Venerdì subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva passato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire. Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, tolse il coperchio alle botti piazzate sotto le grondaie: se scoppiava un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò tra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco dello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori “le cose da morto”: l’abito in lana con il colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura e il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna. Jasaman avrebbe capito che voleva stringerlo tra le dita.

E dal cielo caddero tre mele, di Nadine Abgarjan, Francesco Brioschi editore 2018, traduzione dal russo di Claudia Zonghetti, pagg. 268

Un romanzo che consiglio di leggere perché è ben scritto e perché nelle sue atmosfere sospese fa conoscere un popolo dalla travagliata storia. Un ritratto che porta il lettore in un mondo dove regnano sentimenti semplici ma dalla grande potenza: la solidarietà dell’amicizia vera, la speranza anche nei momenti più bui, l’amore. Le prove sono tante e dure (lutti, terremoti, carestie), ma la semplicità di certi gesti, la condivisione di quel poco che si possiede, appaiono come dei piccoli miracoli domestici che danno la forza di resistere e di sopravvivere al dolore, alla perdita, e dare uno scopo alla vita.

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Seguendo le vite dei tanti personaggi che fanno capolino nel romanzo si viene trasportati in un altro tempo – nel secolo scorso – e in un altro mondo, in un paesino isolato sulle montagne armene; le antiche tradizioni si coniugano con un tocco di magico e di trascendentale che rivela l’essenza dell’identità di questo popolo.

Su tutti spicca Anatolija: è stata per tanto tempo la bibliotecaria del paesino di Maran, e questa esperienza è forse l’unica ad averle regalato gioia. I libri per lei sono stati un rifugio, un riparo contro le avversità della vita. Anche se la biblioteca è andata distrutta, quei libri continuano ad avere un posto nel suo cuore.

L’unico rifugio in quella sua vita buia diventò leggere. I primi anni, con la biblioteca sempre deserta, Anatolija consacrò alla lettura ogni istante che trascorreva al lavoro. Piano piano, grazie a un gusto innato e a un ottimo fiuto, imparò a distinguere i bei libri da quelli brutti e si innamorò dei classici russi e francesi; non del conte Tolstoj, però, che dopo Anna Karenina prese in un odio tenace e senza appello.

Quando ormai Anatolija è determinata a morire, nella sua vita entra Vasilij; anche lui ha avuto una vita costellata di lutti e difficoltà, ma la sua gentilezza d’animo lo rende diverso, soprattutto da colui che era stato marito di Anatolija. E Vasilij le chiede di sposarlo… La vita non finisce mai di sorprendere…

Sinossi:

A Maran la vita è sospesa tra realtà e fiaba, in un tempo che dalla Storia prende forma, per poi trasfigurare, evaporare. Qui, in questo paesino di pietra e antiche credenze sul cucuzzolo di una montagna armena, guerra e calamità naturali travolgono, pare per sempre, la fragile quiete della sua manciata di case. Solo in pochi sopravvivranno e potranno raccontare quasi un secolo di eventi. Tra loro ci sono Anatolija e Vasilij, Jasaman e Ovanes, Tigran e Valinka, e da loro sgorgano storie dal sapore magico, narrate da una penna tersa e di fulgida bellezza: accadimenti provvidenziali e segni inspiegabili, come gli angeli che scendono dal cielo a raccogliere le anime dei morti o la comparsa di un pavone bianco misterioso e salvifico. E nel momento in cui tutto sembra essere accaduto, in cui la vita sembra compiuta, ecco che si schiude il miracolo, la pietra respira. E nasce l’incanto.