Dal Teatro Romano di Benevento sono stati svelati i sei libri che si contenderanno l’80ª edizione del più prestigioso premio letterario italiano. A guidare la classifica provvisoria è Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), seguito da Matteo Nucci, Teresa Ciabatti, Alcide Pierantozzi, Bianca Pitzorno ed Elena Rui.

La presenza di una “sestina” anziché della tradizionale cinquina è dovuta al regolamento che garantisce la rappresentanza degli editori indipendenti tra i finalisti.

Dopo mesi di attesa e confronti tra lettori, critici e addetti ai lavori, la corsa verso il Ninfeo di Villa Giulia entra ora nella sua fase decisiva. Il vincitore del Premio Strega 2026 sarà proclamato l’8 luglio, al termine di un’edizione che celebra gli ottant’anni del riconoscimento nato nel secondo dopoguerra e diventato un punto di riferimento della narrativa italiana contemporanea.

Ecco i sei finalisti:

Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi)
Con la sua scrittura colta e visionaria, Mari costruisce un romanzo che intreccia memoria, letteratura e fantasmi del passato. Un viaggio nelle ossessioni e nei miti personali dell’autore, dove i confini tra realtà e immaginazione diventano sempre più sfumati.
Il libro di Mari ha già trionfato nella competizione parallela del Premio Strega Giovani, decretato vincitore da una giuria di ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni provenienti da 114 scuole secondarie di secondo grado distribuite in Italia e all’estero.
La mia recensione

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli)
Nucci restituisce un ritratto sorprendentemente umano del grande filosofo greco, raccontandone passioni, amicizie e fragilità. Un romanzo che trasforma la filosofia in esperienza vissuta, avvicinando il lettore a una figura spesso percepita come distante.

Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani)
L’autrice dà vita a una protagonista fuori dagli schemi, una donna capace di sfidare convenzioni e pregiudizi attraverso la propria sensibilità e immaginazione. Un racconto che intreccia storia, emancipazione e desiderio di libertà.

Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori)
Partendo dalla figura di un potente boss mafioso, Ciabatti costruisce un’indagine narrativa che mette continuamente in discussione il rapporto tra verità, racconto e ossessione. Un libro che sfugge alle regole del reportage e del romanzo tradizionale.

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)
Un’opera intensa che esplora il tema della fragilità psicologica e dell’equilibrio precario tra sofferenza e desiderio di rinascita. Pierantozzi affronta il disagio contemporaneo con una scrittura lucida, personale e profondamente coinvolgente.

Elena Rui, Vedove di Camus (L’orma)
Attraverso personaggi segnati dall’assenza e dalla ricerca di senso, Rui riflette sull’eredità ideale e sentimentale di Albert Camus. Un romanzo raffinato che intreccia memoria, relazioni e interrogativi esistenziali, confermando una delle voci più interessanti della narrativa italiana recente.

Quale tra questi sei libri merita, secondo voi, di alzare il celebre liquore giallo della vittoria?