INCIPIT
1. Un giorno
Un giorno, molto tempo prima dei disordini, si dileguò senza dire una parola e non tornò più. E poi, un altro giorno, quarantatré anni dopo, crollò appena entrato in casa, in una piccola città inglese. Era tardi il giorno in cui accadde, stava rientrando dal lavoro, ma era anche tardi in assoluto. Aveva trascurato le cose per troppo tempo e non poteva incolpare che sé stesso.
Lo sentì arrivare, il crollo. Non col timore della rovina che lo accompagnava da sempre, ma con la sensazione che qualcosa di deliberato e robusto incombesse su di lui. Non si trattava di un colpo improvviso, piuttosto era come se la bestia avesse girato lentamente il capo verso di lui, l’avesse riconosciuto e poi si fosse protesa a soffocarlo. I suoi pensieri erano chiari, mentre la debolezza gli prosciugava il corpo, e in quella chiarezza pensò, assurdamente, che questo si doveva provare a morire di fame o di freddo o schiacciati da un masso che ti toglie il respiro. Il paragone lo fece sussultare nonostante l’angoscia: vedete che melodramma può indurre la stanchezza?
Era uscito dal lavoro sentendosi spossato, una di quelle spossatezza che a volte gli si abbattevano inspiegabilmente addosso alla fine della giornata, negli ultimi anni più di prima, e che gli facevano desiderare di potersi sedere e non fare niente finché la sensazione di esaurimento non fosse passata, o finché non arrivassero delle forti braccia a prenderlo e portarlo a casa. Era vecchio, ormai, o almeno stava diventando vecchio. Quel desiderio era come un ricordo, come se si ricordasse di qualcuno che faceva la stessa cosa tanto tempo prima – lo prendeva in braccio e lo portava a casa. Ma non credeva che fosse un ricordo. Più invecchiava, più i suoi desideri a volte diventavano infantili. Più viveva, più la sua infanzia gli si avvicinava e assomigliava sempre meno alla lontana fantasia della vita di un altro.
Abdulrazak Gurnah

