I convitati di pietra, di Michele Mari, Einaudi 2025, pp. 168

Con I convitati di pietra, lo scrittore milanese Michele Mari costruisce un congegno narrativo tanto semplice nell’idea quanto inquietante nelle conseguenze: trasformare il tempo in una scommessa e la sopravvivenza in un capitale. Da questo presupposto nasce un romanzo che, sotto la forma di un gioco tra ex compagni di scuola, finisce per interrogare alcune delle ossessioni più profonde della modernità borghese: il calcolo, la competizione, il desiderio di controllo sul destino. Non è un caso che il libro, entrato nella dozzina del Premio Strega, scelga come punto di partenza un gesto apparentemente goliardico: la scommessa stipulata da un gruppo di “maturati” che decidono di trasformare il passare degli anni in una lotteria macabra. Da quel momento, però, il tempo smette di essere soltanto la misura della vita e diventa una posta in gioco, capace di ridisegnare amicizie, rivalità e destini individuali.

Al centro del romanzo stanno i compagni di scuola: presenze che il tempo non cancella e che continuano ad affiorare nelle vite adulte come convitati silenziosi al lungo banchetto dell’esistenza, dove si intrecciano amori, malattie, ambizioni e fallimenti.
La scrittura di Mari, affilata ma capace di pietas, lavora sulla precisione della parola senza cadere nel manierismo: ogni termine sembra calibrato con cura, mentre il gusto per il gioco linguistico emerge già nei cognomi degli studenti dell’appello, elencati con un ritmo che ricorda tanto le formazioni delle squadre di calcio quanto le litanie della memoria scolastica. In questo movimento tra ossessione catalogatoria, introspezione, toponomastica  e cultura cinematografica, I convitati di pietra si configura come un romanzo nero che ironizza sul tempo che scorre e sul destino che incombe.

La vicenda prende avvio nel 1975. Trenta giovani appena diplomati al Liceo Classico Giovanni Berchet, sito in via della Commenda 26,di Milano, ex studenti della III A (la sezione dei più bravi), decidono di siglare una scommessa collettiva tanto bizzarra quanto vincolante. Durante una cena celebrativa stabiliscono che ciascuno di loro verserà ogni anno una somma di denaro in un conto bancario comune. Con il passare del tempo il fondo crescerà fino a raggiungere una cifra considerevole, ma a beneficiarne potranno essere soltanto gli ultimi tre membri della classe rimasti in vita.

La scommessa è accompagnata da un rituale preciso: ogni 22 luglio gli ex compagni si ritrovano nello stesso ristorante per una cena di ricongiungimento, occasione durante la quale viene fatta la conta dei superstiti. In questo modo il tempo si trasforma letteralmente in denaro, e ogni anno trascorso aumenta il valore del premio finale.

Su questa premessa Mari costruisce un ingranaggio narrativo inesorabile. Il passare degli anni diventa il motore di un domino di eventi, raccontati con una rapidità quasi cronachistica, insolita rispetto alla consueta densità stilistica dell’autore. Le cene annuali scandiscono il calendario della storia, mentre il numero dei partecipanti si assottiglia progressivamente.

Il narratore dirige la vicenda con mano ferma, disponendo i personaggi come pezzi su uno scacchiere in cui, con il trascorrere degli anni, alleanze e rivalità si ridefiniscono continuamente. Gli ex compagni si avvicinano e si allontanano, si raggruppano in piccole fazioni, coltivano amicizie ma anche rancori destinati a sedimentare nel tempo. La scommessa, nata come un gesto quasi goliardico, finisce così per alterare progressivamente gli equilibri del gruppo, alimentando un clima di sospetto e competizione in cui invidie latenti e rivalità personali trovano terreno fertile, fino a sfociare, talvolta, in esiti apertamente violenti.

Non mancano momenti di esitazione: qualcuno prova a rimettere in discussione il patto, a modificarne i termini o addirittura a interrompere la scommessa. Tuttavia nessun ripensamento morale riesce a fermare il meccanismo ormai avviato. Il romanzo assume così la forma di un vero e proprio ordigno a orologeria, in cui le morti, talvolta naturali e talvolta sospette o violente, si alternano alle rituali cene di “rendicontazione dei superstiti”. Durante questi incontri, oltre alla conta dei vivi e dei morti, i partecipanti si aggiornano quasi clinicamente sullo stato delle proprie malattie, trasformando il bilancio dell’esistenza in una sorta di macabra contabilità.

Progressivamente diventa chiaro che i protagonisti non sono soltanto i giocatori della partita, ma anche le pedine di un meccanismo che li supera. Se da un lato perseguono i propri interessi e le proprie strategie, dall’altro sembrano agiti da una logica impersonale, come se la scommessa stessa avesse assunto una forza autonoma.

Uno degli aspetti più notevoli del romanzo è la capacità di Mari di caratterizzare i suoi personaggi con pochi tratti essenziali. Attraverso rapide pennellate emerge un campionario variegato della borghesia milanese della generazione dei boomer: uomini e donne provenienti da ambienti piccoli, medi e alto-borghesi, formatisi in uno dei licei classici più prestigiosi del centro cittadino. Nel tratteggiare questo mosaico umano lo scrittore alterna ironia e deformazione grottesca, dimostrando ancora una volta la sua abilità nel maneggiare il registro comico senza perdere profondità narrativa.

In un romanzo che mette in scena oltre trenta protagonisti, Michele Mari riesce a evitare la dispersione grazie a una strategia narrativa precisa: i personaggi sono tratteggiati con pochi tratti incisivi, spesso quasi caricaturali, che li rendono immediatamente riconoscibili. Più che ritratti psicologici approfonditi, Mari costruisce una sorta di campionario umano, in cui ogni figura incarna una declinazione possibile della borghesia milanese cresciuta negli anni Settanta. La classe della III A del liceo Liceo Classico Giovanni Berchet appare così come una piccola società in miniatura, dove ambizioni, rivalità, fragilità e ossessioni personali si intrecciano con il meccanismo spietato della scommessa.

Tra i personaggi che emergono con maggiore forza spicca Rivadeneyra, amministratore del tesoretto, personaggio che sembra muoversi tra razionalità strategica e fatalismo. In lui si avverte con chiarezza la tensione tra il desiderio di controllare il gioco e la progressiva consapevolezza di esserne diventato prigioniero. Rivadeneyra rappresenta in qualche modo lo sguardo più lucido sul funzionamento dell’intero meccanismo, diventando così uno dei punti di osservazione privilegiati sul funzionamento dell’intero congegno narrativo.

Diverso è il caso di Brodo, personaggio in cui Mari lascia emergere con particolare evidenza la vena grottesca del romanzo. Attorno a lui si addensa una sorta di metaspazio mentale fatto di elucubrazioni sempre più sofisticate e autoreferenziali, un universo privato in cui il pensiero tende a ripiegarsi su se stesso fino a sfiorare la caricatura. In questa dimensione prende forma anche il tratto più memorabile del personaggio: Brodo è l’onanista che, a forza di reiterare prestazioni quasi agonistiche, sviluppa un caratteristico tic alla mano. Il dettaglio, narrato con l’ironia spietata tipica di Mari, trova col tempo il suo contrappasso in un tremolio che finisce per assumere i tratti di un Parkinson inverato, come se il corpo stesso conservasse memoria degli eccessi della giovinezza e li restituisse, anni dopo, sotto forma di destino fisiologico. In questa figura il registro comico e quello macabro si intrecciano, rivelando uno degli aspetti più riconoscibili della scrittura di Mari: la capacità di trasformare il dettaglio corporeo in una piccola allegoria del tempo che passa.

Semprini appare invece come uno dei personaggi più appartati e singolari del gruppo. Il suo rapporto con la scommessa è attraversato da esitazioni e da una sorta di distacco ironico, come se percepisse con maggiore lucidità l’ambiguità morale del gioco in cui è coinvolto. La sua esistenza sembra infatti gravitare attorno a un’altra, ben più privata ossessione: l’ammirazione sconfinata per l’attore americano Gene Hackman, che insieme all’altra sua passione e cioè i fumetti, è il centro della sua vita. Semprini ne rivede instancabilmente i film, che conosce ormai a memoria, trasformando questa passione in una vera e propria pratica quasi rituale. Parallelamente lavora da anni a un’opera monumentale dedicata alla carriera dell’attore, un progetto enciclopedico che aspira a raccogliere e commentare l’intera filmografia di Hackman. Non sorprende allora che Semprini coltivi un proposito molto preciso: se dovesse figurare tra i superstiti della scommessa, vorrebbe destinare la somma vinta proprio alla realizzazione e alla pubblicazione di questo lavoro, come una sorta di tributo definitivo al suo idolo. In lui l’ossessione cinefila assume così i tratti di una vocazione totalizzante, che introduce nel romanzo un ulteriore livello di riflessione sul rapporto tra memoria, culto personale e costruzione del mito.

Particolarmente significativa è anche la presenza delle figure femminili, che Mari tratteggia con un misto di ironia e crudezza. La Ricci, la Podestà e la Migliavacca rappresentano diverse varianti di un’identità borghese femminile che si muove tra conformismo sociale e strategie di sopravvivenza personale. In queste figure si riflettono le trasformazioni della generazione dei baby boomer, osservate però attraverso una lente ironica che ne mette in risalto tic, contraddizioni e fragilità.

Tra le presenze più memorabili spicca la Bathory, discendente di una nobile (e alquanto truce) dinastia ungherese, il cui nome stesso richiama un immaginario oscuro e vagamente gotico. Il personaggio sembra incarnare la dimensione più nera e inquietante del romanzo, accentuando quella sensazione di fatalità e di attrazione per la morte che accompagna la scommessa sin dalle sue origini.

Non è tuttavia il caso di snocciolare qui tutti i trenta nomi e i rispettivi destini: farlo significherebbe sottrarre al lettore una parte essenziale del piacere della scoperta. Anche perché uno dei tratti più affascinanti della scrittura di Michele Mari sta proprio nella capacità di coniugare nomi — mai casuali — e traiettorie individuali, in una costruzione in cui nemmeno il dettaglio apparentemente più insignificante risulta gratuito. È qualcosa che si coglie pienamente solo procedendo nella lettura, quando, quasi retrospettivamente, emerge con chiarezza il disegno complessivo che tiene insieme questa variegata galleria di personalità.

Nel loro insieme, questi personaggi non costituiscono soltanto il cast di una storia, ma diventano il ritratto collettivo di una generazione. Attraverso le loro traiettorie individuali, il romanzo racconta infatti l’evoluzione sociale e morale di un gruppo cresciuto nella Milano della seconda metà del Novecento, mostrando come il passare degli anni trasformi amicizie, ambizioni e paure.

La scommessa, che all’inizio appare come un gioco goliardico tra compagni di scuola, si rivela così uno strumento narrativo capace di portare alla luce le tensioni più profonde di quel microcosmo umano. Con il passare del tempo, ciascun personaggio diventa insieme concorrente, testimone e vittima di una partita che sembra non avere mai fine.

Ma I convitati di pietra è anche, in modo molto marcato, un romanzo sulla città di Milano. Il racconto è disseminato di riferimenti toponomastici precisi, che disegnano una mappa dettagliata degli spazi urbani attraversati dai protagonisti. Il narratore segue infatti il reticolo delle loro abitazioni, dei luoghi di ritrovo e delle traiettorie quotidiane, fino ad arrivare, con un’ironia quasi beffarda, alle chiese in cui si celebrano i funerali dei partecipanti via via scomparsi.

Alla base del romanzo si trova una riflessione su tre elementi strettamente intrecciati: il tempo, il denaro e la competizione sociale. La scommessa ideata dagli ex compagni trasforma infatti il passare degli anni in un valore economico: più il tempo scorre, più cresce la somma destinata ai vincitori. Questo meccanismo produce una situazione paradossale: la sopravvivenza stessa diventa una forma di capitale, mentre la morte degli altri concorrenti aumenta le probabilità di guadagno. In tal modo Mari porta alle estreme conseguenze una logica tipicamente borghese, quella che tende a trasformare ogni aspetto dell’esistenza in una forma di calcolo.

Il titolo I convitati di pietra richiama una celebre figura della tradizione letteraria legata al mito di Don Giovanni, dove il “convitato di pietra” è la statua del Commendatore che, invitata per scherno a cena, si presenta davvero come presenza muta e inquietante, incarnazione della morte e del destino. Nel romanzo di Michele Mari, l’espressione allude simbolicamente agli ex compagni di classe che, vivi o morti, continuano a incombere sulle vite degli altri, come presenze silenziose al lungo banchetto del tempo.

Pur nella sua originalità, I convitati di pietra si inserisce con coerenza nel percorso narrativo di Mari. Come in Leggenda privata, ritorna l’ossessione per la memoria e per il passato che continua a esercitare la sua influenza sul presente. Allo stesso tempo, la dimensione ludica e avventurosa della trama richiama la libertà narrativa di romanzi come Roderick Duddle. In questo nuovo libro, tuttavia, Mari sembra combinare questi elementi con una maggiore attenzione alla dimensione sociale e generazionale, trasformando la storia di una classe liceale in un affresco ironico e inquietante della borghesia milanese.

Alla fine della lettura appare chiaro che la scommessa al centro del romanzo non è soltanto un espediente narrativo, ma una potente metafora dell’esistenza. I protagonisti credono di partecipare a un gioco, ma finiscono per scoprire che il vero arbitro della partita è il tempo stesso. In questo senso I convitati di pietra racconta qualcosa di più di una storia di amicizia e rivalità: racconta la trasformazione di una generazione che, nel tentativo di controllare il proprio destino, si ritrova invece intrappolata in un meccanismo che amplifica paure, ambizioni e fragilità. Con la consueta abilità stilistica, Mari costruisce così un romanzo che è insieme gioco letterario, satira sociale e meditazione sul passare degli anni.

Qui potete leggere l’incipit del romanzo.