La stagione dell’acquario, di Anne Cathrine Bomann. Iperborea 2026, traduzione di Eva Valvo, pp. 256
Anne Cathrine Bomann costruisce un romanzo fatto di correnti sotterranee, dove la vera trama è la distanza impercettibile che può separarci dagli altri. Ne La stagione dell’acquario, il lettore abita lo sguardo di chi osserva il mondo da dietro un vetro: abbastanza vicino da coglierne ogni dettaglio, troppo lontano per sentirsi pienamente parte del suo movimento.
Bomann, autrice danese conosciuta soprattutto per il romanzo L’ora di Agathe, proviene da una formazione in psicologia e questo elemento emerge chiaramente nella sua scrittura. I suoi personaggi non sono definiti tanto dalle azioni quanto dai loro movimenti interiori, dalle esitazioni, dai silenzi, dalle crepe che attraversano la quotidianità.
La sua narrativa si inserisce nella tradizione della letteratura nordica contemporanea, accanto a voci come Tove Ditlevsen, Helle Helle e Dorthe Nors (vedi recensione di Una linea nel mondo), autrici che spesso prediligono una scrittura essenziale e un’attenzione particolare alle fragilità della vita quotidiana. Bomann occupa uno spazio particolare: quello di chi indaga la solitudine senza trasformarla in una condizione eccezionale o drammatica.
Nel caso di La stagione dell’acquario, questa sensibilità nordica emerge nella capacità di raccontare grandi questioni esistenziali, come l’amicizia, la solitudine e il bisogno di appartenenza, attraverso gesti minimi, silenzi e dettagli apparentemente ordinari. Non ci sono grandi colpi di scena: il movimento del romanzo assomiglia piuttosto a una corrente marina lenta ma costante, che modifica il paesaggio interiore dei personaggi quasi senza che ce ne accorgiamo.
La protagonista, Vigga, è una giovane donna che lavora in un acquario e conduce una vita apparentemente ordinaria. La sua esistenza ruota attorno a poche certezze, tra cui l’amicizia con Maiken, il legame più importante e stabile della sua vita. L’equilibrio si incrina quando Maiken rimane incinta. Non si tratta di un conflitto esplicito, né di una rottura. È qualcosa di più sottile e forse più doloroso: la consapevolezza che le vite delle persone non procedono sempre alla stessa velocità. L’amicizia resta, ma cambia forma. E proprio questo cambiamento costringe Vigga a interrogarsi sul proprio posto nel mondo.
Nel frattempo, all’interno dell’acquario, la protagonista sviluppa un rapporto particolare con Rosa, un polpo. L’animale diventa progressivamente una presenza centrale del romanzo, non tanto come simbolo costruito dall’autrice, quanto come interlocutore silenzioso capace di riflettere le inquietudini della protagonista.
La forza del libro sta nel fatto che gli eventi esterni sono pochi, mentre il vero movimento narrativo avviene sotto la superficie, come nelle correnti marine che agitano l’acqua senza essere immediatamente visibili.
L’acquario come metafora dell’esistenza contemporanea: il titolo è già una dichiarazione poetica. L’acquario è un luogo di osservazione reciproca. Noi guardiamo gli animali, ma in qualche modo siamo osservati da loro. Esiste un vetro che separa i due mondi e che rende possibile la vicinanza senza eliminare la distanza. Vigga sembra vivere proprio in questa condizione. È presente nella vita degli altri, ma raramente riesce a sentirsi davvero parte di essa. Assiste alle trasformazioni delle persone che ama come se stesse dall’altra parte di una parete trasparente.
Negli ultimi anni il polpo è diventato quasi una figura filosofica. La sua intelligenza è radicalmente diversa dalla nostra. Possiede un sistema nervoso distribuito, capacità sorprendenti di apprendimento e comportamenti che continuano a sfidare molte categorie tradizionali. Per questo Rosa rappresenta qualcosa di più di un animale.
Come Vigga, è una creatura intelligente ma difficile da comprendere fino in fondo. Entrambe sembrano abitare una zona di confine tra vicinanza e distanza, tra desiderio di contatto e irriducibile individualità. Il romanzo suggerisce che comprendere l’altro non significa necessariamente renderlo simile a noi. A volte significa accettarne l’estraneità.
È una metafora estremamente contemporanea. Nell’epoca delle connessioni permanenti, molti sperimentano una forma di partecipazione incompleta: vedono le vite altrui, le seguono, le commentano, ma continuano a sentirsi spettatori.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo riguarda il modo in cui rappresenta l’amicizia femminile. Su questo tema vi rimando anche a questo mio post. La letteratura ha dedicato fiumi d’inchiostro all’amore romantico, mentre l’amicizia è stata spesso relegata a tema secondario. Negli ultimi anni, però, molte autrici hanno iniziato a raccontarla come una delle relazioni fondamentali dell’esistenza.
In La stagione dell’acquario, l’amicizia tra Vigga e Maiken non viene messa in crisi da un litigio o da un tradimento. È la vita stessa a modificarne la struttura. La gravidanza di Maiken introduce una domanda che attraversa silenziosamente il romanzo: cosa accade quando la persona che ci è più vicina intraprende un percorso che noi non condividiamo? Bomann mostra come certe separazioni non siano il risultato di una scelta, ma di una naturale divergenza delle traiettorie esistenziali.
Uno dei meriti maggiori di Bomann è evitare ogni romanticizzazione della solitudine. Vigga non è l’eroina anticonformista che rifiuta la società. Non è nemmeno una figura tragica. È una donna che vive una forma di isolamento molto comune e poco raccontata: quella che nasce quando i percorsi degli altri sembrano procedere secondo un copione condiviso e il proprio, invece, appare incerto. La scrittura di Bomann intercetta una domanda che attraversa molte esistenze contemporanee: è possibile costruire una vita piena anche al di fuori delle tappe considerate “normali”?
La gravidanza di Maiken introduce nel romanzo il tema della normatività sociale. Non in modo polemico o ideologico, ma esistenziale. Da una parte c’è un percorso riconoscibile: coppia, famiglia, maternità. Dall’altra c’è una vita più indefinita, che non offre mappe già pronte. Bomann non giudica nessuna delle due strade. Piuttosto, osserva come la società attribuisca significati e riconoscimenti differenti ai vari modi di abitare il mondo. La domanda implicita del romanzo diventa allora: chi decide cosa sia una vita riuscita?
Per temi e sensibilità, La stagione dell’acquario può essere accostato a diverse autrici contemporanee. La prima è certamente Rachel Cusk, soprattutto per l’attenzione ai mutamenti delle relazioni e alle identità femminili in trasformazione. Si possono rintracciare affinità anche con Tove Ditlevsen, autrice capace di raccontare con straordinaria lucidità il senso di estraneità e la vulnerabilità emotiva. Per la centralità della solitudine e dello sguardo sulle vite marginali, mi viene in mente anche Marianne Fredriksson, mentre l’attenzione alle forme non convenzionali di appartenenza richiama in alcuni passaggi l’opera di Olga Tokarczuk.
Durante la lettura ho pensato più volte anche a Mariana Leky, autrice che amo molto e di cui vi caldeggio Quel che si vede da qui. Non per la trama o per lo stile, ma per quella capacità, rara, di cercare il significato dell’esistenza nei margini della vita quotidiana. Se nei romanzi di Leky la solitudine viene riscattata dalla forza della comunità e da una sottile vena di meraviglia, Bomann sceglie una strada più nordica e introspettiva: osserva la distanza che ci separa dagli altri e si chiede come sia possibile attraversarla. Entrambe, però, sembrano condividere la stessa convinzione: che siano proprio i legami più fragili e inattesi a dare forma alle nostre vite.
Forse l’aspetto più bello del romanzo è già nel titolo italiano. Bomann non parla dell’acquario come di una prigione definitiva. Parla di una stagione. Una stagione è qualcosa che attraversiamo. Può essere lunga, difficile, persino necessaria, ma non coincide con tutta la nostra esistenza. Per questo La stagione dell’acquario non è soltanto un romanzo sulla solitudine. È un romanzo sulla possibilità di trovare nuove forme di relazione quando quelle che conoscevamo stanno cambiando. E forse il suo messaggio più sottile è proprio questo: sentirsi separati dagli altri non significa essere condannati all’isolamento. A volte il vetro che crediamo invalicabile è molto più sottile di quanto immaginiamo.

Nata nel 1983, Anne Cathrine Bomann è una scrittrice, poeta e psicologa danese, oltre che dodici volte campionessa nazionale di ping-pong. Il suo romanzo d’esordio L’ora di Agathe, pubblicato da Iperborea nel 2019, è stato un caso letterario tradotto in diciotto paesi.

