Alla fine questo ebbe Edith Goodnough: sei anni di quello che si potrebbe chiamare divertimento. O bei momenti. O meglio, la semplice, intensa, magnifica bellezza del sentirsi vivi giorno dopo giorno, quando di sera vai a dormire nella calda oscurità, soddisfatto del tuo angolo di mondo, e poi ti svegli al mattino ancora soddisfatto e ne sei ben consapevole mentre resti sdraiato per un po’ ad ascoltare in pace il richiamo delle tortore dagli olmi e dai fili del telefono, finché al pensiero di un caffè nero finalmente decidi di alzarti dal letto, scendere le scale e andare in cucina, ai fornelli, per ricominciare tutto daccapo con piacere, addirittura con impazienza. Ebbene sì, questa per qualche tempo fu la situazione in cui si trovò Edith. In quel periodo glielo si leggeva in faccia. Per sei anni i suoi occhi bruni brillarono vivaci.

Vincoli, di Kent Haruf, NN Editore 2018, traduzione di Fabio Cremonesi, pagg 255

Colorado pianura

Chi mi segue da un po’ sa già quanto ami Kent Haruf e la sua scrittura – sul blog trovate recensita tutta la Trilogia della Pianura e Le nostre anime di notte – e dunque non si stupirà del fatto che mi sia goduta in pieno anche questo romanzo, che è l’esordio letterario di Haruf, pubblicato negli Stati Uniti nel lontano 1984 (oltre trent’anni fa!) e approdato in Italia grazie all’adozione di questo bravissimo autore da parte della casa editrice NN e dall’altrettanto bravo traduttore Fabio Cremonesi. Ora, non ci resta che aspettare la pubblicazione in traduzione anche di “Where you once belonged”, per avere la bibliografia completa.

Con questo romanzo torniamo quindi indietro nel tempo della carriera letteraria di Haruf, e scopriamo uno scrittore che, dopo avere pubblicato alcuni racconti, si affaccia all’universo letterario con un romanzo che diventerà sicuramente una pietra miliare della narrativa del Novecento.

E anche la trama e le vicende narrate ci fanno fare un salto nel tempo, per conoscere questa cittadina del Colorado e le sue distese pianeggianti tutt’intorno, a perdita d’occhio, agli inizi del Novecento, per poi giungere fino alla fine degli anni Settanta. Come a ragion veduta afferma Cremonesi nella sua nota, la scrittura di Haruf in questo romanzo è diversa dagli altri:

Se il Kent Haruf degli esordi sente il bisogno di fornirci il maggior numero possibile di dettagli sul microcosmo-Holt, con il passare del tempo la sua fiducia nei confronti dei lettori, l’intimità che riesce a stabilire con loro, aumentano.

Dunque, avviene che in questo romanzo , “Vincoli”, ci accolga uno stile diverso e il che non può che piacevolmente stupirci, soprattutto se, in un impeto di superficialità, pensassimo di sapere già tutto su questo autore, e avessimo così poca fiducia di potere essere sorpresi da un altro capitolo della vita a Holt, Colorado.

Il romanzo è scritto come un lungo monologo: dalle parole di Sanders Roscoe – che si rivolge ad un “tu” dietro cui siamo nascosti tutti noi lettori – con uno stile colloquiale e colorito, espressione del linguaggio della popolazione della contea, impreziosito da immagini poetiche che solo chi ama profondamente un luogo sa esprimere, veniamo a conoscere la storia della famiglia Goodnough.

Il racconto parte dalla fine, possiamo dire, cioè dalla primavera del 1977 quando l’ottantenne Edith Goodnough è ricoverata in ospedale, sorvegliata da un poliziotto. È rimasta ferita nell’incendio che ha distrutto la sua fattoria e nel quale ha perso la vita suo fratello Lyman. Un cronista di Denver arriva in città e comincia a fare domande perché, a quanto si dice in giro, l’incendio è stato appiccato e i sospetti ricadono su Edith. Il giornalista viene indirizzato da Sanders, vicino di casa dei Goodnough, nonché migliore amico di Edith, anche se tra loro corrono più di trent’anni. Sanders si rifiuta di scucire qualsiasi informazione al cronista, non gli piace il modo in cui si rivolge a lui, guardandolo dall’alto in basso e considerandolo un campagnolo ignorante; invece, si volta verso di noi, si siede sulla veranda, e inizia a raccontarci la storia della famiglia Goodnough, a cui lui è strettamente legato, da ben prima della sua nascita.

La storia ha inizio quando Roy e Ada – i genitori di Edith e Lyman – lasciano l’Iowa per spostarsi in Colorado, nel 1896, dove Roy conta di riuscire a farsi assegnare un lotto di terra da coltivare. Una terra ben diversa da quella dell’Iowa. Un vasto territorio dove prima vivevano gli indiani; una distesa arida e sabbiosa, difficile da coltivare e spazzata da un vento implacabile che non trova ostacoli, e resa ancora più faticosa dalla penuria d’acqua – due fiumi e due torrenti in tutto-, e dalla mancanza di alberi. A una decina di chilometri da una cittadina – “tre negozi, la pensione, il bar, il cimitero e le quindici o venti case che costituivano Holt a quei tempi” – e a un chilometro da una casa in cui vivono una donna silenziosa dagli occhi neri e un bambino di sei anni.

Ada – una donna minuta e fragile -, come racconta Sanders, rimane scioccata da quel luogo, e non riesce a riprendersi. Avrebbe voluto tornare in Iowa ma – siamo alla fine dell’Ottocento – sa che deve condividere ogni scelta di suo marito, e deve fare il suo dovere, lavorando duramente, mettendo al mondo dei figli, senza mai mettere in discussione l’autorità di suo marito. E lo fa. Il prezzo è però il suo progressivo prosciugarsi, fino ad una morte prematura, che lascia i due figli in balia del padre tiranno, per il quale i figli sono solo forza lavoro da sfruttare al massimo.

L’unico contatto che i bambini hanno è con i vicini di casa, con John Roscoe e sua madre, una donna mezza indiana che Roy disprezza ma che invece si è dimostrata amica di Ada aiutandola a partorire e dandole conforto nella sua dipartita.

Edith e Lyman si attaccano a John e con lui condividono i rari momenti di felicità e spensieratezza.

Le vite dei Goodnough e di John Roscoe prima, e di Sanders dopo, sono legate da sentimenti ed esperienze comuni lungo le loro vite; John e il figlio Sanders sono gli unici ad entrare in sintonia con Edith, ad amarla e a proteggerla, ad esserle vicini anche nelle sue difficili scelte di vita, a capire fino in fondo, seppur a duro prezzo – per John soprattutto – il perché decida di rimanere legata agli uomini della sua famiglia. Non voglio entrare nei dettagli della trama, per non rovinare la lettura, ma vorrei aggiungere un paio di considerazioni generali.

Kent Haruf ci presenta in questo romanzo l’America dei pionieri, dei lotti di terra assegnati a chi, sfidando le condizioni avverse – che però venivano taciute – decideva di spostarsi sempre più a ovest, sulle terre che una volta erano appartenute agli indiani, e lì metteva le proprie radici. Un’America rurale, che viveva di agricoltura e di allevamento, di fatica e sfinimento, disseminata di fattorie e di piccole cittadine che, via via, si ingrandivano, dove tutti si conoscevano e dove si lavorava a testa bassa, seguendo il ciclo vitale della natura. Un sistema che è rimasto sostanzialmente immutato per decenni, dove magari sono cambiati i macchinari e le tecniche agricole, ma dove lo stile di vita e i valori sono sempre quelli.

Nel racconto entra – in punta di piedi – anche la Storia: la crisi del ’29, Hitler (“il pazzo scatenato in Germania”), la guerra, la guerra del Vietnam. Ma a Holt questi eventi arrivano come echi lontani, non incidono sulle vite delle persone.

Ciò che incide invece sulle persone sono i legami i familiari, i “Vincoli”, e le sofferenze che spesso essi sono in grado di generare, e la rassegnazione di chi, per senso del dovere e/o per affetto, ad essi non riesce a sottrarsi, anche a costo di sacrificare la propria vita. Anche di fronte ad un padre tiranno come Roy, il senso di colpa renderebbe lasciarlo un’opzione impraticabile.

Potete leggere qui l’incipit.