INCIPIT
Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa dei nesci, e Brodo indicasse la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, più che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. Tanta modestia, tuttavia, non aveva nulla di nobile: al contrario corrispondeva all’imbarazzo che ciascuno provava dentro di sé, e in misura crescente con il passare degli anni, nei confronti di un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.
Qualcuno, dunque, reggendo in mano una fotografia della loro classe e scrutinandone i volti, mentre altri gli si assiepavano alle spalle allungando i colli per vedere anche loro, qualcuno dunque doveva aver buttato là il commento secondo il quale nella mente di Dio o più laicamente nel fato o ancora più laicamente nel caso era già previsto chi di loro sarebbe morto per primo e chi per secondo e chi per terzo e così via fino all’ultimo superstite, previsione o predizione in cui erano dettagliatamente compresi i tempi e i modi di ognuna di quelle dipartite.

