Otto passi sul Reno, di Luca Baldoni, Exòrma, 2025, pp. 232
Mi trovavo di fronte a un’incarnazione geografica dell’idea di soglia, di varco: una porta, se non proprio su un altro mondo, su una porzione di mondo a sé.
In Otto passi sul Reno, Luca Baldoni si mette in ascolto di una voce stratificata, quella del fiume Reno, densa come la roccia d’ardesia che stringe la valle e riflette la luce in scaglie scure. Il suo non è un semplice itinerario escursionistico, ma un attraversamento della memoria europea, passo dopo passo, castello dopo castello, leggenda dopo leggenda.
Il tratto percorso è quello più carico di risonanze simboliche: la Valle del Medio Reno, da Bingen a Coblenza, una fenditura naturale che per secoli è stata frontiera, corridoio commerciale, teatro di conflitti, laboratorio di miti. Qui il paesaggio non è mai neutro: ogni altura è un punto di osservazione, ogni rovina una frase incompiuta della Storia.
Nel respiro largo delle anse del Reno, Luca Baldoni costruisce un’opera che è insieme cammino fisico e viaggio nell’immaginario europeo. Questa porzione della Valle del Medio Reno è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per il connubio unico tra natura, villaggi medievali e fortezze arroccate sui crinali. In appena 65 chilometri di valle, oltre quaranta manieri e rovine punteggiano la rotta del pellegrino, come lanternini di pietra sulla soglia del tempo.
Il cammino prende avvio a Bingen am Rhein, soglia meridionale della valle romantica. Baldoni indugia su questa città come su un punto di accordatura: il Reno si restringe, rallenta, diventa più profondo. È il luogo in cui il fiume smette di essere soltanto corso d’acqua e assume una densità narrativa.
La Mäuseturm, la torre dei topi piantata nel fiume, emerge come una parabola gotica sul potere e sulla colpa. Poco più in alto, il castello di Klopp osserva dall’alto, ricordando che il controllo del Reno significava controllo del mondo. Qui Baldoni intreccia storia imperiale, leggenda popolare e riflessione personale, lasciando intendere che ogni inizio di cammino è anche una scelta di prospettiva.
Procedendo verso nord, il sentiero si incunea tra vigneti terrazzati che sembrano scalinate costruite per gli dei del fiume. È un paesaggio modellato dal lavoro umano per oltre mille anni, e Baldoni lo racconta come una forma di scrittura agricola, una calligrafia incisa nei pendii.
Castelli come Rheinstein, Reichenstein, Ehrenfels appaiono improvvisi, mai completamente annunciati. Non dominano soltanto lo spazio, ma il tempo: rovine che hanno visto passare crociate, guerre dinastiche, rivoluzioni industriali. Baldoni non li descrive come monumenti immobili, ma come organismi stanchi, sopravvissuti, carichi di silenzi.
Qui il libro trova uno dei suoi ritmi migliori: il passo del camminatore si accorda con quello della narrazione, che alterna dati storici, riflessioni sulla Germania contemporanea e improvvise aperture liriche sul paesaggio.
Quando la valle si stringe attorno alla roccia della Loreley, il racconto si fa più denso, quasi ipnotico. Baldoni evoca la tradizione romantica tedesca senza cedere alla cartolina: la sirena non è solo un personaggio leggendario, ma la personificazione di un fiume che seduce e tradisce, che promette e inghiotte.
È impossibile non sentire, tra queste pagine, l’eco di Heinrich Heine, per il quale il Reno era insieme patria e ferita. La Loreley diventa così un punto di fusione tra letteratura, mito e geografia, un luogo in cui la razionalità moderna vacilla e lascia spazio a un sapere più antico.
Uno dei momenti più suggestivi del libro è l’incontro con Pfalzgrafenstein, il castello costruito su un isolotto nel mezzo del Reno, a Kaub. Non un baluardo difensivo, ma una dogana fluviale, una macchina per il controllo e l’esazione.
Baldoni lo racconta come un simbolo perfetto del potere imperiale: non conquista, ma tassa; non assedia, ma attende. Le acque scorrono, le barche passano, la Storia paga il pedaggio. È uno di quei luoghi in cui l’architettura rivela senza pudore la sua funzione politica.
L’ultimo tratto del cammino conduce a Coblenza, dove il Reno incontra la Mosella. La confluenza non è solo geografica, ma simbolica: qui si intrecciano le storie delle Libere Città Imperiali, le memorie del Sacro Romano Impero, le ombre del Novecento e le cicatrici ancora visibili della divisione tedesca.

Baldoni non chiude il viaggio con una conclusione, ma con una sedimentazione. Come il fiume, il libro deposita strati: di letture, di immagini, di domande. Il cammino finisce, ma la valle continua a scorrere dentro il lettore.
Se l’essenza del libro risiede nel suo sguardo curioso sulle pieghe profonde di una terra, è anche nella prosa di Baldoni che il lettore ritrova un canto narrativo: dettagli architettonici, accenni ai miti e memoria storica si fondono in un racconto in grado di trasformare sentieri battuti in vie di riscoperta sensoriale e intellettuale. La prosa di Otto passi sul Reno è misurata, mai enfatica, eppure intensamente evocativa. Baldoni scrive come cammina: osservando, rallentando, tornando sui propri passi quando necessario. Il risultato è un libro che non invita al consumo rapido dei luoghi, ma a una forma di attenzione profonda, quasi etica.
Non è un testo per chi cerca solo indicazioni pratiche, né per chi vuole una guida storica tradizionale. È un libro per chi ama i territori di confine: tra saggio e racconto, tra geografia e mito, tra viaggio esteriore e paesaggio interiore. È perfetto per gli amanti dei paesaggi che si leggono come poesie, per chi si ferma a sentire il vento tra le mura di un castello e trova lì un crocevia di civiltà. È un invito a credere che la geografia possa nutrire l’anima, e che ogni rovina sia un ponte verso ciò che eravamo e ciò che ancora possiamo immaginare.
Luca Baldoni è nato a Napoli, cresciuto a Firenze, e si è formato tra Dublino, Londra e Berlino – ma considera la Grecia la sua patria spirituale. Ha insegnato Letteratura italiana e Storia dell’arte alle università di Londra e Oxford e alla James Madison University di Firenze e pubblicato, oltre a diversi articoli e curatele, i libri di poesia Sensi diversi (2004 – Premio Camaiore opera prima), Territori d’oltremare (2008 – Premio Sandro Penna per l’inedito) e Sale del ricordo (2018). Appassionato di viaggi ed escursionismo non ha smesso di tornare in Grecia da quando era bambino. Ha collaborato con l’associazione Trekking Italia ideando e conducendo viaggi a piedi in varie località greche e dell’Italia meridionale, e ha partecipato a un progetto di cooperazione per la riapertura dell’antica rete di sentieri di Itaca. Attualmente sta portando avanti l’esplorazione della regione dell’Epiro e lo studio delle chiese bizantine di Salonicco.



Interessante, grazie. Io conosco abbastanza la Germania in cultura, geografia e lingua.
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Allora potresti trovare molta sintonia con questo bel libro.
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mamma che bei posti !
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Davvero!! Un giro che mi piacerebbe proprio fare.
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