Giugno è il mese in cui la voglia di partire comincia a farsi sentire sul serio. Le giornate si allungano, le valigie iniziano a fare capolino dagli armadi e, per chi ama leggere, cresce il desiderio di scegliere le storie che accompagneranno l’estate. Perché ogni libro è una partenza: a volte verso luoghi lontani, altre verso epoche dimenticate, vite sconosciute o domande che non sapevamo di avere. E non importa se il viaggio sarà in treno, in aereo, sotto l’ombrellone o sul divano di casa: la letteratura continua a essere il mezzo di trasporto più economico, sostenibile e sorprendente che abbiamo.
Le pagine che seguono ci portano dalle strade di Istanbul alle coste irlandesi battute dal vento, dai quartieri di New York alle campagne del Portogallo, fino al cuore del Congo. Incontreremo amori, misteri, avventure, storie di famiglia, riflessioni sul nostro rapporto con la natura e vicende dimenticate che meritano di essere riportate alla luce, come quella di un’artista cubana cancellata dalla memoria. Un itinerario fatto di libri e di mondi da esplorare, per chi non ha mai smesso di credere che ogni lettura possa essere una forma di viaggio.
A questo punto resta solo il dilemma più piacevole dell’estate: decidere quale libro infilare per primo in valigia, sul comodino o nello zaino. Che scegliate di partire davvero o di viaggiare restando all’ombra di un ombrellone, di un albero o del ventilatore di casa, vi auguro un’estate piena di storie capaci di farvi perdere la cognizione del tempo, rimandare qualche faccenda di troppo e aggiungere una destinazione inattesa ai vostri itinerari. Perché certi viaggi finiscono con il ritorno a casa, mentre quelli migliori si chiudono semplicemente girando l’ultima pagina.

Passando dall’Amazzonia alle Ande e infine all’Australia, questo libro ci svela concezioni del mondo esenti dal vizio dell’antropocentrismo, volte a configurare invece un sistema-Terra che è fitto di interconnessioni tra umano e non umano. Apparentemente isolate e impossibilitate – né interessate – a comunicare tra loro, queste culture e le loro ontologie condividono in realtà molte proprietà, e scopriamo allora che la distanza non impedisce un’intuizione comune, che affonda le sue radici nella realtà di una natura con cui dovremmo anche noi riconciliarci, stringendo un vero e proprio patto con il mondo che ci circonda.
Il libro è uscito ad aprile; se non lo avete già letto, ve lo consiglio per stimolare qualche riflessione sul nostro mondo contemporaneo.

Basato su una storia vera, il libro racconta l’amore nato nel 1965 tra una giovane della Germania Est e uno studente svizzero, separati dalle barriere politiche e burocratiche della Guerra Fredda. Determinati a stare insieme, i due affrontano ostacoli apparentemente insormontabili, tra controlli di frontiera, sorveglianza statale e tentativi falliti di ottenere il permesso di vivere insieme. Dopo anni di difficoltà e strategie sempre più rischiose, elaborano un piano audace per conquistare la propria libertà. A ricostruire questa vicenda è il loro figlio, Thomas Strässle, che intreccia memoria familiare, documenti storici e suspense da romanzo di spionaggio in un racconto di amore, coraggio e resistenza ai confini imposti dalla storia.

Elizabeth Gilbert, a distanza di vent’anni da Mangia prega ama, torna a raccontare di sé. Con l’autenticità e il coraggio che l’hanno resa famosa, Gilbert ci regala un altro memoir pieno di amore e dolore sulla fragilità umana, e su come le persone che amiamo siano insieme la nostra condanna e la nostra salvezza.
Giù fino al fiume racconta il legame profondo tra Elizabeth e Rayya, amiche e amanti unite da una connessione così intensa da identificare la morte con il simbolico “fiume” verso cui accompagnarsi a vicenda. Quando Rayya si ammala gravemente, Elizabeth affronta insieme a lei un percorso segnato dall’amore, dalla perdita e dalla consapevolezza della fine. Il libro esplora anche i temi della dipendenza, dell’ossessione affettiva e dell’autodistruzione, mostrando come il dolore possa spingere oltre ogni limite. Attraverso questa esperienza, l’autrice compie un viaggio di sofferenza ma anche di rinascita, riflettendo sul coraggio necessario non solo per morire, ma soprattutto per continuare a vivere.

Tenebra segue il viaggio di Pierre Claes, un geometra belga incaricato di delimitare i confini del Congo coloniale alla fine dell’Ottocento. Risalendo il fiume Congo insieme a un gruppo eterogeneo di compagni, tra cui il tatuatore cinese Xi Xiao, si confronta con la brutalità del sistema coloniale e con la violenza che permea il territorio. Immerso in una natura grandiosa e inquietante, Claes sprofonda in una crisi esistenziale che lo porta a cercare una trasformazione profonda.
Tra destino, amore e morte, il romanzo intreccia avventura, riflessione filosofica e denuncia storica in una discesa nelle tenebre dell’animo umano e dell’imperialismo.

In Il canto dell’anguilla, Massimo Bubola rievoca un viaggio compiuto nell’Irlanda degli anni Settanta, un paese ancora autentico, rurale e profondamente legato alla musica. Attraverso ricordi di incontri, paesaggi, pub e tradizioni, l’autore racconta un’esperienza che ha segnato la sua formazione umana e artistica, fino a ispirare la celebre canzone Il cielo d’Irlanda, scritta nel 1992 e portata al successo da Fiorella Mannoia, che l’ha inclusa nel suo celebre album I treni a vapore.
Il libro è insieme memoir, diario di viaggio e riflessione poetica su un mondo fatto di accoglienza, memoria e bellezza, in cui il percorso fisico diventa anche una ricerca interiore delle proprie radici emotive e creative.

Anita de Monte ride per ultima è un’avvincente e spiritosa riflessione sul potere, sull’amore e sul mondo dell’arte contemporanea; con acume e umorismo, nel suo secondo romanzo la statunitense Xochitl Gonzalez mette a nudo le spietate dinamiche che governano il rarefatto mondo dell’élite.
Anita de Monte ride per ultima intreccia due storie separate dal tempo. Nel 1985, la promettente artista cubana Anita de Monte è all’apice della carriera quando muore in circostanze sospette, e il suo caso viene presto dimenticato. Tredici anni dopo, Raquel, una giovane studentessa di Storia dell’arte che fatica a trovare il proprio posto in un ambiente elitario, scopre la vicenda di Anita mentre lavora alla sua tesi. Indagando sulla sua vita e sulla sua morte, porta alla luce verità scomode nascoste dietro il mondo dell’arte, del privilegio e del potere. Il romanzo è insieme un mistero, una critica alle disuguaglianze sociali e una riflessione sulla memoria e sulla cancellazione delle voci femminili e marginalizzate dalla storia.

Compendio di forza e fede nella vita, Misericordia – ultimo acclamato romanzo della scrittrice portoghese Lídia Jorge – è una storia al tempo stesso ironica e gentile, un mix indimenticabile di lacrime e sorrisi. Il ritratto di una donna eccezionale guidata dall’immortalità della speranza: Dona Albertì vive nella casa di riposo Hotel Paraíso, ricavata da un ex albergo di lusso in una immaginata stazione balneare del Portogallo, poco prima che esploda la catastrofe sanitaria del Covid. La sua vista è debole ma lei è perfettamente in grado di valutare le circostanze e le persone intorno a lei: si ribella alla freddezza di alcuni inservienti, all’omofobia degli ospiti che giocano a carte, e segue da vicino le storie d’amore che nascono all’interno della struttura. Mentre registra ciò che accade, noi ci lasciamo accompagnare da questa straordinaria vecchia signora che ha mantenuto intatta la memoria, la curiosità e una fertile immaginazione.

Un romanzo allegro, sorprendente, gustoso, colorato, documentato, violento, poetico e commovente dove non succede mai quello che ti aspetti.
Gangnam racconta la storia di Marc Verneuil, un ex poliziotto francese che si reca a Seul con la moglie Madeleine Verneuil. Quando lei scompare misteriosamente, Marc si trova solo in una città che non conosce e avvia una disperata ricerca. Ad aiutarlo intervengono Gangnam, ex poliziotto legato agli ambienti criminali, e l’ispettrice Park. L’indagine si complica con la morte sospetta di una star del K-pop e con il coinvolgimento della mafia locale, dando vita a un thriller ricco di colpi di scena, umorismo e tensione. Sullo sfondo emerge una Corea del Sud moderna, contraddittoria e affascinante, dove nulla è davvero come appare.

In questo esordio struggente e poetico, Açelya Yönaç celebra la sua terra d’origine dalle molte anime, opposte ma vicine come le sponde del Bosforo, il guado dove secondo la leggenda vanno a infrangersi i sogni.
La casa turca segue il ritorno a Istanbul di Asena Bulut, una scrittrice emigrata da molti anni che si trova sospesa tra due identità, quella turca e quella occidentale. Tornata ufficialmente per ricevere un premio letterario, in realtà è alla ricerca del fratello scomparso, un giornalista impegnato politicamente. Mentre attraversa una città profondamente cambiata e si confronta con persone che incarnano visioni diverse della Turchia contemporanea, Asena intraprende anche un viaggio interiore per riconciliarsi con il proprio passato, le proprie radici e le ferite mai rimarginate. Il romanzo intreccia memoria, identità, appartenenza e ricerca della verità sullo sfondo di una Istanbul affascinante e contraddittoria.

Driver è un uomo solitario cresciuto tra difficoltà e abbandoni, che ha imparato a contare solo su sé stesso. La sua unica vera abilità è guidare: di giorno lavora come stuntman a Hollywood, di notte come autista per criminali. Nella Los Angeles dei contrasti, tra il fascino del cinema e i quartieri più oscuri, stringe un legame con la vicina Irina e con suo figlio. Quando il marito di lei, Standard, appena uscito di prigione, viene coinvolto in un affare pericoloso, anche Driver finisce trascinato in una spirale di violenza, tradimenti e vendetta. Costretto a scegliere tra sopravvivenza e senso morale, scopre che saper guidare non basta più. Il romanzo è insieme un noir teso e un ritratto malinconico di un antieroe che cerca di fare la cosa giusta in un mondo corrotto.
Dal romanzo Drive è stato tratto il film Drive, diretto da Nicolas Winding Refn e interpretato da Ryan Gosling nel ruolo del Driver. Uscito nel 2011, il film ebbe un grande successo di critica e valse a Nicolas Winding Refn il premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2011. Oggi è considerato uno dei noir più influenti degli anni 2010.

Un thriller ambientato in una terra selvaggia e simbolica, dove la natura non è semplice sfondo ma presenza viva, e dove l’indagine esplora il sottile confine tra istinto e ragione.
Il corpo di una biologa in fondo alla tana di un lupo. Un delitto che sfida scienza e ragione. A indagare è Alma Rovere, l’investigatrice che non dimentica nulla. E la verità potrebbe nascondersi nella sua stessa memoria. Nei silenzi profondi dei Monti Sibillini, il corpo di una biologa viene trovato nella tana di un lupo. L’autopsia rivela un dettaglio sconvolgente che racconta una storia oscura, incomprensibile. Le indagini vengono affidate ad Alma Rovere, giovane capitano dei carabinieri con una rarissima anomalia neurologica: l’ipertimesia, o memoria assoluta. Ogni parola, gesto e particolare resta impresso nella sua mente per sempre. Una capacità investigativa straordinaria, e insieme una condanna. Per fermare un killer feroce, Alma si addentrerà nel fitto dei boschi, svelando riti antichi e segreti sepolti dal tempo. Ma forse la chiave del mistero non si trova tra le montagne. Forse è custodita dentro di lei, nei ricordi che non le danno pace.

I Mondiali immaginari immagina un torneo impossibile in cui le più grandi nazionali di ogni epoca si sfidano al di fuori dei confini del tempo e della storia. Attraverso partite fantastiche ma raccontate con realismo e passione calcistica, il libro mette a confronto stili di gioco, campioni leggendari e squadre entrate nel mito, intrecciando sport, memoria e immaginazione. A guidare il racconto è il radiocronista Orazio Pánama, testimone di un torneo che diventa anche una riflessione sul Novecento, sull’identità collettiva e sul potere del calcio di unire generazioni, culture e sogni.

Tra l’Europa e l’America, il grande viaggiatore Jan Brokken (autore che amo e di cui vi ho raccontato diversi libri) firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale.
È sempre sulle orme dei grandi compositori, poeti e scrittori che Jan Brokken gira il mondo. E se non è lui a inseguire loro, sono loro a trovare lui. Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale. Dvořák l’aveva conosciuto in gioventù, durante un mese in Boemia su un’auto scassata: allora l’aveva ascoltato con Alena, appassionata di Beatles in cerca di una fuga oltre la Cortina di ferro. Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere. Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi. Testimonianze di una vita a inseguire la grande cultura europea e americana, da conoscere in prima persona: negli incontri con scrittori come Kadare, visto in carne e ossa in un bar di Tirana, o ammirando i capolavori di Matisse. Ma soprattutto, ascoltando con insaziabile curiosità le sinfonie del passato, magari cullato da un treno in corsa, perché «non c’è viaggio senza musica, almeno per me».

Dei 556 deputati che all’indomani della guerra compongono l’Assemblea costituente – eletta da milioni di italiani e, per la prima volta, di italiane – soltanto 21 sono donne. Donne caparbie, intrepide e schiette, diversissime per origine, carattere e appartenenza politica, ma accomunate da una convinzione ostinata: la democrazia, senza la metà femminile del mondo, è una promessa scritta a matita. Sono figure straordinarie, spesso dimenticate, che hanno combattuto e versato sangue, guidato lotte operaie, fondato giornali e movimenti politici per ottenere diritti a lungo negati. Serena Dandini le riporta alla luce in un libro appassionato che coniuga impegno civile e ironia, lungo un percorso in cui accanto alle Madri costituenti sfilano attiviste instancabili, donne di spettacolo capaci di dar voce a desideri e ribellioni, nonché giudici e parlamentari che hanno trasformato le battaglie in leggi. Tutte loro hanno contribuito a incrinare abitudini e pregiudizi degli italiani, rendendo possibile il cambiamento culturale da cui è germogliata una rivoluzione lenta, faticosa, tuttora ostacolata, ma irreversibile.
Con il suo stile inconfondibile, impertinente ma rigoroso, Serena Dandini scrive l’avventura delle Madri costituenti che sono state protagoniste di quel momento. Un’«affettuosa genealogia» dove trovano posto anche intellettuali e artiste che le hanno precedute o che ne hanno raccolto il testimone.

Fin dagli albori del tempo, l’uomo ha sentito il bisogno di raccontare, creare mondi, immaginare universi possibili, assecondando un istinto innato e ancestrale. Viviamo oggi l’epoca della più grande proliferazione narrativa dell’umanità. Siamo circondati da storie – nei media, nei social network, nella politica, nel marketing – eppure le narrazioni sembrano diventate incapaci di creare un significato condiviso e un orientamento collettivo, e il loro consumo ossessivo non fa che lasciarci inappagati.
Attraverso un dialogo tra filosofia, letteratura e scienze cognitive, Maura Gancitano indaga perché le storie non riescano più a offrire significato condiviso e appartenenza. Il libro suggerisce che il nostro desiderio più profondo non sia semplicemente quello di consumare narrazioni, ma di sentirci parte di una storia più ampia che dia senso alla nostra esistenza e ci riconosca come protagonisti di un destino collettivo.

