INCIPIT
Due vagoni del treno si agganciavano nella stazione di Mar del Plata in un pomeriggio soleggiato. L’unico viaggiatore compiva
venticinque anni. Aveva baffi alla moda, scuri e lustri quanto la vernice che ricopriva il vagone, appena inaugurato.
Voci di bambino, in italiano, salirono sul treno. Il viaggiatore chiuse gli occhi desiderando che non fossero parte del viaggio. Lo erano. Il treno partì.
Stringeva in mano un quaderno dove teneva il suo diario, un diario di viaggio da cui aveva in mente di ricavare il suo primo romanzo. E da esso la gloria.
Della gloria aveva sentito parlare fin da bambino, così come della giustizia, e dell’onore. Genitori giovani in una mansarda di
Parigi, discussioni tra dipinti, icone, una nonna amica di Herzen e di Bakunin. Pensava a loro con amore e anche con un po’ di compassione, dato che ancora non sapevano da dove sarebbe venuta la gloria: da lui.
Nel frattempo girava il mondo poveramente, inviando articoli a un giornale di Parigi. Ed era sconcertato, irritato, senza sapere
il perché.
La lingua italiana scorreva come l’acqua, tiepida in alcune zone e gelida in altre. Le chiacchiere dei bambini evocavano in lui colline, cipressi.
Li vide, anche. Biondi, la stessa nota in strumenti diversi. E poiché la bellezza in qualche modo ci riconcilia con qualcosa, quei crani delicati, quegli abiti bianchi da marinaretto, davano l’impressione che poterli contemplare fosse un privilegio.
Scrisse nel diario, metà in russo, metà in francese: “Non so che cosa ci faccio in questo paese”. Caddero alcune lettere. Vide il
suo nome scritto nella grafia della madre, come se lei stessa fosse saltata fuori dal quaderno trasmettendo un avvertimento. Scrollò
via la polvere, se le mise in tasca.
Un’ora dopo si rigirava sul sedile. Probabilmente sua madre avrebbe dato qualsiasi cosa perché non lo avesse fatto. Vide i tre bambini vestiti da marinaretto e una creatura che camminava appena, tutti intorno alla madre. Lei parlava. Una voce ricca, di note gravi. Un’entità umana paragonabile all’autocratica entità della tigre del Bengala adagiata nel suo stesso splendore, con uno sguardo di fiera naturalezza, crudele forse. Vestito bianco, cappello col velo sollevato, punta della scarpa bianca, distribuiva l’acqua ai bambini.
Nelle ore che seguirono fece cose che aveva considerato impossibili, come attaccare bottone con bambini sconosciuti per ottenere informazioni, obbligandosi, nel farlo, a recuperare i ricordi della lingua di anni prima, mesi di estasi in cittadine e musei.
Seduti davanti a lui, ascoltarono i suoi racconti. Tre fisionomie simili, diverse. Bernardo concentrato, Tommaso con la bocca socchiusa, Ludovico sorridente. Lui, come sotto l’effetto di una droga, percepiva la tripla, intensa squisitezza risaltare nell’impersonalità del vagone.
Russo?, scoprirono la sua scrittura sul quaderno. Tre sguardi su di lui, un silenzio, un’impennata misteriosa della loro stima.
Riuscì a scoprire: il padre era un ingegnere dei treni. Disprezzatore di astuzie, ne aveva inventato uno.
Sara Gallardo

