesi narrativa, un tempo sospeso in cui le abitudini diventano rituali e i gesti quotidiani sembrano chiedere di essere raccontati. C’è chi lo trasforma in letteratura, chi lo vive come un teatro domestico, chi lo reinventa ogni anno con piccole stranezze. E osservare come gli autori del passato e del presente hanno attraversato le feste è un po’ come sbirciare dietro le quinte delle loro storie.

Tra una grande opera e l’altra, però, il Natale degli scrittori si nasconde spesso nei dettagli: nei gesti ripetuti ogni anno, nelle abitudini strane o tenerissime che difficilmente finiscono nei manuali di letteratura. Sono piccole scene private, a volte eccentriche, a volte silenziose, che raccontano un lato più umano degli autori e che, messe in fila, sembrano comporre un racconto corale. Ed è proprio lì, in quelle usanze natalizie, che la letteratura scende dal piedistallo e si siede a tavola.

Prendiamo Charles Dickens, per esempio. Per lui il Natale non era solo una ricorrenza, ma una vera e propria missione letteraria. Con Canto di Natale ha praticamente messo il vischio nella letteratura mondiale, trasformando la festa in un momento di redenzione, tavole imbandite e buoni sentimenti serviti caldi. Ogni dicembre, Dickens tornava a raccontare il Natale come se fosse un appuntamento fisso, un brindisi narrativo da condividere con tutti.

Molto più domestico e incantato il Natale di J.R.R. Tolkien, che per oltre vent’anni scrisse ai figli le celebri Lettere di Babbo Natale. Niente WhatsApp,né email, le spediva con francobolli del Polo Nord, buste illustrate e calligrafie diverse, come se davvero fossero arrivate da un mondo lontano. Un rituale portato avanti per anni, con una dedizione degna di una saga.

Anche Louisa May Alcott viveva il Natale come un tempo da proteggere e raccontare a bassa voce. Per la nipotina Lulù, figlia della sorella May scomparsa prematuramente, inventò una serie di favole pensate per l’uso più intimo possibile: accompagnare la bambina verso un sonno sereno, notte dopo notte. Quelle storie, nate per restare in famiglia, sono state poi raccolte in un unico volume e ripubblicate di recente da Edizioni Clichy con il titolo Storie di Natale. Racconti inediti. Tra le pagine si ritrovano gli stessi valori di Piccole donne: l’attenzione ai sentimenti, la delicatezza dei legami, il calore domestico come rifugio. Un Natale fatto di parole sussurrate, più che di luci accese.

All’estremo opposto troviamo Virginia Woolf, che preferiva regali semplici, quasi silenziosi. Altro che pacchetti luccicanti: mele raccolte nel giardino, piccoli doni essenziali. Un Natale minimalista, dove la festa non faceva rumore ma lasciava spazio ai gesti, alle passeggiate e forse a qualche pensiero che sarebbe finito su carta più tardi.

E poi ci sono gli scrittori per cui il Natale era tutto tranne che tradizione. Noël Coward, ad esempio, passava la mattina di Natale a letto, al telefono, come se il vero rito fosse la conversazione. Anaïs Nin, invece, saltava cerimonie e formalità per buttarsi in feste piene di musica, amici e vodka. Per loro il Natale non era raccoglimento, ma movimento, energia, vita che trabocca.

William Faulkner aveva le idee chiarissime sui regali: a Natale voleva solo scovolini per pulire la pipa. Tutto il resto era superfluo. Un desiderio così minimalista da sembrare una metafora involontaria della sua prosa, asciutta, ostinata, senza fronzoli.

Ernest Hemingway, invece, decorava il Natale con topini di zucchero. Dolcetti tradizionali che finivano spesso sotto l’occhio attento dei gatti di casa. Un Natale fatto di cose semplici, zucchero, animali e un certo spirito da bar rumoroso anche sotto l’albero.

Jean-Paul Sartre, durante la prigionia in Germania nel 1940, mise in scena una rappresentazione della Natività per gli altri prigionieri. Un Natale poverissimo di mezzi, ma ricchissimo di significato: quando non puoi uscire dal campo, la creatività diventa una forma di resistenza.

Anche gli scrittori italiani, naturalmente, non restavano indifferenti al richiamo delle feste. A casa Manzoni, stando alle testimonianze, il Natale profumava di dolce: il panettone era molto amato, presenza fissa di una tavola che oggi immaginiamo severa ma che, almeno a dicembre, concedeva spazio alla convivialità. Dino Buzzati, invece, trasformò il Natale in un vero territorio narrativo: gli dedicò oltre trenta testi tra racconti, poesie, articoli e riflessioni, poi raccolti da Mondadori in Il panettone non bastò. In quelle pagine il Natale diventa intimo e filosofico, a tratti ironico: c’è il ricordo del primo Natale senza il padre, ma anche una curiosa riflessione sulla tecnica dei regali, segno che la festa lo stimolava come lente attraverso cui osservare il tempo che passa. Più domestico e silenzioso il Natale di Umberto Eco, che amava allestire il presepe insieme al nipotino: un rito paziente, quasi semiotico, dove ogni statuina trovava il suo posto e il Natale diventava un esercizio di ordine, memoria e condivisione. Più appartato il Natale di Eugenio Montale, che non amava particolarmente le celebrazioni collettive e tendeva a vivere le feste con discrezione, quasi in punta di piedi. Giovannino Guareschi, al contrario, era legato a un Natale profondamente familiare e conviviale, fatto di tavola, racconti e tradizioni di provincia, dove la festa diventava soprattutto occasione di comunità.

Anche tra gli scrittori contemporanei il Natale continua a essere un territorio personale, più vissuto che proclamato. Chimamanda Ngozi Adichie lo racconta come un tempo profondamente comunitario, legato ai Natali trascorsi in Nigeria: grandi pranzi, famiglie allargate, una festa calda e rumorosa che ancora oggi influenza il suo immaginario. Sally Rooney, più defilata, sembra vivere il Natale attraverso dettagli culturali e sensoriali: musiche ascoltate ogni anno, atmosfere invernali ricorrenti, piccoli rituali emotivi più che tradizioni solenni. Per Ali Smith, invece, il Natale è quasi un calendario narrativo: un periodo che invita a raccontare l’inverno, le riunioni familiari imperfette, le stranezze domestiche che emergono quando il tempo rallenta. Stephen King, fedele alla sua disciplina ferrea, ha spesso scherzato sul fatto di scrivere ogni giorno dell’anno tranne tre: Natale, il 4 luglio e il suo compleanno. Anche qui la festa non è tanto celebrazione, quanto eccezione concessa al ritmo, una parentesi che interrompe la routine. Sophie Kinsella (Madeleine Wickham) amava il Natale profondamente, vivendolo con calore, in famiglia e con la musica; è morta serenamente proprio negli ultimi giorni di quest’anno, immersa nello spirito natalizio e circondata da ciò che amava di più, tra cui la gratitudine per l’amore ricevuto e il successo, nonostante la sua battaglia con un tumore aggressivo. 
In tutti questi casi, il Natale non è mai scenografia neutra: resta un punto sensibile dell’anno, un momento che rivela, anche solo per contrasto, il rapporto degli scrittori con il tempo, il lavoro e gli affetti.

In Islanda sembra che l’idea del Natale sia stata scritta direttamente da un autore: si chiama Jólabókaflóðið, “l’inondazione di libri”. La sera della Vigilia si regalano libri e si passa la notte a leggerli. Molti scrittori contemporanei dichiarano di adorare questa tradizione, forse perché è l’unica in cui il silenzio è parte del festeggiamento. Tempo per leggere, pensare, immaginare.

In fondo, il Natale degli scrittori è spesso così: per alcuni il Natale è pausa, per altri scintilla, è fatto di dettagli strani, di gesti minuscoli e idee gigantesche. Sembra un racconto. Ma è solo la realtà, vista da chi non smette mai di narrarla.

Se state cercando romanzi o racconti ambientati a Natale vi ricordo il mio POST.

Buon Natale, e buone letture sotto l’albero