Un cane andò in cucina, di Sepp Mall, Keller 2026, traduzione di Sonia Sulzer, pp. 192

Nella nostra famiglia non c’erano parole per gli addii. Non ne aveva mio padre e non ne aveva neanche mia madre. Come se le avessero perse con l’andare del tempo, come fossero cadute, lettera dopo lettera, da un sacco che le conteneva, rimanendo là, da qualche parte, dove nessuno riusciva più a trovarle. O forse se le rimangiavano ogni volta che arrivavano loro alla bocca.

Un cane andò in cucina è un romanzo dello scrittore altoatesino Sepp Mall, pubblicato in Italia da Keller nella collana “Vie”. Il titolo arriva da una filastrocca cupa e circolare presente in Aspettando Godot di Samuel Beckett: una nenia infantile che continua a ricominciare, quasi intrappolata dentro sé stessa. È già un piccolo manifesto del libro. Nel romanzo succede qualcosa di simile: il dolore rischia continuamente di diventare routine, formula, gesto automatico. Una specie di carillon incrinato che continua a suonare anche quando nessuno vorrebbe più ascoltarlo.

La famiglia protagonista vive in Sudtirolo alla fine degli anni Trenta, in un territorio segnato dalla pressione del fascismo italiano e dal crescente peso della Germania nazista. Nel 1939, dopo l’accordo tra Benito Mussolini e Adolf Hitler, agli abitanti di lingua tedesca viene imposto di scegliere: restare in Italia accettando l’italianizzazione fascista oppure trasferirsi nel Reich tedesco. La famiglia di Ludi decide di partire. È una scelta vissuta non come entusiasmo ideologico, ma come necessità confusa, piena di paura e aspettative. Tutto il romanzo è attraversato da questa sensazione di precarietà: nessuno sa davvero se stia andando verso un futuro migliore o verso una catastrofe.

Il protagonista è Ludi, un bambino di undici anni che osserva il mondo degli adulti senza comprenderlo fino in fondo. Attraverso il suo sguardo vediamo il trasferimento della famiglia, il viaggio, i nuovi ambienti e soprattutto il rapporto con il fratello minore Hanno. Hanno è fragile, ha disabilità fisiche e cognitive, richiede attenzioni continue ed è percepito dagli adulti come un problema difficile da gestire in una realtà già instabile. Nonostante questo, per Ludi il fratello rappresenta qualcosa di essenziale: una presenza ingombrante ma vitale, una parte inevitabile della famiglia.

All’arrivo in Austria, Hanno viene sottoposto a visite mediche. In quel momento il romanzo entra lentamente nella sua zona più oscura. I medici e le istituzioni prendono il controllo della situazione con apparente normalità: documenti, colloqui, valutazioni cliniche. Hanno viene separato dalla famiglia e ricoverato in un istituto. Gli adulti sembrano accettare tutto quasi passivamente, come se il linguaggio burocratico avesse anestetizzato la loro capacità di opporsi. Ludi, invece, percepisce che qualcosa non torna, anche se non riesce ancora a nominare ciò che sta accadendo.

Dopo un certo periodo arriva la notizia della morte di Hanno. Il romanzo non mette in scena direttamente l’uccisione né offre spiegazioni esplicite; il lettore comprende gradualmente che il bambino è stato probabilmente vittima del programma nazista di eliminazione delle persone considerate “inadatte”, collegato alla politica di eutanasia forzata conosciuta come Aktion T4. Mall però sceglie di raccontare tutto indirettamente, attraverso omissioni, silenzi e reazioni spezzate. È proprio questa sottrazione a rendere la vicenda devastante.

Da quel momento il romanzo non racconta tanto “che cosa succede”, quanto ciò che resta dopo la perdita. La famiglia continua a vivere, ma ogni gesto quotidiano appare deformato dall’assenza di Hanno. Nessuno riesce davvero a elaborare il lutto: chi tace, chi si rifugia nelle abitudini, chi nell’oblio.

Ludi cresce dentro questo vuoto, comprendendo lentamente che il mondo adulto non è capace di proteggere i più fragili e che la Storia può entrare nelle case in modo quasi invisibile, attraverso decisioni amministrative apparentemente normali.

Il romanzo lavora più sulle crepe emotive che sui grandi eventi storici. La guerra resta sullo sfondo come una macchina fredda che macina vite e linguaggi. Mall racconta il trauma attraverso lo sguardo dei bambini, evitando retorica e gigantismi. Il risultato è una prosa molto trattenuta, quasi silenziosa: neve, stazioni, lettere, attese, cucine, corridoi. Tutto sembra immerso in una luce grigia da fotografia sviluppata lentamente in camera oscura.

Uno dei temi più forti è quello della perdita trasformata in normalità burocratica. Hanno non sparisce in modo “epico”: viene assorbito da un sistema che considera alcune vite un peso. In questo senso il libro dialoga indirettamente con il programma nazista di eliminazione delle persone disabili, ma senza trasformarsi in un romanzo storico-didattico. È più vicino a una memoria sussurrata che a una lezione frontale.

Tra le opere che più aiutano a comprendere la tonalità emotiva e stilistica di Un cane andò in cucina, spiccano i romanzi di Sebald e Dagerman, autori che hanno raccontato il trauma, la memoria e la fragilità umana attraverso una scrittura rarefatta e profondamente anti-retorica.

Nel confronto con Austerlitz di W. G. Sebald e con Il bambino bruciato di Stig Dagerman, Un cane andò in cucina di Sepp Mall rivela una stessa poetica della frattura e del non detto. Come Sebald, Mall racconta una memoria che non si presenta mai in forma compatta o lineare, ma attraverso lacune, dettagli marginali, immagini che riaffiorano come relitti dopo una piena: il passato non è davvero passato, continua a deformare il presente con una pressione sotterranea. Tuttavia, mentre Sebald costruisce un movimento meditativo e quasi ipnotico della memoria, Mall mantiene una scrittura più scarna, gelida, fatta di pause e sottrazioni.

Con Dagerman condivide invece la capacità di trasformare il quotidiano in qualcosa di emotivamente insostenibile: una stanza, una tavola apparecchiata, un gesto minimo diventano condensatori di angoscia. In entrambi gli autori il dolore non esplode mai in scene melodrammatiche, ma si deposita lentamente nei corpi e nei silenzi. Se Sebald lavora sulla persistenza fantasmale della Storia e Dagerman sull’abisso psicologico dell’esistenza, Mall intreccia entrambe le dimensioni, creando un romanzo dove il trauma storico si infiltra nella vita domestica come neve che entra da una finestra lasciata socchiusa.

Nel complesso, Un cane andò in cucina si impone come un romanzo della memoria capace di raccontare la violenza della Storia senza mai ricorrere alla spettacolarizzazione del dolore. La forza del libro risiede nella capacità di mostrare come il male possa insinuarsi nella normalità domestica trasformando una tragedia collettiva in esperienza intima e familiare. Al tempo stesso, il romanzo riflette sulla fragilità della memoria e sull’impossibilità di elaborare pienamente certe perdite: l’assenza di Hanno continua a gravare sui personaggi come una presenza invisibile, simbolo di tutte le vite cancellate dalla violenza ideologica del Novecento. Ne nasce un’opera intensa e dolorosa, che non cerca risposte consolatorie ma invita il lettore a confrontarsi con le zone più oscure della storia europea e con la responsabilità del ricordare.

Sepp Mall, autore italiano di lingua tedesca, è nato nel 1955 a Curon in Alto Adige-Südtirol. Vive e lavora a Merano. È autore, insegnante e redattore. Scrive principalmente poesia, romanzi e radiodrammi, ma si occupa anche di traduzioni dall’italiano. Ha ricevuto vari premi e borse di studio, tra cui il “Meraner Lyrikpreis” nel 1996. Per Keller ha pubblicato i romanzi Ai margini della ferita (2014) e Stanze berlinesi (2022) entrambi tradotti da Sonia Sulzer.