Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Il diner nel deserto

INCIPIT

Un sole rosso stava in bilico sull’orizzonte quando arrivai al Premiato Diner del Deserto. Le ombre dell’alba ne avvolgevano gli angoli. Nel cielo che si andava rischiarando era ancora visibile una pallida luna piena. Posteggiai l’autoarticolato lungo il perimetro esterno del parcheggio in ghiaia. Sulla porta era appeso il cartello CHIUSO. A sinistra, come una specie di monumento a Superman, una cabina telefonica in vetro e metallo nero. Dentro c’era un vero telefono con il disco che ruotava scattando su dieci numeri bianchi. A differenza dei telefoni nei film, questo funzionava – se avevi abbastanza monetine. La curiosità non era mai stata un problema per me. La trattavo come un cane che dorme in una discarica. In linea di massima, non scavalcavo la recinzione. Alcune cicatrici frastagliate sul sedere mi ricordavano le poche volte in cui avevo violato quella regola. Solo perché il cane non si vede, non vuol dire che non ci sia. Certo, di tanto in tanto do una sbirciatina oltre la rete. Ciò che vedo e penso lo tengo per me. Quel lunedì mattina di fine maggio mi trovavo pericolosamente vicino alla recinzione. Walt Butterfield, il proprietario del diner, era una specie di unitariano: la sua era una parrocchia con un unico fedele, di cui lui stesso era il cane da guardia. La sua discarica era il Premiato Diner del Deserto, e prima di strapparti la gola non abbaiava né ringhiava. Mi piaceva lui e mi piaceva il suo rottamaio. Quel luogo era una specie di strano tempio. Nel corso degli anni, il diner era diventato per me un’area di sosta, oltre una fonte di attrazione e di inutili congetture. Era sempre la prima fermata, anche quando non avevo consegne per Walt. A volte era anche l’ultima.

James Anderson

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