Maggio è stato un mese di viaggi. Non quelli che richiedono valigie, biglietti e sveglie all’alba, ma quelli che la letteratura sa organizzare con una puntualità impeccabile: basta aprire un libro e si parte.

Il viaggio è iniziato con La rosa nel vento di Sara Gallardo, un romanzo singolare e affascinante che dall’Europa mi ha accompagnata fino alla Patagonia, tra paesaggi vasti e personaggi in cerca del proprio posto nel mondo. Un attraversamento geografico e interiore insieme, di quelli che lasciano addosso il profumo del vento e della polvere.
Con Un cane andò in cucina di Sepp Mall mi sono invece ritrovata nel Sudtirolo degli anni Trenta. Una terra di confine osservata in uno dei momenti più drammatici della storia europea, dove le vicende private si intrecciano con gli eventi collettivi e dove ogni scelta sembra caricarsi di conseguenze più grandi dei singoli protagonisti.
Da lì sono passata a Confidenza di Domenico Starnone, un romanzo psicologico densissimo, costruito come una trappola elegante. Una storia che scava nelle zone più oscure delle relazioni umane e che non concede tregua. Non sorprende che Daniele Luchetti ne abbia tratto una trasposizione cinematografica tesa e inquieta: sulla pagina, come sullo schermo, è un thriller intimo che lavora sottopelle.
Nel cuore del gatto di Jina Khayyer mi ha portata in Iran; è stata una delle letture più stratificate del mese. Romanzo autobiografico, racconto diasporico, storia familiare e politica allo stesso tempo, si muove tra memoria privata e trauma collettivo, mostrando come le grandi vicende della storia continuino a riverberare nelle vite individuali.
Con Quattro giorni senza mia madre di Ramsès Kefi ho raggiunto le banlieue francesi. Attraverso il racconto di una famiglia emergono temi più ampi: una generazione di figli di immigrati, il rapporto tra genitori e figli, il peso delle origini, il desiderio di emancipazione e il legame ambiguo con una periferia che, come certe madri, sa essere insieme rifugio e gabbia.
Infine, Il santo degli assetati di Omar Di Monopoli mi ha riportata in Italia, in una Puglia aspra e quasi apocalittica, sospesa fuori dal tempo. Un Sud visionario dove la modernità arriva deformata e dove la sete evocata dal titolo non è soltanto fisica: è una mancanza più profonda, morale ed esistenziale, che attraversa luoghi e persone.
Sei libri, sei tappe, molti più mondi. Dalla Patagonia alle Alpi, dalle banlieue francesi alla Puglia, passando per memorie diasporiche e inquietudini domestiche, le letture di maggio mi hanno ricordato quanto la letteratura sappia ampliare gli orizzonti. Non solo quelli geografici, ma anche quelli umani. E, considerato il prezzo dei voli negli ultimi tempi, è un vantaggio tutt’altro che trascurabile.
Sono state tutte letture avvincenti e appaganti, capaci di lasciarmi qualcosa. E qui arriva il momento più complicato del mese: eleggere il libro vincitore.
Non ho una griglia di valutazione, non assegno voti, non compilo classifiche con parametri scientifici. La mia giuria è composta essenzialmente da impressioni, emozioni e da quella strana eco che alcuni libri continuano a produrre anche giorni dopo l’ultima pagina. Conta ciò che mi è rimasto dentro, quanto ho pensato a una storia una volta chiuso il libro, quanto mi sono riconosciuta in un personaggio, in un luogo, in una nostalgia, in una domanda.
Insomma, ogni mese finisco per scegliere il libro che, per ragioni spesso difficili da spiegare e forse proprio per questo autentiche, mi ha conquistata più degli altri.
E questo mese il mio libro del mese è Nel cuore del gatto, di Jina Khayyer, Iperborea 2026, traduzione di Silvia Albesano, pp. 304

Tra tutte le storie lette a maggio, è quella che ha lasciato l’impronta più profonda. Forse perché riesce a tenere insieme molte cose senza mai dare l’impressione di volerlo fare: la storia personale e quella collettiva, la dimensione familiare e quella politica, il ricordo e la perdita, le radici e lo sradicamento. È un libro che parla di identità, appartenenza e memoria con una naturalezza disarmante, senza semplificare e senza cercare scorciatoie emotive.
Più passavano i giorni, più mi rendevo conto che continuavo a pensarci. E alla fine credo che sia proprio questo il criterio che conta davvero: non il libro che ho ammirato di più, ma quello che mi ha accompagnata più a lungo. Quello che, una volta chiuso, non aveva ancora smesso di raccontare la sua storia.


M’ispira Il santo degli assetati, lo cercheró grazie. Tra i libri che ho letto a maggio forse il migliore é stato L’ibisco viola, ma é stato fortunato perché non ho letto titoli che mi hanno particolarmente colpito il mese passato.
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Vado a vedere di cosa parla.
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Leggo due libri tra cui “Lezioni sull’Odio” di Michela Murgia che, nonostante sia di poche pagine (avesse trattato altro argomento l’avrei già terminato) leggo e rileggo più volte certi passaggi. Scrive di punti di vista ai quali non avevo mai riflettuto, mi mette in discussione…a volte mi innervosisce. Insomma sono ancora a metà libro.
L’altro libro “La felicità di leggere libri” di Richard De Bury (se ne parlava in un blog, qui https://graffitiprovinciali.wordpress.com/2026/03/30/la-felicita-di-leggere-libri/ ) l’ho provvisoriamente abbandonato a metà perchè mi ha chiamato il libro della Murgia….
Entrambi molto interessanti.
Tra i libri che hai letto avrei fatto la tua stessa scelta: l’Iran non lo conosco e leggerlo mi arricchirebbe
grazie
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