Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Non dire notte

INCIPIT

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Sono le sette di sera e lui è seduto sul balcone di casa, al terzo piano. Guarda il giorno che muore e aspetta: chissà che cosa promette l’ultima luce, che cosa ha in serbo.
Ha davanti il cortile deserto con la sua striscia di erba, qualche oleandro, una panchina e un pergolato di buganvillea abbandonato a se stesso. Il cortile finisce con un muro di pietra su cui si delinea il profilo di una porta successivamente murata. Le pietre nel buco della porta sono più chiare, adesso gli sembrano persino un po’ meno pesanti delle altre. Oltre il muro si ergono due cipressi. Nella luce della sera hanno un colore che è nero, non verde. Oltre si dispiegano colline desolate: laggiù c’è il deserto. Laggiù un mulinello grigio s’alza a tratti, freme un istante, si contorce, corre, cala. Torna in qualche altrove.
Il ciclo ingrigisce. Qualche nuvola ferma, una di esse riflette debolmente la luce del sole che cala. Del resto dal balcone non si vede. Sul muro di pietra in fondo al cortile un uccellino s’agita come se avesse appena scoperto qualcosa d’incontenibile. E tu?
Cala la notte. In città s’accendono i lampioni e le finestre: fra un lembo e l’altro di buio. Il vento aumenta e con lui arriva odore di cenere e polvere. Il chiaro di luna distende una maschera mortuaria sulle colline nei pressi, come se non fossero più colline ma note basse. Questo posto è per lui la fine del mondo. Non che ci stia male, alla fine del mondo. Ha ormai fatto quel che poteva fare, d’ora in poi aspetterà.
Intanto abbandona il balcone, entra in casa, si siede, posa i piedi scalzi sul tavolino del salotto, mentre le braccia calano pesantemente ai lati della poltrona, come attratte dal freddo pavimento. Non accende né il televisore né la luce. Giù per strada un cigolio di pneumatici. Qualche cane che abbaia, dopo. Qualcuno sta suonando un flauto, non proprio un brano di musica, semplici scale che si ripetono senza alcun apparente cambiamento. Gli piacciono, quei suoni. In mezzo all’edificio l’ascensore passa al suo piano ma non si ferma. Alla radio dei vicini una donna sta parlando in una lingua straniera, probabilmente, ma non è sicuro nemmeno di questo, adesso. Una voce maschile, sul pianerottolo, sentenzia: Non se ne parla nemmeno. Un’altra risponde: No è no, non andare, verrà.
Quando per un istante cessa il mormorio del motore dentro il frigo, si odono i grilli nel uadi: punteggiano il silenzio. Entra una lieve brezza, sfoglia le tende, fruscia tra il giornale sul ripiano, respira per tutta la stanza, fa tremare il fogliame della pianta e torna al deserto passando per la finestra opposta. Per un attimo lui si abbraccia le spalle. Quel piacere gli rammenta il sapore di una sera estiva in una città vera, forse Copenhagen, dove è stato una volta per due giorni. Lassù la notte non piomba, invece viene piano piano. Il velo del crepuscolo dura, lassù, tre anche quattro ore, a lui sembrava quasi che la sera volesse sfiorare l’alba. Suonavano diverse campane, una aveva la voce roca e ottusa della tosse. Una pioggerella congiungeva il ciclo della sera all’acqua dello stretto e dei canali. Nella pioggia passò un tram illuminato, deserto, a lui parve di vedere una giovane bigliettaia china a parlare con il conducente, teneva le dita sulla mano di lui, poi finì, e di nuovo la pioggia sottile, come se la luce della sera non vi passasse in mezzo e piuttosto da essa scaturisse, e le goccioline incontravano gli zampilli della fontana in una piazzetta. Lì l’acqua cheta restava illuminata, dall’interno, per tutta la notte. Un ubriaco male in arnese, non certo giovane, pisolava appoggiato alla balaustra, la testa coperta di una ispida canizie affondata nel petto, i piedi con le scarpe ma senza calze immersi nell’acqua della fontana. Era immobile.
Che ore saranno?
Si piega verso il buio per guardare l’orologio, trova sì le lancette fosforescenti ma dimentica la domanda. Forse, sta cominciando il processo di lenta discesa dal dolore verso la tristezza. I cani riprendono ad abbaiare, questa volta con impeto, con furia: abbaiano nei cortili e negli spiazzi aperti ma anche dal uadi e oltre, dal buio remoto, dalle alture, cani pastore dei beduini, e cani randagi, avranno fiutato una volpe, ecco un latrato si trasforma in un ululato e un altro gli risponde, penetrante, disperato, come perso per sempre. Questo è il deserto nelle notti d’estate: antico. Indifferente. Vitreo. Né morto né vivo. Presente.
Da dentro osserva le colline, attraverso la porta a vetri del balcone e attraverso la cinta di pietra in fondo al cortile. Sente riconoscenza ma non gli è chiaro per che cosa, se non per quelle colline. È sulla sessantina, ben piantato, il viso largo, un po’ ordinario: un viso contadinesco, un’espressione diffidente o scettica con un’ombra di larvata astuzia. Capelli grigi tagliati corti, quasi rasati e baffi densi, grigi anch’essi. Quand’è in un locale, qualunque esso sia, da l’impressione di occupare più spazio di quanto ne tenga in effetti il suo corpo. L’occhio sinistro è quasi sempre socchiuso, non che ammicchi, piuttosto pare intento a guardare un insetto, un oggetto minuscolo. Sveglio ma intontito resta seduto in poltrona, come dopo un sonno profondo. Coglie sì gli immobili nessi fra il deserto e l’oscurità. Gli altri questa sera si stanno divertendo, combinano, rimpiangono. Lui dal canto suo si concede volentieri questo momento, che non gli appare vuoto. Adesso trova giusto il deserto, ha ragione il chiaro di luna. Davanti a lui, alla finestra, tre o quattro stelle intense sopra le colline. Sottovoce dice, Ora si respira.

Amos Oz

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