Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Quattro giorni senza mia madre

INCIPIT

Sono passate quattro ore tra il momento in cui Hédi ha chiuso la telefonata e quello in cui è venuto ad avvertirmi, verso mezzanotte. Mio padre sa dove trovarmi. Dopo il lavoro mi rilasso sempre nello stesso posto lugubre, ultima fermata prima del bosco. La sua pelle color pan di spezie è diventata bianca, come se fosse posseduto da un fantasma scandinavo. La sorpresa mi riscalda il corpo. Lui? Qui? Il mio fondoschiena è schiacciato sul cofano di una macchina scassata il cui tetto fa da bancone. Caffè, succo d’arancia, Coca, vodka. Hédi si avvicina, ma non troppo. Con il palmo della mano mi ordina di alzarmi. Le noccioline mi cadono dalle mani. Mi pulisco le dita salate sui jeans e sulla giacca di pelle che non si chiude più.
   Il lampione illumina la sua figura sfatta. Si è messo l’impermeabile elegante sopra il pigiama rosa. I suoi capelli grigi, sempre pettinati quando esce, sono nascosti sotto un berretto di lana piena di pelucchi. I quattro ragazzi che sono con me si paralizzano. Lui? Qui? Ad Archie, il mio doppio di sempre, scappa un piccolo grido acuto. Sembra la prima scena di un film dell’orrore. A un’ora simile nessuno si avventura in questo deserto di cemento, un tempo occupato dal vecchio centro commerciale. Di notte il parcheggio all’aperto diventa la riserva di caccia di un pugno di galeotti e di nostalgici che dilapidano il tempo come se avessero due vite e una promessa di resurrezione. Si fuma, si beve, si parla a vanvera, s ilitiga, si ride di niente. E, senza troppo sapere perché, ci si disperde quando il primo autobus della giornata, alle 5:14 del mattino, oltrepassa rumorosamente il suo primo dosso.
   La mia voce strozzata ripiomba immediatamente nell’infanzia:
   «Papà?».
   «Vieni…».
   Mi affretto verso di lui. I nostri nasi si sfiorano. Bisbigliamo.
   «Che succede?».
   «Perché non rispondi al telefono?».

   Con il mento mio padre indica in direzione della zona industriale, a trecento metri da noi. Girandomi vedo i miei amici fissarmi come se fossi stato appena catturato. Nessuno di loro si muove. Il mio zaino, con la divisa da lavoro, è appoggiato al lampione. Lo lascio là. È troppo tardi. Lungo la strada Hédi si rifiuta di rispondere ai miei Dai, parla. Solamente raffiche di Shh! e il rumore dei suoi tacchi sull’asfalto. Camminiamo direttamente sulla carreggiata piena di buche, tra i cartoni della pizza. Con la suola mio padre scansa un riccio immobile. Appena un tocco, per scuoterlo. Poi allunga la falcata. Mi attacco alla sua manica come un tossico. Arrivati davanti alla pensilina di una fermata dell’autobus, mi afferra la spalla.
   «Tua madre è scappata».
   «Come scappata?».
   «Non lo so… Se n’è andata».
   «Ma che vuol dire non lo sai? Papà, stai scherzando? Cos’hai fatto?».
   Mima una telefonata. Amani lo ha chiamato alle otto di sera, nel momento esatto in cui lui rientrava dalla spesa. La telefonata è durata due minuti e sedici secondi. Mia madre ha rimandato le spiegazioni a più tardi. Se n’è andata perché ne aveva bisogno e tornerà quando si sentirà pronta

Ramsès Kefi