Barile Federica e ValentinaOgnuno di noi quando si mette in viaggio ha qualcosa da cui allontanarsi e qualcosa da cui ritornare, o non ritornare, o ritornare per un’altra strada. Ognuno di noi quando si mette in viaggio è carico di macigni che deve sgretolare lungo il cammino. E bisogna sceglierseli bene i compagni di viaggio prima di partire. Per far sì che una coppia funzioni, anche un’amicizia, bisognerebbe prima viaggiare assieme, poi al ritorno capire se si vuole ancora camminare vicini una volta scesi. E in che modo.

Il viaggio è il motore delle relazioni tra gli esseri umani.

#Mineviandanti sulla via Popilia, di Valentina Barile, Les Flȃneurs Edizioni 2017, prefazione di Paolo Di Paolo, copertina di Giuseppe Inciardi

Barile anfiteatro Capua Vetere

sopra, Anfiteatro di Capua Vetere

Esce in questi giorni il secondo libro di Valentina Barile; un diario di viaggio denso di riflessioni: sui luoghi che attraversa, sulle vestigia del passato e su cosa ne è rimasto, su come i territori e le persone che oggi li abitano si rapportano con quel passato e come affrontano il presente. Valentina Barile è una “minaviandante”, il viaggio – il cammino – fa parte del suo DNA; lo si era capito nel suo primo libro, #mineviandanti sull’Appia antica ed ora, con questo secondo diario, lo conferma. Del resto, uno dei suoi maestri (sua la prefazione al primo diario) è Paolo Rumiz, che nel suo “È Oriente” questo dice :

 

Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell’uomo da millenni di cammino, se il narrare (assieme al cantare) non nasca dall’andare. E se il nostro mondo abbia disimparato a raccontare semplicemente perché non viaggia più.

Il viaggio come scoperta, come conoscenza, come racconto. Illustri esempi dal passato vengono alla mente; oggi, i viaggiatori sono pochi, tanti, troppi i turisti, che dal peregrinare low-cost portano a casa magliette con stampato il luogo che hanno visto, i selfie, magari davanti ai cancelli di un campo di sterminio, e la sabbia rubata da una spiaggia caraibica.

Valentina viaggia, insieme alla sua fedele compagna Federica, viaggia per capire. Su una Mini Minor noleggiata, per percorrere, questa volta, la via Popilia, “la primogenita della via Appia antica”: da essa si stacca a Capua, e da Capua arriva fino a Reggio Calabria; “era la strada più importante del meridione nell’antichità”.

Barile statale da Eboli verso gli Alburni

sopra da Eboli verso gli Alburni

Difficile trovare i resti dell’antica via: oggi autostrade e cemento, palazzi, centri commerciali, la ricoprono per larga parte e spesso, laddove qualche resto può testimoniare la sua presenza, è nascosto dietro a cancelli chiusi con un lucchetto, reso invisibile dall’assenza di indicazioni, o custodito in musei che pochi visitano, anche perché durante il fine settimana – cioè quando chi lavora potrebbe andarci – sono chiusi, come succede ad Eboli, nonostante la buona volontà di sindaco e volontari; e allora bisogna essere molto tenaci a volere inseguire i resti del basolato che nella romanità erano percorsi da carri, merci e persone, e da Cicerone esiliato da Roma. Bisogna non farsi spaventare dagli incendi che nell’estate afosa – il viaggio si svolge a luglio – divampano ovunque, dalla Campania alla Basilicata, alla Calabria, inghiottendo ettari di boschi, animali, case. Bisogna mantenere la rotta:

Barile mappeStudiamo la mappa, le poche documentazioni che abbiamo e la strada. Quella. È la strada che sistema tutto, poi, appena la riprendi. (…) Devi lasciarla libera la via Popilia, devi afferrarla senza fare resistenza, ma resisterle. Non deve accorgersene che la stai prendendo tra le mani, non devi darle il tempo di pensare.

E spesso devi arrenderti alla bellezza del paesaggio che la via attraversa, terre quasi selvagge, che si percorrono arrampicandosi sugli aspri monti della Calabria, dove per chilometri non si incontra alcuna traccia di vita umana, dove è solo la natura aspra a dominare. Le descrizioni dei luoghi sono affascinanti, ti spingono dentro, sono la testimonianza della voglia di amarli che riempie gli occhi di chi osserva.

Eppure ci sono anche terre difficili, in questo viaggio, che mettono alla prova anche chi parte con la mente aperta, di chi vuole capire:

Questa desolazione non ti apre la coscienza al mondo, questa qua te la serra. Per sempre. Ti fa venir voglia solo di scappartene e di restarci il meno possibile perché sai che non ti arriverà niente di buono. Quanto mi dispiace ammettere tutto questo, e quanto questa via mi sta facendo male.

Ciò nonostante, nel prendere atto di tutto ciò che di negativo la via ti getta in faccia, resta lo spazio per squarciare il cuore con visioni indelebili, come alla fine del viaggio, in fondo alla Calabria:

Come è leggera l’aria del Mediterraneo, eppure non lo è: l’aria del Mediterraneo sa di piombo, è un masso sull’anima. Sa di morte l’aria del Mediterraneo.

Il mar Mediterraneo ha una spensieratezza negli occhi. E una musica soave e amara. Infinita.

Barile Padula Cilento

sopra Padula, Cilento

Il viaggio di Valentina e Federica è denso anche di incontri con persone. Alcune hanno un ruolo fondamentale nel viaggio, nella sua preparazione, come Ida Gennarelli, direttore del Museo archeologico dell’Antica Capua; altre è la via stessa a farle incontrare. E alcune aiutano le mineviandanti a mettere a fuoco realtà agghiaccianti. Come l’incontro con Celeste Logiacco, prima donna segretario generale CGIL a Gioia Tauro, che si batte contro il caporalato e per affermare la dignità di lavoratori che arrivano dall’Africa con una speranza di vita migliore.

O come Michele Romano, professore di storia al liceo artistico di Vibo, che finalmente le porta a vedere il basolato.

Dunque, come sempre accade a chi viaggia con mente e cuore aperto, attento a captare ogni segnale che la strada manda, anche Valentina e la sua fedele compagna Federica hanno conquistato nuove consapevolezze e rinforzato quelle già acquisite; hanno una volta ancora capito la sincerità dei gesti, come gli abbracci, e la sicurezza dei riti che si ripetono, come il finire i viaggi sempre nello stesso posto.

Scritto con uno stile molto personale, questo diario di viaggio offre al lettore la cruda realtà che ti si para davanti in certi luoghi, così come le visioni che fanno sognare, che riportano ad altri viaggiatori o ad altri mondi; non mancano le nostalgie, le assurdità che fanno arrabbiare, lo stupore dei paesaggi scorti per la prima volta.

Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero.” Italo Calvino

Sul blog trovate anche l’intervista che l’autrice mi ha gentilmente concesso; gli scatti che corredano il post sono dell’autrice, che ringrazio sinceramente.

Copio il link all’editore: http://www.lesflaneursedizioni.it/index.php?route=product/product&product_id=1847

l’incipit lo trovate qui.