Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Insurrezione

INCIPIT

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Aitor non riusciva a ricordare nessun avvenimento della propria vita che l’avesse colpito tanto quanto la scomparsa di sua figlia. Anche se Ana se n’era andata di casa volontariamente e dopo avere annunciato diverse volte il suo proposito, o piuttosto dopo averlo usato come una minaccia, Aitor provava l’angoscia di chi ha perso una persona molto cara in un incidente o in una catastrofe. Il fatto che lui non avesse mai desiderato avere figli non rendeva più lieve la desolazione.
Aveva immaginato che li avrebbe avuti, non tanto per sua volontà, quanto perché gli sembrava la conseguenza logica del suo desiderio di vivere con una donna. Da adolescente, sì, aveva sognato una vita intensa e senza legami, una vita nomade nella quale avrebbe potuto via via decidere i luoghi e le persone di cui si sarebbe circondato, e anche la durata delle sue relazioni, ma ben presto si era reso conto che ciò di cui aveva bisogno era una donna tranquilla e affettuosa, che lo aiutasse a placare un’inquietudine che, sebbene non si affacciasse mai all’esterno,lo faceva vivere con la premonizione di un disastro imminente, di una minaccia alla quale doveva essere preparato. Quella donna avrebbe senza dubbio voluto avere figli – sospettava che le donne tranquille e affettuose tendano ad aspirare a una famiglia – e lui lo avrebbe accettato, come avrebbe accettato di comprare una casa, sottoscrivere un mutuo, avere un lavoro stabile e andare a trovare i genitori di lei qualche fine settimana e ovviamente a Natale. Quella prospettiva gli sembrava un po’ noiosa ma non preoccupante, come essere costretto a fare la spesa o a lavare la macchina, compiti che non sono divertenti ma neanche tanto sgradevoli da rovinarti la giornata, routine, successioni prevedibili di attività che sarebbero servite a tranquillizzarlo e a dargli una struttura con cui alleviare i suoi timori. Ma se gli si fosse chiesto se lui, indipendentemente dai desideri degli altri, lui, desiderasse avere figli, avrebbe risposto sorridendo che gli sarebbe piaciuto molto avere un cane. Un cane, pensava, gli sarebbe bastato per disattivare l’inquietudine che gli ronzava dentro.
È probabile che la sua disaffezione per i bambini dipendesse dal fatto che quando lo era lui, Antón, suo padre, un ingegnere che che costruiva pozzi petroliferi, passava lunghi periodi fuori casa e fuori dal paese, per cui il suo rapporto con lui era stato come quello che avrebbe potuto avere con un lontano parente, e dal fatto che neanche Maika, sua madre, era stata molto incline alle effusioni affettive. Non che lo maltrattasse o lo trascurasse, però si limitava a compiere i propri doveri come chi fa un lavoro imprescindibile, poco piacevole sebbene non tanto fastidioso, come, di nuovo, lavare la macchina o fare la spesa. Lei avrebbe preferito una bambina. Anzi, era assolutamente convinta che fosse una bambina quella che le cresceva in grembo e tuttavia ventiquattr’ore prima del parto non aveva ancora deciso come si sarebbe chiamata, decisione che avrebbe preso da sola perché il marito stava lavorando da tre mesi a cento chilometri dalla costa norvegese e non avevano mai trovato l’occasione per discuterne.

José Ovejero

Recensione

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