Nel cuore del gatto, di Jina Khayyer, Iperborea 2026, traduzione di Silvia Albesano, pp. 304

Ricordo come ci sentivamo leggeri,
bastava chiudere gli occhi,
per riuscire a volare,
come foglie cadute ci lasciammo portare dal vento,
ma la verità si impigliò tra le ciglia
e rimase in attesa,
finché non aprimmo gli occhi.

Negli ultimi anni la letteratura iraniana scritta da donne ha assunto una centralità sempre più evidente nel panorama internazionale. Accanto alle grandi voci già affermate come Marjane Satrapi, Azar Nafisi o Shahrnush Parsipur, si è sviluppata una nuova generazione di autrici che raccontano l’Iran attraverso forme ibride: memoir, romanzo autobiografico, narrazione diasporica, racconto politico e familiare si intrecciano in opere che oscillano continuamente tra memoria privata e trauma collettivo. Molte di queste scrittrici vivono fuori dall’Iran, in Europa o negli Stati Uniti, e proprio la distanza geografica diventa spesso uno strumento narrativo: lo sguardo diasporico permette di osservare il paese con nostalgia, rabbia, senso di colpa e desiderio di riconciliazione insieme. La lingua stessa si trasforma in uno spazio di resistenza, dove poesia, oralità e mito convivono con la cronaca politica.

In questo contesto si inserisce Nel cuore del gatto di Jina Khayyer, pubblicato in Italia da Iperborea. Il romanzo affronta uno dei momenti più drammatici e simbolicamente potenti della storia recente iraniana: l’uccisione di Jina Mahsa Amini nel 2022 e le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”.

Khayyer, nata in Europa da famiglia iraniana, appartiene a quella generazione sospesa fra due appartenenze. La sua scrittura nasce proprio da questa frattura identitaria: essere insieme dentro e fuori dall’Iran, sentirsi erede di una cultura amatissima e contemporaneamente distante dalla vita quotidiana del paese. Nel cuore del gatto riflette questa posizione liminale trasformandola in struttura narrativa. Il libro non è soltanto un romanzo politico, ma anche un viaggio emotivo dentro la memoria familiare, la lingua persiana e il rapporto tra donne di generazioni diverse.

La protagonista, che porta significativamente il nome di Jina, vive in Europa ma mantiene un legame profondissimo con Teheran, dove abitano la sorella Roya e la nipote Nika. Dopo la morte di Mahsa Amini, la donna viene travolta dall’angoscia per ciò che sta accadendo nel paese e per il destino delle persone amate coinvolte nelle proteste. Da questa ferita presente prende forma il racconto del passato: Jina torna con la memoria al suo primo viaggio in Iran, compiuto da adulta, quando aveva finalmente conosciuto la terra evocata per anni nei racconti familiari.

Il romanzo si sviluppa allora come un mosaico di storie. Attraverso città, deserti, antiche rovine e case di famiglia, emergono le figure femminili che hanno attraversato la storia iraniana recente: donne private dei propri sogni dalla rivoluzione islamica, giovani che sfidano apertamente il regime, anziane zie rimaste a custodire frammenti di un mondo perduto. La dimensione del viaggio attraversa il libro da Teheran a Persepoli, fino ai luoghi simbolici della tradizione zoroastriana. Il paesaggio non ha mai una funzione soltanto descrittiva: diventa memoria incarnata, spazio spirituale e archivio del dolore collettivo.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la costruzione dei personaggi femminili. Roya e Nika rappresentano la generazione che vive direttamente la repressione e sceglie la protesta come necessità esistenziale. Iman, che attraversa la città vestita da uomo e senza velo, assume quasi una dimensione leggendaria: è insieme personaggio realistico e figura simbolica della disobbedienza. Le quattro zie anziane, invece, introducono nel testo un tono quasi favolistico. Sembrano provenire da un’altra epoca, sopravvissute alla storia come creature sospese nel tempo. Attraverso di loro il romanzo racconta il peso delle rinunce, dei desideri cancellati e della memoria domestica femminile.

Jina, la narratrice, è probabilmente il personaggio più complesso proprio perché abitato dalla contraddizione. Non ha vissuto pienamente l’esperienza iraniana, ma sente di appartenervi profondamente. Il suo conflitto è quello tipico della diaspora: la percezione di essere sempre parzialmente straniera, sia in Europa sia in Iran. Il romanzo lavora continuamente su questa tensione tra appartenenza e distanza, mostrando come l’identità non sia mai stabile ma composta da strati, perdite e ritorni.

Tra i temi centrali emerge naturalmente quello della libertà femminile. Tuttavia Khayyer evita il rischio del romanzo puramente testimoniale o didascalico. La politica entra nella narrazione attraverso i corpi, le relazioni familiari, i gesti quotidiani e soprattutto attraverso la lingua. L’Iran raccontato nel libro non coincide soltanto con la repressione degli ayatollah: è anche uno spazio culturale antichissimo, attraversato da poesia, musica, rituali e immagini simboliche. In questo senso il romanzo rifiuta ogni rappresentazione semplificata del paese.

Fondamentale è poi il tema della memoria transgenerazionale. Le vite delle donne della famiglia si riflettono le une nelle altre come stanze comunicanti. Le ferite della rivoluzione islamica continuano a produrre conseguenze sulle generazioni successive, ma insieme sopravvive una forma ostinata di resistenza. Il libro suggerisce che la memoria possa essere insieme peso e strumento di sopravvivenza.

Dal punto di vista stilistico, Nel cuore del gatto alterna registri diversi con notevole fluidità. Alla cronaca politica si affiancano momenti lirici e quasi visionari. La lingua cerca spesso un ritmo poetico, insistendo sulla musicalità del persiano e sulla forza evocativa delle parole. Non è casuale che il romanzo venga descritto come un “mosaico”: la struttura procede infatti per frammenti, immagini, ricordi e storie laterali che lentamente costruiscono un quadro complessivo.

La dimensione sensoriale è molto forte: odori, tessuti, cibo, colori del deserto e architetture antiche contribuiscono a creare un Iran vivo e corporeo, lontano sia dall’esotismo turistico sia dalla riduzione geopolitica. In alcuni passaggi il tono sfiora il realismo magico, soprattutto nelle scene dedicate alle zie e alla memoria familiare, dove il tempo sembra piegarsi su se stesso come un tappeto persiano pieno di nodi invisibili.

Il titolo Nel cuore del gatto è uno degli elementi più simbolici del romanzo e richiama innanzitutto una celebre immagine geografica dell’Iran. Nella cultura persiana, infatti, la mappa del paese viene spesso paragonata alla sagoma di un gatto accucciato. È un’immagine molto diffusa, quasi affettiva, che trasforma il territorio nazionale in una creatura viva, domestica, enigmatica. Parlare del “cuore del gatto” significa quindi entrare nel cuore stesso dell’Iran: nella sua memoria, nelle sue ferite, nella sua identità profonda.

Ma il titolo funziona anche su altri livelli. Il gatto è un animale ambiguo, indipendente, difficile da addomesticare completamente. In molte culture mediorientali conserva un’aura quasi sacrale e insieme clandestina: attraversa i confini, osserva, sopravvive. L’Iran raccontato da Jina Khayyer possiede caratteristiche simili. È un paese continuamente controllato e represso dal potere politico, ma attraversato da una vitalità sotterranea che sfugge al controllo. Le donne del romanzo, in particolare, hanno qualcosa di felino: si muovono tra paura e libertà, silenzio e ribellione, vulnerabilità e orgoglio.

Il “cuore” suggerisce poi una dimensione emotiva e intima. Non siamo davanti a un romanzo che vuole spiegare l’Iran dall’esterno in termini geopolitici o storici. Khayyer entra invece nel suo lato interno, sentimentale, corporeo. Il cuore del gatto è fatto di memorie familiari, lingue perdute, legami femminili, dolore collettivo e desiderio di libertà. È il luogo dove convivono amore per il proprio paese e sofferenza per ciò che il paese è diventato.

C’è infine un aspetto legato alla protagonista diasporica. Jina vive fuori dall’Iran ma continua a sentirsi attratta da quel “cuore”, come da qualcosa che pulsa a distanza e che la chiama continuamente. Il titolo allude allora anche a una ricerca identitaria: entrare nel cuore del gatto significa cercare di capire quanto dell’Iran continui a vivere dentro di lei, nonostante l’esilio e la distanza.

Nel complesso, Nel cuore del gatto è un romanzo intenso e stratificato, capace di intrecciare racconto politico, storia familiare e riflessione identitaria senza perdere forza narrativa. Jina Khayyer costruisce un libro che parla dell’Iran contemporaneo ma anche dell’esperienza universale dell’esilio, della nostalgia e della ricerca di sé. Il cuore del titolo diventa allora un luogo simbolico: uno spazio misterioso, libero e inafferrabile, dove convivono paura e desiderio di libertà. In un panorama letterario sempre più attento alle scritture diasporiche e femminili, questo romanzo conferma quanto la narrativa iraniana contemporanea sia oggi una delle più vitali e necessarie.

Qui potete leggere l’incipit.

Scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, Jina Khayyer è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.