Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Pioggia sottile

INCIPIT

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Ormai sa con certezza che le storie non sono innocenti, non del tutto innocenti. Forse non lo sono nemmeno le conversazioni di ogni giorno, gli inciampi ed equivoci verbali o il parlare tanto per parlare. Forse nemmeno quel che si dice nei sogni è del tutto innocente. C’è qualcosa nelle parole che, di per sé, comporta un rischio, una minaccia, e non è vero che il vento se le porta via facilmente come dicono. Non è vero. Può succedere che gli echi di certe cose dette, perfino le più banali, rimangano per molti anni come in letargo, a palpitare debolmente in un angolo della memoria, in attesa dell’opportunità di tornare al presente per puntualizzare e correggere ciò che a suo tempo non era del tutto chiaro, e spesso con un’eloquenza e una rilevanza notevoli, molto superiori a quelle che avevano in origine. Eccoli lì, basta guardarli, arrivano indossando strane vesti, al ritmo di musiche esotiche, con un’aria del tutto nuova, e il fatto è che portano notizie, grandi e sorprendenti notizie, di un passato che forse non è mai esistito. E capita, ogni singola volta, che le storie o le parole riemerse dagli oscuri anfratti della memoria tornino con intenzioni bellicose, cariche di rimostranze, bramando rivendicazione e discordia. È come se durante il lungo esilio dell’oblio si fossero addentrate nei loro mondi immaginari, frugandone le viscere, come il dottor Moreau con le sue creature mostruose, fino a subire una totale, fantastica metamorfosi. Così, con il loro lugubre seguito di figure grottesche ma al tempo stesso incredibilmente seducenti, le parole e le storie di ieri giungono fino a noi e impongono alla nostra coscienza la tirannia, la deliziosa tirannia, dei loro nuovi significati e argomenti. Ah!, e tutto senza contare la dimensione teatrale delle parole, i gesti che facciamo quando parliamo, che a volte sono più persuasivi delle parole stesse e a queste sopravvivono nella memoria, di modo che spesso non sappiamo con certezza se stiamo ricordando le frasi o piuttosto la loro messa in scena, il repertorio di cenni che le accompagnava, i sorrisi, gli sguardi, le mani, le spalle, le pause, il segreto brusio del silenzio e del corpo.
Nere congetture attraversano e agitano la mente di Aurora, facendo calare una bruma di stanchezza sul suo volto. È che ha passato molto tempo, quasi tutta la vita, ad ascoltare racconti, confidenze, parole e parole pronunciate sempre a voce bassa e in tono adirato e sofferente. Storie che solitamente provengono da un tempo lontano, successe in un passato remoto, ormai quasi leggendario, ma che mantengono il vigore e la vivacità di allora, se non di più. Cosa ci sarà in Aurora che mette subito a proprio agio le persone, risvegliando in loro la voglia di confidarsi e raccontarle frammenti antologici di vita, segreti che forse il narratore non ha mai rivelato a nessuno? Eppure a lei sì. Con lei tutti si aprono, tutti le vogliono bene, tutti la ringraziano per la comprensione, per quel suo modo di ascoltare così dolce, così confortante.
Forse si tratta di un dono innato e quasi miracoloso, perché chi la guarda non può fare a meno di sorridere, di rivolgersi a lei per chiederle una sciocchezza qualsiasi, come si chiama, qual è il suo segno zodiacale o il suo fiore preferito, e così ben presto tutti finiscono per raccontarle piccole gioie, obiettivi raggiunti, tentennamenti e infine grandi sventure.
“È proprio così che ho conosciuto Gabriel”, pensa. Ormai sono passati quasi vent’anni da allora. Si erano scambiati uno sguardo fugace incrociandosi in una via affollatissima, Gabriel si era fermato con un improvviso stupore in volto, le si era avvicinato tra la gente e, socchiudendo gli occhi come se avesse dovuto decifrare qualcosa di confuso, le aveva chiesto se per caso non si conoscessero, lei aveva risposto di no, lui insisteva a dire di sì, con la faccia di chi interroga i ricordi, sicuro che si fossero incontrati da qualche altra parte, o magari in una vita precedente, o in sogno, i passanti serpeggiavano veloci tra loro, e il resto è storia: lasciami indovinare o ricordare il tuo nome, che bel nastro hai nei capelli, di dove sei, che lavoro fai, sicura che non ci conosciamo già?, e quello stesso pomeriggio si erano rifugiati in un caffè e Gabriel le aveva parlato a lungo di sé, delle sue passioni, delle sue manie, dei suoi progetti per il futuro, poi le aveva raccontato un bel pezzo della sua vita, e lei ascoltava senza dare il minimo segno di stanchezza, si rallegrava o si affliggeva insieme a lui, sempre così attenta al racconto, così dedita alle parole e alle pause, così pronta a stupirsi, così docile, affabile. «Non ho mai, mai conosciuto una persona… come dire, così speciale e affascinante, una persona dolce come te», aveva detto alla fine Gabriel, per chiudere al meglio l’incontro, e quelle parole erano state il principio di una dichiarazione d’amore.
Poi l’aveva accompagnata a casa e, visto che lei era una confidente tanto eccezionale, lungo la strada le aveva parlato della felicità, il suo argomento preferito, poiché non invano era professore di filosofia e fin da molto giovane, da quando era solo un ragazzino, aveva letto e ragionato parecchio sulla questione, e conosceva bene i percorsi che in ogni epoca e in ogni società gli esseri umani avevano scelto per arrivare a essere più o meno felici. «Interessante», aveva detto Aurora, e allora Gabriel aveva preso coraggio e aveva esclamato che era convinto che la felicità si può imparare e che dovrebbe essere la nostra prima occupazione fin da bambini, così come è necessario imparare a convivere con i contrattempi che il destino pone sulla nostra strada, e che la prima lezione di tutte consiste nell’alleggerire l’anima per poter fluttuare sopra la vita – e a quel punto aveva fatto ondeggiare le dita a mezz’aria come se imitasse il fluire dell’acqua –, senza lasciarci ferire dalle asprezze della realtà, e senza che l’avversità o la fortuna, né il tedioso scorrere dei giorni, né la tentazione mortale di desiderare l’impossibile, né il fatalismo, né le sirene dei piaceri effimeri, né soprattutto la paura della morte, ci facciano sprofondare nel fango della frustrazione – e ogni due passi si fermava per godersi le proprie parole e vedere come lei le imbelliva con la sua attenzione –, ma anzi il contrario… però qui aveva interrotto il suo discorso, perché la questione era troppo complessa per esaurirla in poche parole, e forse anche perché ci sarebbe stata occasione – e dicendolo sorrise –, se a lei andava, di parlare con più calma di tutte queste cose. E poiché Aurora si era mostrata d’accordo, si erano visti qualche altra volta, e così, a poco a poco, lui le aveva proposto di guidarla lungo la strada della felicità, e lei aveva accettato di seguirlo docilmente, e i due si erano avviati verso il futuro come in un bosco incantato dove una moltitudine di pericoli li attendeva in agguato, lui davanti, tenendola per mano per proteggerla da ogni minaccia, quasi fosse una bambina o una creatura inerme, qualcosa di prezioso e fragile che bisognava condurre con enorme attenzione, e in questo modo e passo dopo passo ecco che già avanzavano da vent’anni lungo quella strada,

Luis Landero

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