La figura mitica di Elettra – sorella dell’atride Oreste, vendicatore del padre Agamennone – è stata protagonista di grandi opere letterarie e teatrali, non solo nell’antichità (5° secolo a.C.), ma anche in tempi moderni. Un caso emblematico di sopravvivenza nella tradizione dei testi antichi e nella lunga scia letteraria che l’ha fatta rivivere fino ai giorni nostri.

Elettra e il suo mito tornano a riaffiorare nelle pagine dei capolavori letterari arricchendosi ogni volta di nuovi significati. Elettra protagonista e unico motore della storia in Sofocle, creatura reietta dalla famiglia e dalla società in Euripide, morbosamente legata da un rapporto perverso con Hofmannsthal, che smaschera tutti i personaggi nella Yorurcenar con il colpo di scena da lei creato. Quattro drammi e una sola Elettra: la figlia che fa uccidere la madre; quattro Elettra e un solo dramma: la madre uccisa dai figli.

Elettra sulla tomba di Agamennone, opera di Frederic Leighton, 1869,

Elettra nella mitologia greca è figlia di Agamennone, re di Micene, e di Clitennestra, sorella di Elena. È la sorella di Oreste, Crisotemi ed Ifigenia. Durante l’assenza di suo padre Agamennone, impegnato nella guerra di Troia, sua madre Clitennestra diventa l’amante di Egisto, nemico di Agamennone.

Agamennone ritorna dalla guerra e i due amanti decidono di ucciderlo: lo colpiscono con la spada e lo decapitano; poi Egisto usurpa il trono. Egisto e Clitennestra risparmiano le figlie, che, in quanto donne, non potranno organizzare nessuna azione punitiva contro loro. Oreste, un bimbo di dieci anni, viene fatto fuggire e consegnato a Strofio, re della Focide e marito di Anassibia, sorella di Agamennone.

Dopo sette anni, Oreste ritorna nella reggia del padre. Elettra istiga il fratello a uccidere gli assassini di Agamennone, cioè la loro madre Clitennestra e il suo amante Egisto. Sia Elettra che Oreste sono condannati a morte ma salvati dall’intervento di Apollo. Più tardi, ella sposerà il cugino Pilade, figlio di Strofio, che ha affiancato suo cugino Oreste nella vendetta.

Dunque, il cuore della storia sono la vendetta e il matricidio. Elettra divenne vera protagonista della vicenda soltanto a partire dalle tragedie di Sofocle e di Euripide.

Oreste ed Elettra, Giorgio De Chirico, 1923

La leggenda di Elettra e della sua vendetta ha ispirato i tre grandi tragici greci: Eschilo vi ha dedicato la trilogia Orestea (Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi; sola trilogia tragica pervenutaci al completo); Sofocle e Euripide le hanno dedicato le omonime tragedie.

Elettra di Eschilo. Nelle Coefore di Eschilo figura principale è ancora Oreste. Elettra, che si è recata a portare offerte alla tomba di Agamennone, riconosce la presenza del fratello ‒ da tempo lontano ‒ dal ricciolo che ha deposto sul sepolcro e dalle impronte dei suoi piedi. Insieme promettono vendetta al padre; ma l’azione concreta è affidata al solo Oreste, aiutato dall’amico Pilade.

Elettra di Sofocle. In Sofocle la fanciulla vive nella reggia in assoluto e volontario isolamento, sfidando con il suo rancore e il suo disprezzo la madre assassina e il suo amante. Nonostante sia Oreste a compiere le azioni più importanti, tutta la tragedia ruota indiscutibilmente attorno al personaggio che dà il titolo all’opera. Elettra è qui una donna molto diversa da quella che ritroviamo nella omonima tragedia di Euripide, o nelle Coefore di Eschilo. Nell’Elettra euripidea ella è rosa dai sensi di colpa, mentre nel dramma di Eschilo è una ragazzina che si dispera, ma è inerme, incapace di ribellarsi. L’Elettra di Sofocle è invece una donna determinata, che non rinuncia ai propri propositi di vendetta né quando, prima del ritorno di Oreste, vive in casa propria come una schiava (lei, che è in realtà una principessa), né quando le viene detto che suo fratello è morto. Anzi, proprio in quel momento nasce in lei il proposito di farsi giustizia da sola, mossa dal suo incrollabile odio per Egisto e Clitennestra.

Elettra di Euripide. Euripide ha trasferito la scena dell’azione in campagna. Elettra è stata allontanata dal palazzo e data in sposa a un contadino: un’onesta persona, che la rispetta e non osa neppure toccarla, ma che può offrirle solo una vita di sacrifici. All’odio per l’uccisione del padre la fanciulla aggiunge ora il risentimento per l’umiliante condizione in cui lei, figlia di un re, è ormai costretta a vivere. Per questo trascura la cura della sua persona e non partecipa alle feste del luogo. Quando giunge presso di lei Oreste e si fa riconoscere, i due fratelli elaborano il piano della vendetta. Oreste elimina Egisto sorprendendolo durante un sacrificio nei campi. Quanto a Clitennestra, Elettra la fa venire alla sua umile dimora fingendo di aver partorito, e qui Oreste, spronato dall’incitamento della sorella, la uccide.

Quest’opera è dunque il dramma dell’odio, in cui non c’è spazio per rimorsi o pentimenti: i due fratelli compiono la loro vendetta senza alcuno scrupolo, con un crudele senso di gioia e di liberazione. L’odio è ciò che divora interiormente Elettra, ma che al tempo stesso le dà la forza di andare sempre avanti, nell’attesa e poi nella pianificazione dell’assassinio. A riprova di ciò, il dramma si chiude non appena la vendetta è compiuta, come a voler sottolineare che dopo il duplice omicidio nulla di importante resta da dire. La determinazione di Elettra risalta ancor di più se confrontata con la sorella Crisotemi, pavida e rassegnata, e ricorda da vicino un altro importante personaggio di Sofocle: Antigone.

Teatro Vascello

Tra le riprese moderne del mito vi sono: Elettra del poeta austriaco Hugo von Hofmannsthal (1903; e con musica di Richard Strauss, 1909), la trilogia del drammaturgo americano Eugene O’Neill Il lutto si addice a Elettra (1931).

Il personaggio di Elettra nell’opera di Von Hofmannsthal fu ispirato dalla lettura dell’Elettra di Sofocle e dedicato a Eleonora Duse, che però non recitò mai il ruolo pensato dall’autore. Rinunciando al coro e al prologo la tragedia si rapprende tutta in un atto unico privo di una cornice di sacralità e di ritualità, e si snoda in un’azione che si svolge, simbolicamente, non davanti, ma dentro al Palazzo. Con un linguaggio scenico aperto alle conquiste della psicanalisi e alle ricerche freudiane, l’Elettra di Hofmannsthal ci giunge così quasi totalmente sganciata dal modello anticouna vera figlia della modernità, un’eroina dai tratti dionisiaci chiusa nello spazio della sua interiorità, una testimone della disperazione dell’individuo in un’epoca che ha perduto il tragico come categoria morale ed estetica.

Il lutto si addice ad Elettra è una trilogia teatrale. La vicenda si svolge all’epoca della Guerra di secessione americana, nella famiglia di un generale nordista. Agamennone è ora il generale Ezra Mannon, Clitennestra è la sua seconda moglie Christine, Oreste è suo figlio Orin, e Elettra è la figlia Lavinia. Come nella tragedia greca, l’opera tratta di omicidio, adulterio, incesto e vendetta, e la funzione del coro greco è svolta da un gruppo di cittadini. Nell’opera di O’Neill le motivazioni trovano fondamento nella teoria psicoanalitica degli anni trenta. La trilogia può essere letta in chiave freudiana, facendo attenzione ai complessi di Edipo e di Elettra dei vari personaggi.

La letteratura francese moderna ha ripreso il mito attraverso la penna di grandi autori: penso all’Elettra di Jean Giraudoux (1937), a Le mosche di Jean-Paul Sartre (1943), a Elettra o la caduta delle maschere di Marguerite Yourcenar (1944), a Tu étais si gentil quand tu étais petit di Jean Anouilh (1972).

Giraudoux guarda a Euripide per una serie di elementi narrativi ma è Sofocle la fonte a cui attinge per la caratterizzazione della protagonista. Nella versione presentata nel 1937 al teatro Athénée sotto la direzione di Louis Jouvet, l’opera di Giroudoux venne scelta come pièce ufficiale dell’Esposizione Universale tenutasi a Parigi nel 1937, nonostante il suo messaggio pacifista, essa rispecchia il clima di agitazione che caratterizza l’epoca in cui è stata scritta poiché è carica di una forte valenza tragica in cui il bene e il male si dichiarano una guerra senza tregua. La giovane Elettra rappresenta il prototipo dei rivoluzionari che esigono un totale rinnovamento e l’espiazione di tutte le colpe a qualunque prezzo. 

L’opera si Sartre è una riscrittura delle Coefore di Eschilo alla luce della filosofia esistenzialista. Alla passività dei personaggi trascinati dall’urgenza della storia nell’Elettra di Giraudoux, si contrappone ne Le mosche la libertà di autodeterminazione di Oreste. La liberà di chi compie un’azione libera e si carica delle conseguenze senza rimanerne schiavo. Oreste, libero di compiere la vendetta criminosa, è in preda a questa libertà. “Egli – scrive Sartre – dovrà infine uccidere, caricarsi il proprio delitto sulle spalle e passare sull’altra riva. La libertà, infatti, non è un potere astratto di sorvolare la condizione umana: è il più assurdo ed inesorabile degli impegni. Oreste andrà avanti per la sua strada, senza giustificazioni, senza scuse, senza ritorni, solo. Come un eroe, come non importa chi.”

Oreste (e Sartre con lui) ritiene che gli uomini siano “condannati alla libertà”, cioè che non abbiano scelto di esistere né di essere liberi, ma che tuttavia lo siano e soprattutto che, essendo liberi, essi siano totalmente responsabili delle proprie azioni, non potendo attribuirne la colpa a leggi o norme altre rispetto a sé.

Un quarto di secolo più tardi Jean Anouilh avrebbe ripreso in mano la vicenda atridica e portato a termine il processo di svuotamento del mito da valori paradigmatici di alcun tipo: il mito non vive in uno strato dell’esistenza superiore rispetto a quello delle vicende umane; gli uomini sono sempre gli stessi, deboli e cangianti. Anouilh guarda al testo di Eschilo, e addirittura in alcuni passi gli è aderente. Ma la cornice metateatrale in cui è inserita l’opera, commentata dall’orchestra che accompagna i passi della rappresentazione, moltiplica la distanza tra spettatore e rappresentazione e annulla la credibilità della scena.

Elettra o la caduta delle maschere, di Marguerite Yourcenar è una riscrittura teatrale del mito degli Atridi. Per questa “nuova” Elettra, Yourcenar attinge dal classico (e segnatamente da Euripide) solamente nomi dei personaggi e ambientazione. Secondo la visione oggettiva e al tempo stesso illuminante della Yourcenar, Elettra o la caduta delle maschere rappresenta un groviglio inestricabile tra Elettra, Pilade ed Oreste, che si contrappone a quello formato da Clitennestra ed Egisto. In questa storia nessuno invocherà la Giustizia né la Verità. L’evento stesso, denaturato della sua epicità, rende i personaggi scarnificati, ridotti all’osso, privi dei pretesti eroici o mitici che li hanno resi immortali. I volti dei protagonisti di questa Elettra hanno, infine, perduto le maschere in una catena di rivelazioni per la quale nessuno di loro è più capace di aggrapparsi ad una qualche certezza. L’unico personaggio che finisce la sua storia esattamente come l’ha cominciata è il povero Teodoro, l’aiuto giardiniere imposto ad Elettra come sposo: è lui il vero eroe del dramma e, verosimilmente, per via delle sue umili origini.

Teatro Vascello

Al cinema Elettra ha avuto il volto di Irene Papas:

Elettra (Ηλέκτρα) è un film greco del 1962 diretto da Michael Cacoyannis. Il film fu candidato al premio Oscar come miglior film straniero.

Il cinema italiano ha trattato il mito nel film “Elettra” del 1987, prodotto dalla sede regionale RAI del Piemonte e trasmesso il 10 luglio 2005 su Rai Tre, su soggetto ripreso dalla tragedia omonima di Sofocle, sceneggiatura e regia di Tonino De Bernardi. Si tratta di un lungometraggio, che interpreta in chiave contemporanea, nell’ambientazione della campagna piemontese, il mito della saga degli Atridi e in particolare di quello della vendetta di Oreste (Stefano Bongante) su Egisto (Franco Vaio) e la madre Clitemnestra (Rosetta Rej).