Il guardiano notturno, di Louise Erdrich, Feltrinelli 2021, traduzione di Andrea Buzzi, pp. 432
“Il fatto di essere collegati a un tempo tanto remoto mi dà una sensazione di pace,” disse Wood Mountain. “È questo il senso di tutto quanto,” disse Thomas. (..) “A volte quando sono in giro là fuori,” disse Wood Mountain, “mi sembra che siano con me, quelle persone della notte dei tempi. Non ne parlo mai. Ma sono tutto intorno a noi. Non potrei ami andarmene da questo posto.”
Pag. 305-306
Il guardiano notturno è uno di quei romanzi che funzionano come una doppia lente: da una parte raccontano una storia intima, dall’altra rendono visibile un pezzo di Storia che spesso resta ai margini della memoria collettiva. Pubblicato nel 2020, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2021, il libro si inserisce nella produzione più politica di Louise Erdrich, senza rinunciare alla sua cifra narrativa più riconoscibile: una scrittura corale, fatta di voci, comunità e incroci di destini.
Il risultato è un’opera che ha la struttura di un grande romanzo americano, ma il cuore di un controcanto: la storia degli Stati Uniti non vista dal centro, bensì dalla periferia colonizzata, amministrata, cancellata.
È una lettura impegnativa, nel senso più fertile del termine: il romanzo è l’espressione viva di un mondo e di un contesto storico che, almeno per me, era quasi del tutto sconosciuto, al di là dei luoghi comuni e delle poche informazioni frammentarie facilmente reperibili. Proprio per questo, Il guardiano notturno mi ha lasciato la sensazione di un arricchimento profondo, non solo sul piano letterario, ma anche sociale, politico e umano. E con la piena soddisfazione di una lettura bellissima.
Avevo già incontrato la scrittura di Louise Erdrich con La grande piena, rimanendo colpita dalla potenza della sua capacità affabulatoria: una voce narrativa che sa catturare e trattenere il lettore, e che riesce al tempo stesso a restituire ai personaggi una complessità rara, uno sguardo ampio e lucidissimo sulle loro fragilità e sulle loro contraddizioni.
Anche scrivere questa recensione non è stato semplice. Ho voluto cogliere l’occasione per approfondire le vicende storiche e politiche che costituiscono l’ossatura della narrazione, e solo dopo questo percorso mi è sembrato di poter dare forma, con maggiore consapevolezza, alle mie impressioni e alle mie considerazioni.
C’è un ulteriore elemento che rende Il guardiano notturno un romanzo così potente: la sua radice profondamente autobiografica. Louise Erdrich appartiene infatti alla comunità chippewa (Ojibwe) e intreccia alla finzione narrativa una memoria familiare reale. La vicenda di Thomas Wazhashk, guardiano notturno e attivista politico, è ispirata alla figura di suo nonno, che negli anni Cinquanta si batté concretamente contro le politiche federali di “termination”, volte a revocare il riconoscimento e i diritti delle tribù native. Questa consapevolezza aggiunge al libro un ulteriore livello di intensità: non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a una ricostruzione distante o puramente letteraria, ma a un racconto che nasce da una storia vissuta, ereditata e trasformata in narrazione con lucidità e partecipazione.
L’ambientazione è quella della riserva dei Turtle Mountain Band of Chippewa, nel North Dakota, negli anni Cinquanta. La comunità viene raccontata con una precisione che non è mai fredda o documentaria: la riserva appare come un mondo complesso, pieno di difficoltà materiali ma anche di legami, ironia, resistenza quotidiana e identità. La povertà è una presenza costante, così come il peso del lavoro e la necessità di arrangiarsi, ma la narrazione non riduce mai i personaggi a vittime o simboli. La comunità esiste nella sua interezza, nelle sue contraddizioni e nei suoi gesti più semplici. Ed è proprio questa vitalità, questa densità umana, a rendere ancora più drammatica la minaccia che incombe dall’esterno: il rischio che un intero popolo venga cancellato non con un atto di guerra, ma con un atto amministrativo.
Un luogo chiave della storia è la fabbrica, la “jewel bearing plant”, in cui lavorano molti membri della comunità. Erdrich la utilizza come punto di convergenza sociale e narrativo: un luogo dove si intrecciano destini, si formano amicizie, si diffondono notizie, si costruisce una solidarietà fatta di turni, fatica e condivisione. La fabbrica diventa quasi una metafora della condizione indigena in quel periodo: una comunità spinta verso l’integrazione economica e produttiva, ma contemporaneamente minacciata nella sua stessa esistenza politica e culturale. È anche il luogo in cui si muove Thomas Wazhashk, il personaggio che dà il titolo al romanzo.
Thomas è il guardiano notturno, un uomo riflessivo e metodico, rispettato nella comunità, che lavora mentre gli altri dormono e, proprio nella notte, si ritrova a leggere e studiare documenti. È una figura di leadership silenziosa, quasi discreta, e tuttavia determinante: la sua lotta non è fatta di gesti eclatanti, ma di resistenza lenta e ostinata. Quando Thomas viene a conoscenza dell’esistenza di un progetto di legge federale che potrebbe colpire direttamente la sua tribù, capisce immediatamente che non si tratta di un semplice provvedimento politico, ma di una minaccia esistenziale. Quel testo, scritto nel linguaggio freddo della burocrazia, nasconde la possibilità di cancellare la tribù dal punto di vista legale, revocandone il riconoscimento federale e sciogliendo il rapporto sancito dai trattati. Thomas si ritrova così a combattere una battaglia che sembra impari: scrive lettere, organizza riunioni, cerca alleati, tenta di convincere gli altri membri della comunità a prendere sul serio la gravità del momento. La sua è una resistenza fatta di pazienza e logoramento, perché il nemico non si presenta con armi o violenza esplicita, ma con carte bollate e decisioni prese lontano, in stanze a migliaia di chilometri di distanza.

Parallelamente alla vicenda di Thomas si sviluppa quella di Patrice Paranteau, detta Pixie, giovane donna chippewa piena di energia e determinazione, costretta a lavorare duramente per sostenere la famiglia. Patrice è l’altra faccia del romanzo: se Thomas incarna la resistenza politica e istituzionale, Patrice rappresenta quella personale, fisica, legata al corpo e alla sopravvivenza immediata.
Il trauma che la spinge all’azione è la scomparsa della sorella Vera, partita per Minneapolis e mai più tornata. Patrice teme che sia finita in una rete di sfruttamento, e questa paura non è un semplice espediente narrativo, ma richiama una realtà storica e sociale concreta: la vulnerabilità delle donne native, spesso invisibili per le istituzioni e quindi più esposte alla violenza.
Patrice decide di partire per cercarla e il suo viaggio verso la città apre una seconda dimensione del romanzo, più cupa e inquieta, in cui Minneapolis appare come uno spazio ostile, un labirinto morale fatto di razzismo, predatori, truffatori e pericoli continui. La protagonista è costantemente costretta a difendersi da un mondo che la percepisce come marginale, sacrificabile, e che mette alla prova la sua capacità di resistere e restare integra. Non mancano incontri ambigui, tentativi di manipolazione e sfruttamento, ma anche qualche gesto di solidarietà che evita di trasformare la città in un semplice simbolo del male. Tuttavia la sensazione dominante è quella di una precarietà assoluta: fuori dalla riserva, Patrice perde il sostegno di una rete comunitaria e si trova esposta a una violenza che può essere improvvisa e anonima.
La scomparsa di Vera è, in questo senso, un vuoto narrativo che pesa come un personaggio. Anche quando non è presente, la sua assenza determina le scelte di Patrice e diventa una ferita collettiva. Erdrich non la utilizza soltanto come motore della trama, ma come simbolo della condizione di molte donne indigene, spesso dimenticate e ignorate, la cui sparizione può non fare rumore proprio perché la società dominante non riconosce loro lo stesso valore.
Attorno a Thomas e Patrice si muove un ampio cast di personaggi: colleghi di fabbrica, anziani, giovani, parenti, persone segnate dalla povertà, dalla fatica e talvolta dall’alcolismo, ma anche capaci di umorismo, affetto e solidarietà. Questa coralità è uno degli aspetti più caratteristici del romanzo. Erdrich non racconta soltanto la storia di due individui, ma costruisce un mosaico di vite che restituisce la comunità nella sua complessità. La riserva non è idealizzata né ridotta a stereotipo: è un luogo dove convivono fede cristiana e tradizione indigena, desiderio di fuga e bisogno di radici, conflitti familiari e legami profondissimi. Il romanzo funziona proprio perché ogni personaggio aggiunge una sfumatura, una tessera che rende più vivido il quadro generale.
Il contesto storico è fondamentale per comprendere la posta in gioco. Negli anni Cinquanta il governo statunitense sviluppò la cosiddetta termination policy, una politica che mirava a “terminare” alcune tribù native, cioè a revocare il loro riconoscimento federale e a eliminare gradualmente la relazione speciale tra le tribù e lo Stato. Ufficialmente, questa politica veniva presentata come un passo verso l’uguaglianza e l’integrazione: l’idea era che i nativi dovessero diventare cittadini americani “come tutti gli altri”, senza uno status separato. In realtà, . Termination significava sciogliere l’autonomia politica delle nazioni indigene, interrompere la tutela federale sulle terre e sulle risorse, e spesso aprire la strada alla vendita privata dei territori. Poiché molte tribù non possedevano la terra come proprietà individuale ma come bene collettivo, questa trasformazione si traduceva facilmente in perdita di terre, impoverimento e disgregazione sociale. Uno dei provvedimenti simbolo di questa politica fu la House Concurrent Resolution 108 del 1953, che dichiarava l’intenzione di terminare specifiche tribù e di eliminare progressivamente la “special relationship” tra governo federale e popolazioni indigene. Nel romanzo, la minaccia che Thomas individua è esattamente questo: un progetto di cancellazione mascherato da riforma amministrativa.

Ed è qui che Il guardiano notturno mostra una delle sue intuizioni più forti: la violenza moderna non sempre si presenta come violenza. Può presentarsi come un documento, un paragrafo, un linguaggio neutro che in realtà contiene un atto di distruzione. Thomas diventa quasi un interprete del pericolo, un uomo costretto a decifrare ciò che molti non riescono nemmeno a immaginare, perché il male non si manifesta con l’urlo ma con l’eufemismo. La sua lotta assume quindi un valore simbolico enorme: è la battaglia contro un sistema che cancella senza sparare.
La linea narrativa di Patrice completa questo discorso politico mostrando la cancellazione sul piano individuale e sociale. La città diventa il luogo dove l’identità indigena non è riconosciuta come cultura e dignità, ma come vulnerabilità. Il contrasto tra riserva e città non è costruito in modo semplicistico: la riserva non è un paradiso, ma appare comunque come uno spazio in cui esiste appartenenza, mentre la città è il luogo dell’isolamento e dell’esposizione al pericolo. Patrice sperimenta quanto sia fragile la vita di una giovane donna nativa fuori dalla protezione comunitaria, e questa esperienza rende ancora più evidente la continuità tra la politica federale e la violenza sociale: se un popolo può essere reso invisibile per legge, anche un individuo può essere reso invisibile nella realtà.
La scrittura di Erdrich sostiene questo impianto con una voce che riesce a essere al tempo stesso lirica e concreta. La narrazione è corale e spesso frammentaria, nel senso che si sposta da un personaggio all’altro e costruisce un tessuto ampio piuttosto che una linea unica e tesa. Per alcuni lettori questo andamento può risultare lento, ma è proprio questa struttura a rendere credibile la rappresentazione della comunità: la vita collettiva non è un filo unico, è un intreccio. Inoltre nel romanzo affiorano elementi spirituali e simbolici, legati alla cultura indigena, che non trasformano la storia in qualcosa di fantastico, ma aggiungono profondità e stratificazione. È come se la realtà fosse sempre accompagnata da un secondo livello: memoria, mito, sogno, tradizione.
Il romanzo è attraversato da temi potenti: la sopravvivenza culturale e l’identità, la famiglia e la comunità come rifugio e responsabilità, il contrasto tra la vita nella riserva e l’esperienza urbana, la violenza strutturale che passa attraverso le istituzioni e i corpi, la dignità quotidiana di chi resiste senza essere celebrato. Thomas e Patrice incarnano due modalità complementari di resistenza: la resistenza lenta, politica e collettiva, e quella immediata, personale e corporea. Entrambe sono faticose, entrambe richiedono sacrificio, e nessuna delle due può esistere senza l’altra.
Anche il finale, senza entrare nello spoiler, segue questa coerenza: non offre una chiusura rassicurante o artificiosamente “risolutiva”, ma restituisce la sensazione che la storia di un popolo non finisca con un capitolo. Ci sono risultati, conseguenze, ferite che restano e forme di sopravvivenza che non coincidono con la felicità, ma con la possibilità di continuare a esistere. Il lettore arriva all’ultima pagina con la consapevolezza di aver assistito non a una favola chiusa, ma a un segmento di una lunga battaglia, e questo è forse uno degli aspetti più maturi e realistici dell’opera.
In definitiva, Il guardiano notturno è un romanzo politico nel senso più alto del termine: non propaganda, ma rivelazione. Racconta come un popolo possa essere minacciato non attraverso la guerra, ma attraverso la burocrazia e l’assimilazione forzata, e mostra come la resistenza possa assumere forme diverse, dalla scrittura di una lettera alla ricerca disperata di una sorella. Louise Erdrich costruisce un mondo narrativo che non si limita a denunciare: restituisce persone reali, con desideri, difetti, ironia e dignità, e rende evidente che la sopravvivenza non è un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano. Il romanzo veglia su una storia che troppo spesso è stata lasciata nel buio, e nel farlo riesce a trasformare una vicenda specifica, radicata in un contesto preciso, in un racconto universale sulla resistenza, sulla memoria e sul diritto di esistere.
Qui potete leggere l’incipit del romanzo.

Louise Erdrich è autrice di quattordici romanzi, poesie, racconti, libri per l’infanzia e di un memoir sulla sua precoce maternità. Molto premiata per la sua opera, è unanimemente considerata una delle più importanti scrittrici americane contemporanee. Ha pubblicato con Feltrinelli: Tracce (1992), La casa di betulla (2006), Passo nell’ombra (2011), La casa tonda (2013), con cui si è aggiudicata il National Book Award 2012, Il giorno dei colombi (2013), finalista al premio Pulitzer per la narrativa nel 2009, LaRose (2016), che gli è valso il National Book Critics Circle Awards, La casa futura del Dio vivente (2018) e Il guardiano notturno (2021) con il quale ha vinto il premio Pulitzer 2021. Vive in Minnesota con le figlie ed è la proprietaria di Birchbark Books, una piccola libreria indipendente.



Non conosco l’autrice ma alcuni strumenti e la perversione che ne fa mi intrigano, da come li poni. Segno!
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Per me è stata una grande rivelazione.
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Bellissima recensione, per un romanzo che sarà sicuramente bello da leggere
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Mi ha tenuta in ostaggio per una settimana, ho voluto percorrerlo con tutta l’attenzione che merita una opera così bella.
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