Il santo degli assetati, di Omar Di Monopoli, NNEditore 2026, pp. 208

Con Il santo degli assetati, Omar Di Monopoli torna a raccontare quel Sud visionario e crudele che è diventato la cifra più riconoscibile della sua narrativa. Non una Puglia da cartolina, ma una terra spaccata dal sole, dalla violenza e dall’abbandono, dove il paesaggio sembra respirare insieme ai personaggi. L’ambientazione richiama ancora una volta la provincia salentina degli anni Novanta: periferie polverose, stazioni di servizio isolate, campagne bruciate dalla siccità, bar di paese attraversati da criminali, anime perdute e uomini in fuga. È un Sud quasi apocalittico, sospeso fuori dal tempo, in cui la modernità arriva deformata e dove la sete evocata dal titolo non è soltanto fisica, ma morale ed esistenziale. L’acqua diventa promessa di redenzione, miraggio, potere.

Di Monopoli costruisce così un territorio narrativo personale e riconoscibile, che deve molto al western classico e al southern gothic americano. Le sue campagne pugliesi ricordano infatti gli spazi assolati e selvaggi di Cormac McCarthy, soprattutto di Meridiano di sangue, mentre l’umanità dolente e deformata richiama autori come William Faulkner e Flannery O’Connor. Allo stesso tempo, l’immaginario cinematografico è evidente: nelle sue pagine si percepiscono echi dei western di Sergio Leone e della violenza pulp di Quentin Tarantino.
Sul versante italiano, Di Monopoli può essere accostato a Nicola Lagioia per la capacità di raccontare una Puglia oscura e inquieta, lontana dagli stereotipi turistici, soprattutto in romanzi come La ferocia. Condivide inoltre qualcosa con Massimo Carlotto nell’uso del noir come strumento per leggere le fratture sociali e morali dell’Italia contemporanea.

Il romanzo si sviluppa come una corsa febbrile compressa nell’arco di una sola giornata, in cui ogni episodio trascina inevitabilmente verso il successivo, accumulando tensione fino alla deflagrazione finale. La narrazione raggiunge il suo culmine al calare della notte, quando una tempesta furiosa si riversa sulle campagne assetate, suggellando lo scontro tra i clan e il destino dei protagonisti.
Tutto parte da una missione apparentemente burocratica: Alberto, funzionario pubblico incaricato di seguire la costruzione di un dissalatore, attraversa il Salento insieme al figlio Nicola per convincere gli abitanti a cedere i terreni destinati all’opera. Ma quello che dovrebbe essere un intervento statale per portare acqua e progresso si trasforma subito in un viaggio dentro una terra dominata dall’omertà e dal potere criminale.

Il paese di Torre Languorina, nome perfettamente “dimonopoliano”, appare come una zona sospesa fuori dal tempo, governata da equilibri violenti tra il boss Pà Nasi e il rivale Stacchiuccio. Lo Stato è percepito dagli abitanti non come salvezza ma come una presenza distante e predatoria, pronta ancora una volta a sottrarre terre e dignità. In questo clima già tesissimo, un incidente stradale innesca il precipitare degli eventi: Alberto viene sequestrato dagli uomini del clan e Nicola si ritrova improvvisamente solo, costretto a muoversi dentro un territorio ostile.
Da qui il romanzo assume sempre più i toni del noir e del western. Nicola, che inizialmente sembra una figura quasi passiva, deve imparare rapidamente a sopravvivere. L’alleanza con Piera, figlia di Pà Nasi, introduce uno degli elementi più interessanti della storia: entrambi sono figli intrappolati dentro il mondo violento costruito dai padri, e in modi diversi cercano una via di fuga.

Intorno a loro si muove una galleria di personaggi corrotti, disperati o feroci: clan rivali, uomini di potere, emissari dello Stato, figure religiose ambigue. Di Monopoli racconta un Sud dove il confine tra legalità e criminalità è poroso, quasi inesistente. Non c’è un vero centro morale stabile: tutti sembrano coinvolti nello stesso sistema di ricatti, paura e sopravvivenza.
Ma il romanzo non si limita alla dimensione criminale. Sopra la vicenda aleggia continuamente una dimensione simbolica e quasi mistica. La siccità che devasta il territorio assume il valore di una maledizione collettiva, mentre la leggenda di San Nepomuceno, evocata durante la tempesta finale, trasforma la storia in una sorta di parabola sacrale e pagana insieme. L’acqua diventa così il centro simbolico del libro: desiderio di rinascita, strumento di controllo, promessa di redenzione.

Quello che colpisce è anche la struttura profondamente cinematografica della narrazione, che si sviluppa con un ritmo vorticoso, costruito per accumulo di tensione, inseguimenti, improvvise esplosioni di violenza e momenti quasi allucinati. La sensazione è quella di un western meridionale attraversato da lampi pulp, dove il paesaggio assolato e polveroso diventa parte attiva dell’azione. Eppure, sotto la scorza noir, resta soprattutto una storia di persone assetate: d’acqua, certo, ma anche d’amore, di libertà e di possibilità di riscatto. È probabilmente qui che il romanzo trova il suo nucleo più umano e tragico.

I personaggi di Il santo degli assetati sembrano emergere direttamente dalla terra che abitano: consumati dal caldo, dalla povertà, dalla violenza e da un senso di destino inevitabile. Omar Di Monopoli evita la distinzione netta tra buoni e cattivi e costruisce figure profondamente ambigue, spesso travolte da desideri elementari come il potere, il denaro, l’amore o semplicemente la sopravvivenza.
Molti dei protagonisti appartengono a un’umanità marginale: criminali di provincia, uomini legati ai traffici illeciti, famiglie spezzate, giovani senza prospettive. Eppure, dietro la durezza dei loro gesti, emerge continuamente una fragilità quasi disperata. Sono personaggi che vivono ai bordi del mondo, incapaci di sottrarsi alla brutalità dell’ambiente in cui sono cresciuti, ma ancora attraversati da bisogni profondamente umani.

La forza del romanzo, a mio avviso, sta proprio nel modo in cui Di Monopoli riesce a dare spessore emotivo anche alle figure più violente. I suoi uomini sembrano figli del western classico: taciturni, rabbiosi, spesso incapaci di esprimere apertamente le emozioni. Tuttavia non hanno nulla dell’eroe romantico. Sono creature sconfitte in partenza, divorate da ossessioni e rimorsi, che cercano una forma di redenzione dentro un mondo dove la redenzione appare quasi impossibile.
Anche i personaggi femminili, pur relegati dentro un universo duro e profondamente patriarcale, acquistano una forza decisiva nella costruzione del romanzo. Sono spesso loro a incrinare l’equilibrio della violenza, facendo emergere desideri rimossi, tensioni affettive e aspirazioni di fuga. In un mondo dominato dalla brutalità maschile, le donne sembrano custodire ciò che ancora resiste alla disumanizzazione: la memoria, la pietà, talvolta perfino una dimensione quasi sacrale, capace di opporsi al degrado che avvolge uomini e paesaggio.

Un altro elemento centrale è la coralità. Di Monopoli non costruisce un unico protagonista assoluto, ma una costellazione di voci e destini che si intrecciano. Ogni personaggio sembra portare con sé un pezzo della grande tragedia collettiva raccontata dal romanzo: la sete di riscatto in una terra abbandonata, il desiderio di cambiare vita, la tentazione della violenza come unica lingua possibile. In questo senso, i personaggi di Il santo degli assetati mi hanno ricordato quelli del southern gothic americano: anime deformate dalla storia e dall’ambiente, capaci di alternare ferocia e tenerezza nello spazio di poche pagine. Ed è proprio questa continua oscillazione tra umanità e brutalità a renderli così vivi e memorabili.

La scrittura di Di Monopoli è materica, barocca, musicale: un impasto linguistico che mescola italiano letterario, dialetto, oralità e immagini potentissime. Le descrizioni sembrano scolpite nella polvere e nel sangue, con un ritmo che alterna lentezza ipnotica ed esplosioni improvvise di violenza. In alcuni passaggi la lingua diventa quasi biblica, trasformando la provincia pugliese in un luogo mitologico e universale.

Il santo degli assetati ha tutta la statura di un grande romanzo di frontiera: una tragedia meridionale che usa i codici del western e del gotico per raccontare il desiderio umano di sopravvivere, appartenere e salvarsi, anche quando tutto intorno sembra condannato alla rovina.

Omar Di Monopoli (1971), nato a Bo­logna da famiglia pugliese, ha pub­blicato per Isbn Uomini e cani (2007), vincitore del premio Kihlgren, Ferro e fuoco (2008), La legge di Fonzi (2010) e Aspettati l’inferno (2014). Con Adelphi ha pubblicato il noir Nella perfida terra di Dio (2017), tradotto all’estero e dive­nuto fumetto per Sergio Bonelli edito­re, e con Feltrinelli Brucia l’aria (2021) e In principio era la Bestia (2023).