La solitudine di Sonia e Sunny, di Kiran Desai, Adelphi 2026, traduzione di Giuseppina Oneto, pp. 762
Se ami, hai paura, pensò Sonia. Hai paura e credi che perderai l’amore. Ma se non ami, hai paura lo stesso. Ti senti al sicuro solamente quando sei solo e non puoi essere tradito, eppure da solo non ti senti al sicuro.
Diciannove anni sono un tempo lunghissimo nella letteratura contemporanea. Per alcuni autori coincidono con un’intera carriera; per Kiran Desai hanno rappresentato invece il silenzio necessario a far maturare un romanzo monumentale. Dopo Eredi della sconfitta, vincitore del Booker Prize nel 2006 e ormai considerato uno dei grandi classici della narrativa anglofona del nuovo millennio, la scrittrice indo-americana torna con La solitudine di Sonia e Sunny (Adelphi, titolo originale The Loneliness of Sonia and Sunny, traduzione di Giuseppina Oneto), un’opera di quasi settecento pagine che non si limita a raccontare una storia d’amore, ma tenta qualcosa di più ambizioso: dare forma narrativa all’esperienza della diaspora indiana nell’età della globalizzazione.
Nonostante l’apparente coincidenza fra il titolo italiano e quello originale, qualcosa si perde inevitabilmente nella traduzione. Il titolo inglese è leggermente più ricco di sfumature rispetto a quello italiano. Loneliness indica la solitudine come esperienza esistenziale, ma Desai ha spiegato in diverse interviste di intendere il termine anche come uno spazio di trasformazione, una solitudine che può diventare raccoglimento, autonomia creativa e persino pace interiore, non soltanto isolamento. È un’ambivalenza che il romanzo sviluppa lungo tutta la vicenda dei due protagonisti.
Figlia di Anita Desai, cresciuta fra India, Inghilterra e Stati Uniti, Kiran Desai appartiene a quella generazione di scrittori che ha trasformato la narrativa indiana in lingua inglese in uno dei laboratori più fertili della letteratura mondiale.
Se Anita Desai aveva raccontato soprattutto il paesaggio interiore dell’India postcoloniale, privilegiando il romanzo psicologico e l’introspezione, Kiran Desai amplia quello sguardo fino a trasformarlo in una geografia della diaspora. Salman Rushdie aveva inaugurato una stagione in cui il romanzo diventava il luogo privilegiato per riflettere sulle eredità del colonialismo e sulla frammentazione dell’identità; Amitav Ghosh ha allargato lo sguardo alle grandi rotte della storia e dell’oceano Indiano; Rohinton Mistry ha raccontato con straordinaria intensità morale il destino degli individui schiacciati dalla Storia; Arundhati Roy ha fatto del romanzo un territorio in cui lirismo, politica e memoria convivono senza soluzione di continuità; Jhumpa Lahiri, infine, ha indagato con una prosa di apparente semplicità la malinconia dell’emigrazione e il sentimento di vivere costantemente fra due mondi. Temi che ritroviamo anche in autori come Sunjeev Sahota e Pankaj Mishra, che hanno contribuito a spostare il baricentro della narrativa indiana verso una riflessione sulle identità mobili della globalizzazione.
Kiran Desai si colloca idealmente all’incrocio di queste esperienze, ma con una cifra personale. Se Rushdie prediligeva il barocco dell’immaginazione e Roy l’intensità poetica della memoria, Desai sceglie un realismo mobile, continuamente aperto alla digressione, capace di far convivere osservazione sociale, ironia, riflessione filosofica e romanzo sentimentale.
Il suo vero tema è sempre stato quello dello sradicamento. Non soltanto geografico, ma linguistico, culturale, affettivo. I suoi personaggi abitano aeroporti, campus universitari, metropoli occidentali e case di famiglia indiane senza sentirsi davvero a casa in nessun luogo.
È proprio questa la materia di La solitudine di Sonia e Sunny.
La vicenda si svolge tra la metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, fra India e Stati Uniti.
Sonia è una giovane donna cresciuta in India che ha studiato scrittura creativa nel Vermont. Sensibile, intelligentissima, incline all’introspezione, sogna di diventare romanziera. Durante il soggiorno americano intreccia però una relazione con un artista molto più anziano, Ilan de Toorjen Foss, uomo brillante e magnetico ma anche manipolatore, incapace di amare senza esercitare un controllo psicologico devastante. Quella che all’inizio appare come una relazione intellettuale privilegiata si trasforma lentamente in una dipendenza emotiva. Sonia perde fiducia nella propria voce, nella propria autonomia, perfino nella possibilità di distinguere il desiderio autentico dall’influenza esercitata dall’uomo che considera un maestro.
Quando finalmente riesce a sottrarsi a quel rapporto tossico, ritorna in India convinta quasi di essere vittima di una sorta di maleficio psicologico. Il romanzo lascia volutamente oscillare questa sensazione fra superstizione e trauma, mostrando come il dolore possa assumere forme quasi magiche nella coscienza di chi lo subisce.
Sunny vive invece a New York. Anche lui è indiano, anche lui appartiene alla diaspora, anche lui coltiva ambizioni letterarie, sebbene lavori come giornalista e redattore. Ha una fidanzata americana e cerca disperatamente di costruirsi una nuova identità lontano dalla famiglia d’origine, dominata da una madre possessiva e da un universo familiare soffocante. La sua è una fuga non soltanto geografica ma esistenziale.
Le famiglie dei due giovani si conoscono da tempo. I nonni avevano persino immaginato un matrimonio combinato fra Sonia e Sunny, secondo una pratica che il romanzo guarda con ironia e insieme con sorprendente complessità: non semplice residuo del passato, ma tentativo, forse ingenuo, di garantire continuità a una comunità dispersa nel mondo.
Quando finalmente i due protagonisti si incontrano davvero, durante un viaggio in treno attraverso l’India, l’episodio possiede qualcosa della commedia romantica. Si piacciono immediatamente, ma il peso delle aspettative familiari rende impossibile qualsiasi spontaneità. Si sfiorano, si allontanano, si perdono ancora.
Da qui prende forma una lunga narrazione fatta di partenze e ritorni, di continui attraversamenti fra India e America, fra New York e Delhi, fra il desiderio di appartenenza e quello di libertà. Intorno alla loro vicenda sentimentale Desai costruisce una vera costellazione di personaggi: genitori, nonni, zie, amici, artisti, immigrati, studenti, giornalisti, ciascuno portatore di una propria storia e di una propria idea del mondo.
La forza del romanzo sta proprio nella capacità di trasformare quella che potrebbe essere una semplice storia d’amore in un grande affresco sulla diaspora contemporanea. Sonia e Sunny non sono soltanto due individui innamorati. Sono due modi diversi di vivere la modernità globale.
Il titolo individua fin dall’inizio il centro emotivo del libro. La solitudine non coincide con l’isolamento. È piuttosto una condizione esistenziale che nasce dall’essere continuamente sospesi fra più appartenenze. Desai mostra come l’emigrazione non significhi soltanto cambiare paese, ma modificare il proprio modo di percepirsi. I personaggi vivono dentro identità multiple, parlano lingue diverse, cambiano registro secondo il contesto sociale, imparano a essere persone differenti a seconda del luogo in cui si trovano.
In questo senso il romanzo dialoga apertamente con Jhumpa Lahiri, ma se Lahiri costruisce storie raccolte, quasi miniaturistiche, Desai preferisce il grande respiro del romanzo ottocentesco. Non è difficile avvertire, dietro la sua costruzione narrativa, l’eco di Tolstoj, George Eliot o Thomas Mann, filtrata però attraverso la sensibilità postcoloniale.
Fra i temi più importanti emerge quello dell’arte. Sonia desidera scrivere, ma scopre quanto la creazione possa trasformarsi in un territorio di dominio. L’artista con cui intreccia la relazione sentimentale incarna una figura ambigua: è insieme maestro, amante, vampiro emotivo. Attraverso questa vicenda Desai riflette sulla difficoltà, soprattutto per una giovane donna, di conquistare una voce autentica senza rimanere schiacciata dal prestigio maschile.
Accanto all’arte compare il tema della famiglia. Nessuno dei personaggi riesce davvero a emanciparsi dal proprio passato. La famiglia è rifugio e prigione, memoria e ricatto, solidarietà e controllo. Anche quando si vive a migliaia di chilometri di distanza, il vincolo continua a esercitare la propria influenza.
Un altro elemento fondamentale è il rapporto fra India e Stati Uniti. Desai evita ogni stereotipo. L’America non rappresenta il futuro, né l’India il passato. Entrambi i paesi appaiono attraversati dalle medesime inquietudini: razzismo, trasformazioni economiche, precarietà, tensioni identitarie. Dopo l’11 settembre, soprattutto, Sunny sperimenta una nuova percezione di sé: il corpo dell’immigrato diventa improvvisamente visibile, sospetto, politicamente esposto.
Dal punto di vista stilistico La solitudine di Sonia e Sunny rappresenta probabilmente il lavoro più complesso dell’autrice. La prosa alterna registri molto differenti. Ci sono pagine di straordinaria precisione psicologica, altre quasi saggistiche, altre ancora percorse da un umorismo sottile che ricorda il primo romanzo, La mia nuova vita sugli alberi. Le digressioni sono numerosissime. Desai interrompe continuamente la narrazione principale per seguire destini secondari, raccontare genealogie familiari, soffermarsi su dettagli apparentemente marginali. È una tecnica che può disorientare il lettore contemporaneo, abituato a intrecci più lineari, ma che costituisce anche il fascino del libro. Il romanzo sembra voler imitare il funzionamento stesso della memoria e delle relazioni umane: nulla procede davvero in linea retta.
Non sorprende che la critica internazionale si sia divisa. Molti recensori hanno salutato il libro come il ritorno di una delle maggiori narratrici della lingua inglese, sottolineandone l’ambizione epica e la capacità di intrecciare romanzo familiare, storia d’amore e riflessione postcoloniale. Altri hanno giudicato eccessiva la sua struttura ramificata, osservando come le numerose digressioni finiscano talvolta per rallentare il ritmo narrativo. Ma proprio questa abbondanza appare il cuore del progetto di Desai: raccontare un mondo in cui nessuna storia può più dirsi davvero isolata dalle altre.
Più che il ritorno di una scrittrice celebrata, La solitudine di Sonia e Sunny sembra interrogare il destino stesso del grande romanzo contemporaneo. Da anni la critica discute se sia ancora possibile scrivere opere capaci di abbracciare la complessità del mondo senza rinunciare alla profondità psicologica. Da un lato la narrativa tende a privilegiare l’autofiction, il memoir, il racconto dell’io; dall’altro il mercato predilige storie dal ritmo serrato e dall’architettura essenziale. Il libro di Kiran Desai va in direzione opposta. Rivendica il diritto del romanzo a essere vasto, digressivo, persino eccedente.
In questo senso l’opera recupera un’ambizione che sembrava appartenere soprattutto al romanzo ottocentesco: non limitarsi a raccontare una vicenda individuale, ma costruire un’intera ecologia di relazioni, mostrando come le vite private siano attraversate dalla storia, dall’economia, dalle migrazioni, dalla lingua, dalla memoria familiare. Tuttavia non si tratta di un semplice ritorno al modello classico. Se Balzac, Tolstoj o George Eliot descrivevano società relativamente riconoscibili e circoscritte, Desai si confronta con un mondo in cui i confini sono continuamente attraversati. Le sue città non sono mai soltanto Delhi o New York, ma nodi di una rete globale in cui persone, merci, culture e identità circolano senza sosta.
È qui che il romanzo assume un valore emblematico. Sonia e Sunny non sono personaggi “fra due mondi”, secondo una formula ormai logora; appartengono simultaneamente a più mondi, e proprio questa molteplicità rende impossibile ogni identità stabile. La loro esperienza racconta una condizione che riguarda ormai milioni di persone, non solo nella diaspora indiana ma in una modernità segnata da migrazioni, mobilità, meticciato culturale e appartenenze plurime. Il “globale” non è dunque un semplice scenario geografico, bensì una struttura dell’esistenza.
Per questo Desai evita accuratamente l’esotismo. L’India non è mai ridotta a repertorio di colori, odori o spiritualità, così come l’America non coincide con la promessa di emancipazione. Entrambi i paesi sono luoghi attraversati dalle medesime contraddizioni. La geografia perde progressivamente centralità, mentre acquistano importanza le traiettorie individuali che la attraversano. È forse questa la cifra del romanzo globale del XXI secolo: non raccontare il mondo come somma di culture differenti, ma mostrare come le vite siano ormai costitutivamente transnazionali.
Anche la forma risponde a questa visione. Le continue deviazioni narrative, l’affollarsi dei personaggi, le genealogie familiari, le parentesi storiche e culturali non rappresentano semplici esercizi di stile. Riproducono la trama stessa della globalizzazione, fatta di connessioni impreviste, di percorsi obliqui, di storie che si sfiorano e si allontanano. La digressione diventa così una scelta poetica e persino etica: suggerisce che nessuna esistenza può essere compresa isolandola dal reticolo di relazioni che la precede e la determina.
In definitiva, La solitudine di Sonia e Sunny suggerisce che il futuro del romanzo non risiede né nella riduzione minimalista dell’esperienza né nell’illusione di una narrazione totalizzante capace di spiegare il mondo. Il suo orizzonte è piuttosto quello di una totalità aperta, inevitabilmente incompleta, che tiene insieme l’intimità delle emozioni e la complessità dei processi storici. È un romanzo che non offre sintesi rassicuranti, ma cartografie provvisorie, nelle quali il lettore è chiamato a orientarsi.
È difficile prevedere se La solitudine di Sonia e Sunny avrà il destino dei romanzi che definiscono un’epoca. Di certo arriva in un momento in cui molti avevano decretato la fine del grande romanzo-mondo, sostituito da narrazioni sempre più brevi, autobiografiche e frammentarie. Kiran Desai risponde senza proclami, semplicemente scrivendo un libro che rifiuta la semplificazione. Chiede tempo, attenzione, disponibilità a seguire percorsi laterali. In cambio restituisce ciò che solo il romanzo, quando raggiunge questa ampiezza di visione, può ancora offrire: non la spiegazione del mondo, ma l’esperienza della sua irriducibile complessità.
Per approfondire la narrativa indiana contemporanea vi rimando al post Viaggi letterari – India

Kiran Desai (Nuova Delhi, 1971) è una scrittrice indiana di lingua inglese. Figlia della romanziera Anita Desai, ha trascorso l’infanzia tra l’India, il Regno Unito e gli Stati Uniti, dove si è poi formata come scrittrice studiando al Bennington College, alla Hollins University e alla Columbia University.
Ha esordito nel 1998 con Hullabaloo in the Guava Orchard (La mia nuova vita sugli alberi), romanzo che ha rivelato una voce originale, capace di fondere ironia, realismo e invenzione fantastica. La consacrazione è arrivata nel 2006 con The Inheritance of Loss (Eredi della sconfitta), vincitore del Booker Prize e del National Book Critics Circle Award, un’opera che affronta le eredità del colonialismo, la migrazione e il senso di sradicamento nel mondo globalizzato. Dopo quasi vent’anni di lavoro e di silenzio editoriale, Desai è tornata con The Loneliness of Sonia and Sunny (La solitudine di Sonia e Sunny), un vasto romanzo corale dedicato alla diaspora indiana e alle forme contemporanee dell’appartenenza e della solitudine.

