INCIPIT
Primo giorno
Quando finalmente arrivo, sono le tre. Il posto ricorda un centro benessere degli anni Settanta oppure una comunità ambientalista, ma non è accogliente. Lungo la recinzione e sui piccoli pali nei vialetti ci sono cartelli «VIETATO L’INGRESSO», «VIETATO PARCHEGGIARE». Un luogo di lavoro, non di divertimento.
Fermo l’auto in un angolo qualunque vicino a un recinto e resto seduta in macchina, nel silenzio.
Sulla strada per venire qui, mi sono fermata in città a far visita alle tombe dei miei genitori, per la prima volta in trent’anni. Mi ci è voluto un po’ a trovarle in quello che è stato chiamato “cimitero erboso”, ovvero una parte nuova separata con un’inferriata – perchè, poi? – dal vecchio camposanto di paese con le sue file approssimative di lapidi e croci sbilenche. Il cimitero originario è sormontato da enormi pini neri; dai rami più alti gracchiano corvi e cacatua. La sezione erbosa invece è una distesa piatta e monotona, con file sinuose di brutte pietre tombali basse e di dimensioni identiche. Più ordinato, immagino (ma perché un cimitero dovrebbe essere ordinato?).
L’erba del nome è tutta secca e polverosa.
Per trovare i miei ho dovuto rievocare la sensazione di freddo e di vulnerabilità che ho provato – fisicamente, intendo – a ognuno dei loro funerali. Ricordo l’acuta percezione di un eccesso di spazio intorno a me, nel luogo in cui prima mio padre e poi mia madre erano stati calati nei loro rettangoli adiacenti di terra aperta. (Rammento di aver pensato che era crudele depositare una persona dentro una fossa usando corde e funi anziché braccia). Ma oggi il ricordo di quella sensazione mi ha aiutato a ritrovare il punto esatto. Sono rimasta in piedi di fronte alle lapidi di mio padre e mia madre, due pietre tagliate e rifinite a macchina. Il colore, la forma e le incisioni non mi hanno ricordato in nessun modo i miei genitori, anche se di sicuro sono stata io a sceglierle o almeno ad approvarle.
Charlotte Wood

