Nel mese di gennaio le mie letture hanno disegnato un atlante emotivo dai contorni cangianti, un viaggio letterario sorprendente che mi ha condotto all’indietro e in avanti nel tempo, tra futuri inquietanti, memorie stratificate e vite attraversate dall’arte, dall’amore, dal disincanto. Ogni libro è stato una porta aperta su un paesaggio diverso, e insieme hanno creato un itinerario coerente, come se dialogassero tra loro sottovoce, da una pagina all’altra.

Si comincia con Salvare e distruggere di Viet Thanh Nguyen, un saggio che nasce da una ferita narrativa profonda: non l’assenza di storie, ma la loro circolazione diseguale. Nguyen interroga il potere del racconto, la responsabilità di chi scrive, e soprattutto la posizione dello scrittore migrante, sospeso tra più mondi. Ne emerge una riflessione lucida e appassionata su cosa significhi raccontare da un margine, dove la scrittura può essere insieme atto di resistenza e di ricostruzione.
Da qui il passo verso Otto passi sul Reno di Luca Baldoni è naturale: un attraversamento lento e consapevole della memoria europea. Passo dopo passo, castello dopo castello, leggenda dopo leggenda, il Reno diventa una linea narrativa che unisce storia e mito, passato e presente. È un libro che cammina, letteralmente e simbolicamente, e invita il lettore a guardare l’Europa come un palinsesto di storie sovrapposte.
Con Verso un sicuro approdo di Wallace Stegner entriamo invece in un territorio più intimo. Il romanzo si costruisce su ricordi, ritorni al passato e riflessioni interiori, ricomponendo la lunga amicizia tra due uomini. Stegner mostra con grande delicatezza come ogni relazione profonda sia anche una forma di rischio, un equilibrio instabile tra dono e dipendenza, fedeltà e distanza. È un romanzo introspettivo, dal tono letterario; una lettura che scava, lentamente, senza alzare mai la voce.
L’ambiguità morale e l’ironia sottile dominano Cambio di clima di Hilary Mantel, un romanzo in cui la tensione principale non è tanto negli eventi quanto nello scarto continuo tra ciò che i personaggi dicono e ciò che realmente pensano. Mantel osserva i suoi protagonisti con uno sguardo affilato, lasciando emergere crepe, contraddizioni, zone d’ombra che rendono la storia inquietantemente viva.
Con Parlami di casa, Jeanine Cummins trasforma l’esperienza individuale in una lente attraverso cui leggere le fratture del mondo contemporaneo. Il tema dell’appartenenza attraversa il romanzo come una domanda mai risolta: la casa non è un luogo stabile, ma uno spazio emotivo da negoziare continuamente. Nulla è astratto, tutto è vissuto, interiorizzato, problematizzato.
Il registro cambia ancora con Ultimo valzer di una ragazza perbene di Tullio Avoledo, un noir che è molto più di un’indagine. Il mistero diventa occasione per esplorare coscienze e contesti sociali, mettendo in luce ipocrisie, solitudini e compromessi. La tensione narrativa convive con una forte dimensione introspettiva, rendendo il romanzo uno specchio oscuro ma efficace della realtà.
Poi arriva il gelo profetico di Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia. Il futuro distopico immaginato dall’autore è inquietante proprio perché credibile: il cambiamento climatico non è sfondo, ma forza che modella vite, confini e relazioni. È una lettura che inquieta e costringe a guardare avanti con lucidità, senza consolazioni facili.
A chiudere il percorso, come un ritorno alle origini della luce, La donna col vestito verde di Stephanie Cowell. Qui l’arte diventa carne, sentimento, necessità. Attraverso la stagione dell’impressionismo, Cowell racconta Claude Monet e il suo grande amore per Camille-Léonie, restituendo tutta la fragilità e la passione di un’esistenza votata alla bellezza. La pittura non resta sullo sfondo: attraversa la vita dei personaggi, la illumina e la ferisce.
Un mese di letture davvero appaganti, un itinerario letterario ricco e stimolante. Difficile stabilire quale di questi otto libri sia quello che ho amato di più: sono molto diversi tra loro e ciascuno ha suscitato emozioni, riflessioni e pensieri propri. Forse è proprio questa pluralità il segno più bello del viaggio. Detto ciò, provo a sintetizzare e eleggo:

Il nuovo romanzo di Bruno Arpaia è ambientato nel 2078 ed è capace di raccontare con una lucidità che inquieta, proprio perché credibile, un’Europa ferita dal cambiamento climatico, attraversata da migrazioni forzate e riorganizzata secondo nuove gerarchie politiche e tecnologiche.
Nel romanzo il rapporto tra tecnologia e potere diventa ancora più centrale e inquietante rispetto a Qualcosa, là fuori, mostrando come il progresso scientifico possa trasformarsi in uno strumento di controllo e di divisione sociale. La distopia di Arpaia nasce da problemi reali e attuali, che vengono spinti alle estreme conseguenze per smascherarne i rischi. A questa deriva fanno da argine valori essenziali come la solidarietà, la tolleranza e il senso dell’umano, che attraversano la storia come un filo resistente e tengono aperta la possibilità di un futuro diverso.
Il mondo senza inverno non è soltanto un romanzo sul futuro: è un libro che parla direttamente al nostro presente. Ci costringe a guardare in faccia le disuguaglianze, il rapporto ambiguo con la tecnologia, l’urgenza della crisi climatica. E lo fa senza prediche, ma attraverso una narrazione che pone domande scomode e necessarie. Un libro che, più che rassicurare, invita a restare vigili.
Ora tocca a voi: qual è stato il libro più bello letto a gennaio?


Avevo iniziato Vangelo nero ma l’ho messo da parte per l’ultimo della yoshimoto
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Come mai l’hai messo da parte?
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Perché fino al punto in cui sono arrivato a leggere non è successo granché. Mi aspettavo di leggere un noir un giallo invece per il momento ho letto un romanzo storico una sottile vela polemica per quanto riguarda la evangelizzazione da parte della chiesa cattolica.
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Grazie della risposta, mi aveva incuriosito la sinossi ma forse non c’è molta corrispondenza.
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Prego.
Quando l’avrò letto ne scriverò qui.
Per ora mi lascio avvolgere dalla scrittura della yoshimoto.
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👍🏻👍🏻👍🏻👍🏻
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