Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Come cade la luce

INCIPIT

Ci sono tante cose che Melina ricorda. Tantissime. Soprattutto il giardino. Ricorda bene quando dal soggiorno uscivano in quello spazio verde e profumato. La lavanda, la cui fragranza vibrava fin dal primo istante in cui mettevano piede sull’erba. Globi di allium ovunque: un’orchestra di sfumature, dal rosa pallidissimo al viola intenso. I susini lungo il muro del giardino, i boccioli primaverili come un’esplosione sullo sfondo rosso scuro dei mattoni. E poi quelle enormi portefinestre così scomode che conducevano direttamente fuori di casa. Porte che restavano spalancate per tutta l’estate, nonostante l’inaffidabile clima irlandese. Allora era tutto più grande. Vivo. Ricco di possibilità. «Che bell’arietta fresca, Mitros» diceva la mamma, rimboccando la coperta intorno a quel corpo morbido e cedevole. Membra troppo rilassate, una testa e un collo che parevano insostenibilmente pesanti, come se rischiassero di staccarsi dallo stelo delicato della spina dorsale. «E hai ragione, sai: quest’aria pulita e frizzante ti fa molto bene. È proprio quello di cui hai bisogno.» La mamma parlava sempre così con Mitros, a bassa voce, come se i frammenti di conversazione fossero risposte alle domande di lui. Le parole che le sorelle sentivano facevano parte del dialogo costante tra madre e figlio, iniziato ancor prima del giorno in cui Mitros era nato. Il ruolo di Mitros in quegli scambi era, naturalmente, invisibile e muto per Melina e Alexia, e perfino per il papà, ma non per la mamma. Le parole di lei, quasi cantate, i silenzi e i cenni di assenso di Mitros e, ogni tanto, qualche suo strano e profondo grugnito irritavano il papà, Melina se n’era resa conto molto presto. Ma con la consapevolezza che precede le parole che impariamo a dire, sapeva anche che la mamma era in grado di sentire tutte le domande del figlio, le sue risposte, i suoi dolorosi silenzi.

Catherine Dunne

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