Nel giardino delle scrittrici, di Eleonora Carantini, Donzelli editore 2026, pp.224

Ci sono periodi in cui il giardino diventa molto più di uno spazio esterno. È un luogo in cui ritrovare il ritmo delle cose, quello lento e ostinato della natura, che non ha fretta ma non smette mai di trasformarsi. Prendersi cura di una pianta, aspettare la prima fioritura, osservare una nuova foglia che compare quasi all’improvviso sono gesti semplici, eppure capaci di restituire equilibrio. Forse è per questo che amo così tanto il mio giardino: perché ogni stagione mi ricorda che tutto cambia, ma nulla accade per caso. C’è sempre qualcosa da seminare, qualcosa da potare, qualcosa che rifiorisce quando meno te lo aspetti. È una piccola terapia quotidiana fatta di terra sotto le unghie, profumo di foglie, silenzi e pazienza.

Ho sempre pensato che coltivare un giardino e leggere siano attività sorprendentemente simili. Entrambe chiedono tempo, pazienza e fiducia. Si semina senza sapere esattamente quando arriverà la fioritura. Si annaffia ogni giorno, anche quando sembra non succedere nulla. Poi, all’improvviso, una pianta sboccia. O una frase. E capisci che il tempo dedicato alla cura non è mai tempo perso.

Non sorprende, allora, che il giardino sia uno dei luoghi simbolici più ricchi della letteratura. Non è soltanto uno spazio delimitato dalla natura, ma un confine tra ciò che coltiviamo e ciò che cresce spontaneamente, tra ordine e caos, tra ciò che mostriamo agli altri e ciò che custodiamo dentro di noi. È un luogo di cura, ma anche di mistero. Di rinascita, ma talvolta anche di perdita.

È proprio da questa idea che nasce Nel giardino delle scrittrici, l’antologia curata da Eleonora Carantini, che raccoglie dodici racconti firmati da grandi autrici della letteratura in lingua inglese, da Virginia Woolf a Shirley Jackson, da Edith Wharton a Doris Lessing, da Lucy Maud Montgomery a Sandra Cisneros.

I giardini raccontati da queste autrici sono  molto diversi tra loro. Eppure condividono la stessa natura ambigua: sono luoghi coltivati dall’uomo, ma sempre sul punto di essere riconquistati dal selvatico.

Virginia Woolf aveva una passione per il giardino. Il bellissimo giardino di Monk’s House, la casa nel Sussex ai piedi delle Downs, fu una grande fonte di ispirazione per lei che scrisse qui, nello studio in fondo alla proprietà, la maggior parte dei suoi romanzi. Nel celebre racconto Kew Gardens trasforma il giardino botanico londinese in una piccola mappa dell’esistenza umana. Mentre i visitatori passeggiano tra le aiuole, i loro pensieri si intrecciano con il lento cammino di una lumaca, fino a dissolvere il confine tra natura e coscienza. Il giardino diventa così uno spazio della percezione, dove il tempo sembra rallentare e ogni dettaglio acquista significato.

Con Shirley Jackson, invece, anche il luogo più ordinato può incrinarsi. Dietro la serenità domestica affiorano inquietudini sotterranee, tensioni familiari e paure che sembrano crescere insieme alla vegetazione. Nei suoi racconti basta pochissimo perché un giardino smetta di essere rassicurante.

In Daphne du Maurier, il paesaggio naturale è spesso attraversato da presagi e desideri inespressi. I suoi giardini custodiscono segreti e diventano luoghi in cui memoria e mistero convivono.

Edith Wharton osserva invece il giardino come uno spazio sociale: elegante, raffinato, regolato da convenzioni che riflettono le gerarchie della società. Dietro siepi perfettamente potate si nascondono passioni, ambizioni e conflitti.

Per Lucy Maud Montgomery, autrice di Anna dai capelli rossi, il giardino conserva ancora la meraviglia dell’infanzia, mentre Sarah Orne Jewett ed Eudora Welty guardano alla natura come luogo di relazione, memoria e appartenenza.

Con Doris Lessing, Nadine Gordimer, Anita Desai e Sandra Cisneros, infine, il giardino assume anche una dimensione politica e identitaria. È uno spazio dove si intrecciano appartenenza, libertà, differenze culturali e rapporti di potere, dimostrando quanto un semplice spazio verde possa raccontare il mondo.

La forza di questa raccolta è proprio il dialogo che nasce tra scrittrici lontane nel tempo e nello stile. Racconti celebri e testi meno conosciuti si richiamano l’un l’altro, mostrando che un giardino non è mai soltanto un giardino. È uno specchio dell’anima, un laboratorio di emozioni, un luogo dove si mettono alla prova i rapporti umani e dove la natura, silenziosamente, ci ricorda che la vita non segue mai linee perfettamente dritte.

Forse è anche per questo che questo libro mi ha colpita. Perché, ogni volta che entro nel mio giardino, ho la sensazione di entrare in una storia. E dopo questa lettura sono ancora più convinta che i giardini custodiscano racconti, proprio come fanno i libri. Basta fermarsi ad ascoltarli.

“Se hai un giardino e una biblioteca, hai tutto ciò che ti serve.”

La celebre frase attribuita a Cicerone racchiude perfettamente lo spirito di questa antologia: un invito a coltivare la terra, ma anche l’immaginazione. Perché entrambe, se curate con pazienza, continuano a fiorire.

Mentre leggevo Nel giardino delle scrittrici mi sono anche tornati in mente alcuni dei più celebri giardini della storia dell’arte.

Claude Monet, Il giardino dell’artista a Giverny (1900)

Se esiste un pittore che ha trasformato il giardino in un universo interiore è Monet. A Giverny non dipinge semplicemente i fiori: costruisce un luogo in cui vivere e poi lo restituisce sulla tela, facendo coincidere arte e giardinaggio. È un giardino coltivato con la stessa pazienza con cui si scrive un libro.

Claude Monet, Donne in giardino (1866)

Qui il giardino diventa il teatro della luce. Le figure quasi si dissolvono tra gli alberi, come se la natura fosse la vera protagonista. È un dipinto che dialoga perfettamente con Virginia Woolf e il suo Kew Gardens: più che raccontare una storia, invita a osservare.

Gustav Klimt, Giardino fiorito (Flower Garden, 1907)

Non c’è orizzonte, non c’è cielo. Solo una distesa di colori che sembra assorbire lo sguardo. È un giardino che diventa pura emozione, quasi astratto, dove ci si perde come in un pensiero.

Joaquín Sorolla, i giardini della casa-museo di Madrid

Sorolla dipinse più volte il proprio giardino, fatto di fontane, pergolati e giochi di luce mediterranea. Nei suoi quadri il verde è un luogo di quiete, un rifugio dalla frenesia del mondo, molto vicino all’idea del giardino come cura che raccontavi tu.

Silvestro Lega, Il pergolato (1868)

Forse è il quadro italiano che più immediatamente richiama l’idea del giardino come luogo dell’anima. Sotto una pergola, filtrata dalla luce estiva, alcune figure femminili condividono un momento di quiete. È un dipinto che parla di tempo lento, di intimità domestica, di quella serenità che il verde sa regalare. Mi sembra perfetto per accompagnare l’idea del giardino come rifugio.

Giuseppe De Nittis

De Nittis ha dipinto più volte giardini, terrazze e parchi, soprattutto durante il periodo parigino. Nei suoi quadri il giardino è elegante ma mai rigido: è un luogo attraversato dalla luce, dalla brezza, dal passare delle stagioni. Ha qualcosa della sensibilità di Edith Wharton, dove natura e società convivono.

Plinio Nomellini

Vicino al Divisionismo, dipinge giardini e paesaggi inondati di luce. Le sue tele trasmettono un senso di armonia e di immersione nella natura.