Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Nel cuore del gatto

INCIPIT

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«Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!» urlano di notte nella mia mano. Sono tanti. Bambini per mano alle loro madri, ragazzine con i capelli lunghi, sciolti, che sventolano in aria i loro veli come bandiere, donne a braccetto, ragazzi, uomini, spalla a spalla, vecchi. Sfilano lungo viale Valiasr, sotto i platani, tra i clacson delle auto e il crepitio dei motorini, nel bagliore dei lampioni dorati. Sono disarmati. A ogni passo le loro voci si intrecciano sempre più strette. «Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!»
All’improvviso una voce si stacca dal coro. Una donna grida: «Non ho altre armi che il mio corpo. Il mio destino è combattere col mio corpo per il futuro. Un futuro di libertà.»
Il persiano mi sommerge come un fiume in piena. Il cuore si scioglie, le lacrime mi travolgono. Non sono pronta a sentir parlare persiano su Instagram, da bocche sconosciute che suonano familiari solo per via della lingua.
Nella mia mano si leva nuovamente il coro, come un’onda, stringo forte il telefono, come se l’onda potesse trascinarmi via. Migliaia di bocche non fanno che ripetere quell’unica parola: «Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!»
Una seconda voce si stacca dal coro, una donna canta: «Jin, jîyan, azadî», il coro le fa eco: «Jin, jîyan, azadî», le prime due parole non le capisco, conosco solo azadî, libertà, e il coro adesso canta: «Zan, zendegi, azadi, donna, vita, libertà.»

Il mio feed di Instagram si aggiorna. Vedo il corpo senza vita di una ragazzina. È distesa su un letto. I colori di un reparto di terapia
intensiva, azzurro pallido, verde acqua, ghiaccio. Ha del sangue sull’orecchio. Instagram non nasconde niente. Non importa quanti filtri vengano applicati alle foto, chi vuole può vedere la cruda realtà. Leggo: A Teheran Jina Mahsa Amini è finita in coma per le manganellate della polizia. Ora è morta! Rileggo il suo nome, Jina, Jina con la J. Non avevo mai sentito di nessun’altro che si chiamasse come me.
Sento attraverso il telefono il freddo del suo corpo che mi penetra nelle ossa. Sono nel mio studio, alla scrivania, come congelata,
vedo la ragazza morta nella mia mano, continuo a rileggere il suo nome, Jina con la J. Il corpo morto porta il mio nome. Credevo che il mio fosse un nome inventato. Credevo che mia madre, convinta fino all’ultimo che fossi un maschio, non avesse pensato a nessun nome femminile, e avendo poi visto uscire una bambina ne avesse improvvisato uno cambiando solo una lettera nel nome che voleva darmi, n invece di l, Jina invece di Jila.
Guardo la ragazza che porta il mio nome e mi chiedo perché in quarantasei anni non ho mai sentito di nessuno che si chiamasse come me.

Jina Khayyer

Recensione