Potevamo riservare qualsiasi trattamento all’amore. Potevamo nasconderlo più o meno bene, potevamo trascinarcelo dietro, potevamo sollevarlo, portarcelo in tutti i Paesi del mondo, comprimerlo in mazzi di fiori, relegarlo sottoterra, spedirlo in cielo. Paziente e flessibile com’era, l’amore si prestava a tutto questo, ma trasformarlo non era proprio possibile. (..) Selma mi accarezzò la schiena. «Dovresti dartela a gambe, Luise» disse. Lei e l’ottico si scambiarono un’occhiata al di sopra della mia testa. Erano entrambi molto esperti di amori impossibili da trasformare. (pagg. 246-247)

Quel che si vede da qui, di Mariana Leky, Keller editore 2019, traduzione di Scilla Forti

Un proverbio africano asserisce che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio: Mariana Leky ce lo spiega molto bene nel suo romanzo. La bambina in questione è la piccola Luise, che ha dieci anni, e vive in un villaggio, vicino alla città capoluogo di regione. I nomi non vengono mai indicati, si sa però che l’ambientazione è nel Westerwald, un luogo che sembra quasi fuori dal mondo, un idilliaco e bucolico villaggio dove la particolarità sta piuttosto nei suoi abitanti. Prima tra tutti la nonna di Luise, Selma, che possiede una dote inquietante. Ogni volta che sogna un okapi – un bizzarro incrocio tra una zebra e una giraffa – qualcuno del villaggio entro ventiquattro ore passa a miglior vita. Il sogno non rivela chi sarà il predestinato e questo causa un bel po’ di subbuglio. Il romanzo prende avvio proprio in un giorno in cui Selma ha sognato un okapi e tutto il villaggio entra in fibrillazione. Ci sono i superstiziosi che evitano di fare qualsiasi cosa che possa mettere a rischio la propria vita; ci sono quelli che non credono a queste visioni premonitrici e cercano di convincere gli altri a non dare retta al sogno. Ma, superstizione o meno, ogni volta che la visione onirica si è presentata, qualcuno davvero è morto. Sarà così anche questa volta? Beh, per saperlo bisogna leggere il romanzo!

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Okapi

Dicevo il ruolo del villaggio, o meglio dei suoi abitanti nel crescere un bambino. Per Luise è proprio così. Vive in casa con la nonna, Selma, che insieme all’ottico (solo alla fine ne conosceremo il nome), si occupa della nipote a tempo pieno. I genitori che pure abitano al piano di sopra, sono troppo presi da sé stessi e dal naufragio del loro matrimonio. La madre tiene a bada le sue insicurezze intrecciando ghirlande di fiori nel suo negozio, mentre il padre prima si affida ad uno psicanalista e poi decide di girare tutto il mondo e di farsi vivo tra un viaggio e l’altro, chiamando da posti remoti su linee telefoniche disturbate. Ma niente paura, il villaggio è in grado di badare a Luise e al suo coetaneo compagno di giochi Martin. Ed ecco quindi all’opera Elsbeth, Marlies-la-Triste, Palm, il cane Alaska e tutti coloro che popolano questo borgo ai margini del bosco.

Nella prima parte, in cui Luise – voce narrante di tutto il romanzo – vive la sua fanciullezza, veniamo subito rapiti dal suo modo di guardare le cose e le persone e si intuisce quanto Selma sia importante nella sua vita. La nonna, che adora i Mon Chéri, è vedova ma ha un compagno di vita – l’ottico – che però non le ha mai rivelato il suo amore. Un dettaglio, perché tutti, compresa Selma, lo sanno, ma fanno finta di no, affinché l’ottico continui a macerarsi nel dubbio e a scrivere infiniti incipit di lettere in cui cerca il modo di rivelare i suoi sentimenti.

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Westerwald, credits romanticgermany.info

Nella seconda parte, Luise è diventata una donna, vive nel suo appartamento e lavora in una libreria; ma la sua vita è sempre legata a Selma e tutta la banda del villaggio, con cui condivide anche i suoi pensieri e senza di loro non sarebbe felice. La sua vita viene stravolta dall’arrivo di un monaco buddista, di cui si innamora all’istante; peccato che lui, avendo fatto questa scelta di vita e vivendo in Giappone in un monastero, non sia proprio nella migliore condizione di ricambiare i sentimenti di Luise. O, almeno, finché riuscirà a non essere risucchiato dalla loro apparente incompatibilità.

«Bisogna lasciare entrare il mondo», è il refrain del padre di Luise, ma lei sembra più pensare che bisogna lasciare che il proprio mondo non esca, specialmente quando è così prezioso.

Il romanzo di Mariana Leky mi è piaciuto molto, mi ha divertito e fatto riflettere; è uno di quelli che ti fanno stare bene mentre lo leggi, perché offre il miglior cocktail di profondità, ironia, e originalità. I personaggi definiscono un mondo in cui ciò che conta sono i sentimenti: l’amicizia, l’amore, l’affetto, la fedeltà, la nostalgia. C’è spazio anche per quelli infelici, quali il dolore e la mancanza, ma fanno parte della vita e i personaggi che popolano questa storia sanno che li devono accogliere e provare a superare, naturalmente insieme. E poi ci si mette di mezzo l’imprevedibilità della vita …

Tra le pagine c’è anche tanta poesia e un tocco di magia, che aleggia su tutto il romanzo grazie alla scrittura diretta e leggera, quella leggerezza calviniana che fa pensare di trovarsi tra le mani una favola per adulti.

Mariana Leky ha studiato Giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim, dopo aver svolto un tirocinio in una libreria. Oggi la sua vita si divide tra Berlino e Colonia. Il romanzo Quel che si vede da qui, pubblicato in Germania nel luglio del 2017, è rimasto per diverse settimane nei primi posti dei best seller e da allora a oggi è stabilmente tra i libri più venduti nelle librerie tedesche. È stato tradotto in più di quattordici lingue e al momento è in corso l’adattamento per il grande schermo.

Qui potete leggere l’incipit.