Quattro giorni senza mia madre, di Ramsès Kefi, Atlantide edizioni 2026, traduzione di Maria Sole Iommi. pp. 190

Quattro giorni senza mia madre di Ramsès Kefi è un romanzo intenso e originale che affronta temi molto profondi partendo da una situazione semplice ma destabilizzante: una mattina Amani Gammoudi, madre e punto di riferimento della famiglia, lascia un biglietto e scompare per quattro giorni. La sua assenza improvvisa interrompe la normalità domestica e costringe chi le sta intorno a confrontarsi con sé stesso, con il proprio passato e con i rapporti familiari.

Non posso impedirmi di trovare mia madre terribilmente meravigliosa. Così come non avrei mai creduto Hédi tanto fragile, non avrei neppure mai creduto Amani tanto forte. La amo ancora di più pensandola con la sua sacca Ikea in modalità fuggitiva. In realtà, non l’ho mai tanto amata come da quando se n’è andata.

La trama si sviluppa proprio attorno a questi quattro giorni, ma non è costruita come un giallo tradizionale: il centro del racconto non è tanto scoprire dove sia andata Amani, quanto osservare gli effetti della sua scomparsa sulle persone che ha lasciato dietro di sé. Così la sparizione iniziale non è soltanto un evento di trama, diventa uno spazio di riflessione e una frattura che mette in crisi abitudini consolidate. Attraverso questo episodio Ramsès Kefi racconta una famiglia e, allo stesso tempo, affronta temi più ampi: una generazione di figli di immigrati e una periferia che trattiene e protegge allo stesso tempo, il rapporto tra genitori e figli, l’identità, il peso delle origini e il desiderio di cambiare.

Uno dei punti più riusciti del romanzo è proprio la costruzione dei personaggi.

Amani Gammoudi è il personaggio che muove l’intera vicenda pur restando lontana dalla scena per buona parte del libro. È una donna tunisina emigrata in Francia, ormai in pensione dopo aver lavorato per anni come donna delle pulizie. È una figura forte e concreta, abituata a mettere sempre al primo posto i bisogni della famiglia. Proprio per questo il suo allontanamento acquista un significato molto forte: è quasi una ribellione silenziosa, il momento in cui per una volta sceglie sé stessa. Anche se assente, la sua presenza si sente continuamente nei pensieri degli altri personaggi e in tutto ciò che rappresenta all’interno della famiglia.

Il marito, Hédi Gammoudi, appartiene alla sua stessa generazione ed è profondamente destabilizzato dalla scomparsa della moglie. È un uomo abituato alla routine e alla stabilità familiare; senza Amani si ritrova improvvisamente spaesato. Nel romanzo il dettaglio del cacciavite con cui smonta alcuni oggetti della casa è particolarmente significativo: mentre cerca di capire cosa sia successo, sembra quasi smontare anche le proprie certezze e il ruolo che ha avuto fino a quel momento.

Il personaggio che emerge con più forza è però Salmane, il figlio trentaseienne di Amani e Hédi. Ha studiato Storia antica e ha conseguito un master, ma lavora in un fast-food e vive una situazione personale sospesa, segnata da insoddisfazione e difficoltà nelle relazioni. È un personaggio molto umano: ironico, intelligente, ma spesso bloccato e irrisolto. L’assenza della madre lo costringe a guardarsi dentro e a fare i conti con le sue fragilità. È forse il personaggio in cui è più facile riconoscersi, proprio perché rappresenta bene quella sensazione di sentirsi in ritardo rispetto alle aspettative proprie e degli altri.

Accanto a lui c’è Archie, il suo migliore amico, una figura secondaria ma importante. Vive soprattutto di notte e resta molto legato al quartiere della Caverna. La sua presenza aiuta a dare al romanzo una dimensione più concreta e urbana, mostrando anche il rapporto con la periferia e con un ambiente che può essere insieme rifugio e limite.

Dal punto di vista stilistico, Kefi sceglie una scrittura essenziale e precisa. Il linguaggio è semplice e scorrevole, ma mai superficiale. Il tono alterna momenti ironici a passaggi più intimi e riflessivi, riuscendo a rendere credibili sia i dialoghi sia i momenti di introspezione. L’autore non forza mai l’emozione: preferisce affidarsi ai gesti quotidiani, ai silenzi e ai pensieri dei personaggi. Questo rende il romanzo realistico e molto vicino al lettore.

Per certi aspetti il libro richiama alcune opere di Annie Ernaux, soprattutto nell’attenzione alla memoria familiare e ai dettagli della vita quotidiana, ma può ricordare anche Daniel Pennac quando racconta i legami familiari e i quartieri popolari francesi con sensibilità e partecipazione. Kefi però mantiene una voce personale, molto contemporanea e concreta, legata anche al tema dell’immigrazione e dell’identità culturale.

Personalmente ho trovato molto interessante il modo in cui a partire dalla scomparsa della madre il romanzo riesce a sviluppare riflessioni profonde e coinvolgenti. La trama non punta sui grandi colpi di scena, ma sui cambiamenti interiori e sui legami tra i personaggi. Mi è piaciuto soprattutto il personaggio di Salmane, perché appare autentico e vicino al lettore nelle sue incertezze e nella sua difficoltà di trovare il proprio posto. Nel complesso Quattro giorni senza mia madre è una lettura intensa e sensibile, che racconta una famiglia in crisi ma anche il bisogno universale di capire chi siamo e da dove veniamo. È un libro che lascia qualcosa anche dopo averlo finito, proprio perché parla di relazioni e sentimenti molto reali.

Qui potete leggere l’incipit.

Ramsès Kefi è un giornalista e scrittore francese nato negli Yvelines, nella regione parigina. Prima di dedicarsi alla narrativa si è affermato nel giornalismo, lavorando su temi sociali e culturali molto legati alla Francia contemporanea. Ha iniziato la sua carriera nel 2011 collaborando con Rue89 e successivamente ha lavorato per circa sei anni nella redazione di Libération, soprattutto nella sezione dedicata alla società. In questo ambito si è occupato di periferie urbane, immigrazione, giovani generazioni e trasformazioni sociali, sviluppando uno sguardo molto attento alla vita quotidiana e alle realtà spesso meno raccontate.

Nel 2025 ha pubblicato il suo primo romanzo, Quattro giorni senza mia madre, portando nella narrativa molti degli elementi che caratterizzano il suo percorso giornalistico. Nel libro infatti emerge una forte attenzione ai dettagli concreti, agli ambienti urbani e ai rapporti familiari, ma tutto viene raccontato con una sensibilità narrativa che va oltre il reportage. Kefi riesce a osservare la realtà con precisione e allo stesso tempo a trasformarla in una storia coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Uno degli aspetti più interessanti della sua scrittura è proprio questo equilibrio tra dimensione sociale e dimensione personale. Da una parte descrive con realismo i quartieri popolari e le tensioni legate all’identità e alle origini culturali; dall’altra si concentra sui sentimenti dei personaggi, sui conflitti familiari e sui momenti di fragilità individuale. Per questo il suo stile appare molto autentico: concreto e diretto, ma anche sensibile e riflessivo.

In Quattro giorni senza mia madre si percepisce anche quanto per Kefi siano importanti temi come il rapporto tra generazioni, il legame con le proprie radici e la ricerca di un equilibrio tra il passato familiare e la vita presente. Pur mantenendo uno sguardo realistico, l’autore riesce a rendere questi temi universali e vicini al lettore.