Pietra e ombra, di Burhan Sönmez, nottetempo edizioni 2022, traduzione di Nicola Verderame, pp. 368
La mia ombra ricade sulla pietra. Questo è un sogno, non esiste la pietra, non esisto io, esiste soltanto l’ombra.
Burhan Sönmez, con Pietra e Ombra, ci immerge in un affresco corale e intensamente evocativo, dove il tempo si muove fluidamente tra passato e presente, intrecciando destini individuali e collettivi.
Il romanzo si struttura come un mosaico complesso, dove ogni tessera, pur conservando la propria autonomia, contribuisce a comporre un quadro più ampio e significativo.
Al centro della narrazione troviamo Avdo Usta, un intagliatore di lapidi che vive a Istanbul. La sua storia, che si sviluppa principalmente tra il 1984 e il 2002, è il fulcro attorno al quale gravitano una moltitudine di altri personaggi e vicende. Tuttavia, Sönmez ci trascina ben oltre i confini temporali e geografici di questa vicenda principale, intessendo un tappeto narrativo ricco di rimandi storici e culturali.
Incontriamo così un orfano che, nei primi decenni del Novecento in Mesopotamia, si guadagna da vivere intonando canti dolorosi. A Damasco, nel 1940, assistiamo a storie di ordinaria e straordinaria umanità, mentre a Istanbul, negli anni Sessanta, seguiamo le vicende di una cantante arabesk, stella triste del Gazino Paris, che cerca di sfuggire al suo passato e alle oppressioni del suo villaggio.
Sönmez non si limita a raccontare storie individuali, ma le inquadra all’interno di un contesto storico e sociale più ampio. I suoi personaggi sono profondamente radicati nel loro tempo e nel loro luogo, e le loro vicende risentono degli eventi politici e sociali che li circondano. Il massacro di Sivas, le tensioni a Istanbul contro la giunta militare, la violenta repressione delle proteste: sono solo alcuni degli eventi drammatici che fanno da sfondo alle storie narrate.
Un’indagine profonda sulla società turca
Attraverso questa complessa trama, Sönmez conduce un’indagine profonda sulla società turca, analizzandone le contraddizioni, le ferite e le speranze. L’autore non si limita a descrivere la realtà, ma la interpreta attraverso una lente critica, denunciando le ingiustizie e le oppressioni.
La natura politica della scrittura di Sönmez è evidente in ogni pagina. Il riferimento a eventi drammatici, la denuncia delle tensioni sociali, la riflessione sulle conseguenze delle scelte politiche: tutto concorre a farci comprendere come la storia di ogni individuo sia indissolubilmente legata alla storia del suo paese.
Sönmez, attraverso un linguaggio ricco di simbolismi, esplora le profondità dell’animo umano. La perdita del senso della realtà, come nel caso del prigioniero di Diyarbakir, rappresenta una metafora della condizione dell’individuo di fronte al potere. La prigione, in senso lato, diventa il simbolo di una società che reprime le libertà individuali e soffoca ogni forma di dissenso.
La struttura narrativa frammentata, con i suoi continui salti temporali, sottolineano l’idea di un tempo che non scorre linearmente, ma si ripiega su se stesso, creando un labirinto di ricordi e di paure. L’opposizione tra città e villaggio, tra modernità e tradizione, diventa un’allegoria della lotta tra progresso e conservazione, tra individualismo e collettività. Sönmez, con un’abilità narrativa fuori dal comune, ci invita a riflettere sul senso dell’esistenza e sulla nostra capacità di resistere all’oblio.
La dimensione simbolica del sogno
Il sogno, nell’universo narrativo di Sönmez, è un potente strumento simbolico. Attraverso le immagini oniriche, l’autore costruisce un mondo parallelo, dove si intrecciano ricordi, desideri e paure. Sönmez, con maestria, sfrutta il piano onirico per svelare le complessità dell’animo umano e per indagare le zone d’ombra della coscienza.
È nel sogno che i personaggi si confrontano con le proprie fragilità, con le proprie perdite e con i propri desideri più reconditi, così come con le proprie radici, le proprie origini; il sogno è infatti strettamente legato alla tematica dell’identità. Avdo, attraverso i suoi sogni, cerca e ritrova un senso di appartenenza, un’identità che sembrava perduta.
Il sogno diventa una metafora della vita, un luogo dove si manifestano le contraddizioni dell’esistenza umana. L’abbaglio, la visione onirica, diventano così il mezzo attraverso cui l’autore ci invita a riflettere sulla natura della realtà e sulla complessità dell’animo umano.
Anch’io sono un’ombra, me ne sono reso conto solo con l’avanzare dell’età. Fatta di cuore, catturata nel vortice di nostalgia e dolore, sono un’ombra, ecco. La luna illumina la pietra che ho davanti. La mia ombra ricade sulla pietra. Questo è un sogno, non esiste la pietra, non esisto io, esiste soltanto l’ombra. Stringo nelle mani l’ombra del mazzuolo, faccio in modo che atterri sull’ombra dello scalpello.
Pag.161
La simbologia evocativa dei luoghi e degli oggetti
Attraverso oggetti quotidiani, come i gozleme (piadine ripiene di verdura, formaggio o carne) fumanti o un pettine con l’immagine della şahmeran – simbolo mitologico che unisce il mondo umano e quello animale -, l’autore evoca un passato mitico e idealizzato e attribuisce un significato profondo ai gesti più semplici, trasformandoli in potenti simboli di un’identità culturale e di un passato perduto.
La nostalgia dei luoghi, il dolore dell’esilio e le ipocrisie sociali diventano così temi universali, trasmessi attraverso un linguaggio ricco di sfumature e di rimandi. Le figure illuminate, presenti in tutta la sua opera, incarnano un’alterità che sfida le convenzioni e invita alla riflessione.
La pietra e la sua ombra – a cui si rifà il titolo – sono un simbolo di immutabilità e di protezione. Avdo, come questa pietra, è un’anima forte e resiliente; nonostante le intemperie della vita, la sua forza interiore rimane inalterata, come la pietra che resiste alla prova del tempo. Malgrado le ferite del passato, la sua capacità di amare e di aiutare gli altri è rimasta intatta.
Guardava le tombe cercando di vedere le anime dei morti recenti, tentava di capirli, di trovare la forma insita del loro destino e con la mente già iniziava a dare una foggia alle pietre che avrebbe scolpito l’indomani.
Pag. 13
La trama
Il fulcro attorno al quale ruota l’intera narrazione è Avdo, l’intagliatore di lapidi, il gavsono, il migrante strappato dalla propria terra: un archetipo dell’uomo moderno, alla ricerca di un’identità perduta. La perdita della madre, della patria e dell’amata lo hanno reso un esule nel mondo, un eterno straniero, un uomo solitario e introverso. La scoperta della tomba della sua amata sotto l’albero di Giuda rappresenta un momento di profonda catarsi, un punto di arrivo in un lungo percorso di lutto e di ricerca.
I canti dell’infanzia, i lamenti delle anime, il verso della civetta. Nel caos del giorno, percepirli era impossibile. E così anche i dolori, le nostalgie. Quando di notte si rimaneva da soli con se stessi si poteva provare un dolore strisciante e puro. (..) Di giorno era semplice trasportare quei pesi, ma di notte si poteva credere di essere veramente soli.
Pag. 14
L’incontro con Josef Usta, il suo maestro, quando era ancora un ragazzino, ha segnato profondamente la sua vita, trasmettendogli un codice etico e professionale che lo accompagnerà per sempre. La lapide, oggetto centrale del lavoro di Avdo, diventa un potente simbolo di memoria e di identità. Ogni lapide che intaglia è un’opera unica, che riflette l’anima del defunto.
La richiesta anomala dell’Uomo dai Sette Nomi rappresenta una nuova sfida per Avdo, un’opportunità per mettere alla prova le sue abilità e la sua umanità.
L’Uomo dai Sette Nomi è un enigma avvolto nel mistero. La sua storia, frammentaria e contraddittoria, innesta nella narrazione un elemento di suspense e di fascino. Colpito dalla violenza della deportazione e privato della sua identità, l’uomo ha vagato per il mondo, assumendo diverse identità e adattandosi a contesti culturali diversi. Il suo diario, ritrovato da Avdo, diventa una sorta di mappa di un’esistenza frammentata, un labirinto di ricordi e di identità. La figura dell’Uomo dai Sette Nomi rappresenta la possibilità di reinventare se stessi, ma anche il rischio di perdersi nell’anonimato.
La sorte, inesorabile e implacabile, incombe su tutti i personaggi del romanzo. Elif, condannata a un matrimonio infelice, Ipëk, costretta a fuggire dalla sua terra, e poi il Marinaio Biondo, Reyhan, l’imam Hoca, il militare Cobra, sembrano prigionieri di un destino che li trascina verso un futuro già scritto. Tuttavia, Sönmez non ci presenta un mondo privo di speranza. La figura di Avdo, con la sua determinazione e la sua volontà di lottare contro le ingiustizie, ci mostra che è possibile ribellarsi al destino e costruire il proprio futuro. La sua sapienza stoica, tramandata al piccolo Baki, diventa un esempio per tutti coloro che cercano di sfuggire alla tirannia del fato.
Un romanzo che tocca le corde più profonde
Pietra e Ombra è un romanzo intenso, molto coinvolgente, che affascina il lettore grazie alla grande capacità affabulatoria, alla scrittura poetica ed evocativa nonché alla sapiente costruzione narrativa. Le storie si dipanano e si intrecciano evitando la complessità disordinata. La sua scrittura, fluida ed elegante, svela gradualmente i misteri che avvolgono i personaggi, toccando le corde più profonde dell’animo umano, trasportando il lettore in un mondo ricco di atmosfere e di suggestioni. L’amore, la perdita, la speranza, la paura, la nostalgia: sono solo alcune delle emozioni che l’autore riesce a trasmettere al lettore.
Le descrizioni, precise e suggestive, permettono di vedere, sentire e toccare con mano i luoghi e i personaggi delle storie.
Sönmez, con una sensibilità unica, riesce a dare voce a personaggi complessi e sfaccettati. La voce di Avdo, un uomo apparentemente semplice, risuona con una poeticità sorprendente, rivelando un’anima profonda e tormentata. Attraverso le vicende dei suoi personaggi, Sönmez ci invita a riflettere sulla condizione umana, sulla fragilità della vita, sulla bellezza e sulla crudeltà del mondo.
Qui potete leggere l’incipit del romanzo.
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Burhan Sönmez è nato nella regione anatolica di Haymana, vicino ad Ankara, da una famiglia curda; laureatosi in Giurisprudenza, ha lavorato come avvocato specializzato in diritti umani. Dopo essere stato aggredito e ferito dalla polizia turca, è stato rifugiato politico in Inghilterra per circa un decennio, iniziando a scrivere romanzi durante l’esilio. Ora vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College dell’Università di Cambridge.
Riconosciuto come una delle rivelazioni del panorama narrativo contemporaneo, ha pubblicato in Italia, con nottetempo, i romanzi Istanbul Istanbul (2016), Labirinto (2019), Nord (2021) e Pietra e ombra (2022), tradotti in oltre quaranta lingue. Ha scritto per The Guardian, Der Spiegel, la Repubblica. Dal 2021 è presidente del Pen International. Ha vinto il Premio Václav Havel nel 2017 e il Premio ebrd nel 2018. Pietra e ombra è stato selezionato nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Europeo 2023.


Ho letto Istanbul Istanbul e Labirinto. Uno più bello dell’altro, evocativi ed intimi.
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Anche questo è davvero coinvolgente. Sönmez è un grande narratore, tesse le sue storie von una sapienza antica e allo stesso tempo attuale.
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Hai detto bene… Me lo segno.
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