Avete visto il bellissimo film di Bernardo Bertolucci tratto dal romanzo “Il tè nel deserto” – titolo originale “The sheltering sky” –, di Paul Bowles? A me è piaciuto da morire. Anche il libro, e devo dire che per me questo è uno dei pochi casi in cui ho apprezzato sia l’uno che l’altro e non mi sembra che nessuno dei due metta in ombra l’altro. Si può dire moltissimo su questo film che ha suscitato molte ed opposte valutazioni; in rete troverete di tutto …

Vorrei solo raccontare una curiosità. Nell’ultima scena del film, l’autore Paul Bowles, nella penombra della sala da tè di un albergo coloniale, pronuncia la celebre frase, tratta dal romanzo: – “Poiché non sappiamo quando moriremo si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile, però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che senza neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limite”.  E’ una scena davvero poetica, come, del resto, lo è tutto il film. Il romanzo è bellissimo, l’ho letto tre volte e ogni volta che vedo la copertina, mi viene voglia di riprenderlo in mano. Vi lascio questa citazione, dalla versione originale in inglese: « A black star appears, a point of darkness in the night sky’s clarity. Point of darkness and gateway to repose. Reach out, pierce the fine fabric of the sheltering sky, take repose. »

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La trama:

Due giovani e facoltosi coniugi americani e un loro amico si recano nel Nord Africa. Lui, Port Moresby, musicista a corto d’ispirazione, lei Kit, scrittrice ormai priva d’inventiva. L’amico, George Tunner, è in cerca di avventure. Partendo da Tangeri percorrono un lungo itinerario che li porta nei luoghi dove l’Africa è più ostile. Il viaggio rappresenta una vera e propria traversata della loro esistenza. Mette a nudo l’inconsistenza di una vita senza scopi. Port e Kit finiscono con concedersi entrambi un diversivo extra coniugale. Port rischia il linciaggio da parte dei “protettori” di una prostituta indigena, che lo ha soddisfatto tentando di derubarlo; lei per poco non viene sorpresa dal marito mentre dorme con Tunner. A questo punto tentano di riannodare i loro rapporti e ridestare la passione, durante una passeggiata fra scoscendimenti sassosi. Decidono infine di separarsi da Tunner e si addentrano insieme nel deserto del Sahara, adattandosi ai costumi delle carovane, fra crescenti difficoltà e disagi. Port si ammala di tifo, e Kit cerca disperatamente un medico, un ospedale, qualcuno che l’aiuti, mentre il marito attende in preda al delirio. Trovano finalmente precario rifugio in uno squallido forte semi abbandonato della Legione straniera, sprovvisto di un minimo d’igiene e di assistenza sanitaria. Qui Port muore, nonostante gli sforzi della moglie, che lo assiste con dedizione. Vinta dal dolore, lei si perde nel deserto, dove viene soccorsa dal capo di una tribù di Tuareg. L’uomo, divenuto il suo amante, la tiene segregata nascondendo la sua femminilità, sino alla liberazione per mano di una delle sue concubine, gelosa dell’occidentale. Liberata ma in balia dei tuareg che la aggrediscono. Prostrata, la donna si risveglia in un ospedale di Tangeri. Viene infine soccorsa da una funzionaria dell’ambasciata americana e quando Tunner cerca di ristabilire un contatto con lei, Kit lo rifiuta. La funzionaria cerca di aiutarla a rimpatriare ma la sua esistenza è spezzata dalle esperienze vissute.

Port Moresby è interpretato da John Malkovich, Kit da Debra Winger; l’amico George Tunner, da Campbell Scott. Nel cast compare anche Nicoletta Braschi.