Non eravamo mai salite su una barca a vela, io e Serena, ma l’estate di cinque anni fa, mentre tutti i nostri amici sarebbero volati a Ibiza, decidemmo di prendere un’altra direzione. Un volantino appeso in bacheca in università, i nostri sguardi che lo puntano e un’intesa immediata, senza condizioni, e senza testimoni. Via, alle Cicladi, in Grecia, che né io né lei sapevamo nemmeno esattamente dove e come fossero. Dopo un’ora eravamo già sedute nell’ufficio della scuola di vela che organizzava la vacanza, a mettere la firma sotto un modulo che prometteva due settimane con gente sconosciuta: un azzardo, una prova, in uno spazio ristretto come i pochi metri quadrati di una barca dove la convivenza va accettata in tutti i suoi risvolti. E poi quel mare blu intenso, il vento, i profumi … sembravano perfetti per rigenerarsi dopo un inverno stressante di esami e appelli saltati.

All’incontro preparatorio, ci trovammo insieme a tre ragazzi romani, anche loro un po’ pesci fuor d’acqua, alla prima esperienza in barca, senza alcuna nozione marinaresca, e come noi alla ricerca di qualcosa che non combaciava con l’immagine rassicurante della vacanza spiaggia-discoteca. C’erano poi una coppia di fidanzati trentenni e un signore sulla cinquantina, appena divorziato e un po’ triste, oltre allo skipper, un quarantenne in vena di scherzare e un po’ marpione. Serena era nervosa e continuava a voltare le pagine del contratto per capire quanto ci avremmo rimesso a rinunciare.

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foto by Gabriella 1961 da Flickr.com

Dopo i primi due giorni stressanti di volo in ritardo di tre ore, sistemazione in cabine grandi come il nostro armadio, parolacce mal trattenute per usare il congegno del bagno, iniziammo a rilassarci. “I magnifici tre” come li chiamava lo skipper, erano simpatici, i fidanzati stavano chiusi in cabina, il signor Mario fissava l’orizzonte e lo skipper metteva in mostra i muscoli. Durante la navigazione si parlava e si faticava, imparando ogni giorno cose nuove. Nessuno, per fortuna, vomitava.

Il vento classico di agosto, il meltemi, soffiava tirato come un sasso lanciato a tutta forza, gonfiava le vele che spingevano la barca sul quel blu cobalto, facendoci volare tra le isole. Paesaggi brulli, battuti dal vento sfilavano davanti a noi; sui pendii delle coste alte, case bianche o in pietra dagli infissi blu, fichi d’india e porticcioli accoglienti.

Renzo era un geologo e il più loquace di tutti; il tipo di persona che , quando racconta, catalizza l’attenzione su di sé annientando l’interesse verso gli altri. Quando ci fermammo a Santorini, tenne banco tutta la sera a parlarci delle origini vulcaniche dell’isola. A Paros ci scappò una serata alcolica in discoteca, che costò due bagni imprevisti a chi non riuscì a percorrere la passerella in linea retta.

 Tra Serena e Renzo l’affiatamento era qualcosa di palpabile; era un flusso magnetico che, esercitato da entrambi, li portava però a respingersi. Appena la distanza mentale e fisica si accorciava pericolosamente, schizzavano via come lanciati lontani da una forza centrifuga. Poi, una notte, le difese caddero rovinosamente e i due sparirono fino al pomeriggio successivo quando, ognuno per conto suo, riapparvero come se nulla fosse accaduto. Li aspettavamo al porto, con la barca pronta per salpare verso la prossima meta, Folegandros, e loro si presentarono appena in tempo: nessuno fece domande, solo lo skipper li accolse con il sopracciglio alzato.

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Folegandros, Livadaki bay, foto by Clairy Moustafellou

La vacanza finì, ci lasciammo alle spalle quel mare incantato, le foto sulle spiagge più belle, e ci salutammo emozionati, anche troppo, considerato che niente vietava di continuare a vedersi o sentirsi; forse, già prima di lasciarci, covavamo l’intenzione di mantenere le distanze da eventuali coinvolgimenti; tutti noi, in fondo, desideravamo che qualsiasi potenziale interesse rimanesse legato a quel segmento di vita e da lì non si prolungasse.

 Al ritorno a Milano riprendemmo il solito ritmo di vita; una sera, al bar nostro ritrovo abituale, Serena con stupore si accorse di avere scambiato i suoi occhiali da sole con quelli di Renzo.

 «Come fai a dire che sono i suoi e non i tuoi. Erano uguali: lo stesso modello di Ray-Ban, stesso colore, stesso tutto; da cosa lo vedi che sono quelli di Renzo?»

 «Sono sicura perché i miei erano tutti graffiati sull’asta destra, mi erano caduti mentre andavo in moto con Marco, prima di partire per le vacanze. Questi, invece, sono lisci, perfetti; non sono i miei.»

 «Telefona a Renzo, chiedigli se anche secondo lui li avete scambiati; sarebbe divertente, non credi?»

 Così scoprimmo che l’asta destra degli occhiali che Renzo ancora utilizzava, aveva dei graffi: Renzo e Serena si erano scambiati inconsapevolmente gli occhiali da sole, i Ray-Ban perfettamente uguali.

 Serena, molto divertita da questo fatto, iniziò a tenere quegli occhiali quasi come un oggetto di culto, investendoli di una carica emotiva e rievocativa; un ricordare senza pericoli, forse qualcosa di più facile e meno doloroso, una nostalgia controllata, piuttosto che rischiare di vivere qualcosa e magari vederlo cambiare, tradire le aspettative o semplicemente essere diverso da come era nato.

 Così, col passare del tempo, si era attaccata morbosamente ai Ray-Ban di Renzo e il giorno in cui li perse, circa un anno dopo, ce lo ricordiamo tutti come uno dei suoi più tragici. Pianse, perfino. Di nascosto, ma non troppo. Tutti, anche io e Paola, le scherzammo alle spalle perché, obiettivamente, questa storia era quasi al limite del ridicolo, se non dell’infantile, ma Serena non la si poteva toccare su certi argomenti.

 Paola, spietata, mi propose di comprare un paio di Ray-Ban di nascosto e fare finta di avere ritrovato quelli di Renzo a casa di qualcuno, per restituire alla nostra “derelitta” felicità e consolazione. Rifiutai categoricamente di sperperare i nostri averi per un fine così basso e decidemmo di portare fuori Serena e magari farla bere un po’, investendo meglio i nostri, pochi, quattrini.

I contatti con i ragazzi di Roma poco a poco si diradarono. Poiché non avevamo più avuto occasione di incontrarli, l’amicizia con loro si intiepidì fino a tradursi in sporadici messaggi e auguri di varia natura. Serena dissimulava ma la sua delusione era evidente; nello scenario piatto e sconsolante delle nostre vite sentimentali, quell’avventura, anche se casuale e fugace, l’aveva fatta stare bene e, grazie alla lontananza, era rimasta inalterata e fissa come una foto, senza deteriorarsi.

 Ovviamente il tredici di luglio di quell’anno, e cioè per il suo compleanno, io e Paola le regalammo un paio di occhiali da sole, Ray-Ban, uguali a quelli che aveva scambiato con Renzo.

«Quella vacanza la ricordo come molto divertente; fu proprio una fortuna conoscervi.» Renzo, col bicchiere in mano, pronuncia la frase con gli occhi incollati addosso a Serena.

 Ci ritrovammo a cena, una sera che Paolo e Renzo erano a Milano per lavoro: intorno al tavolo eravamo un bel gruppo di persone e i nostri amici milanesi che avevamo coinvolto nell’invito, tempestavano i ragazzi di Roma di domande, alla ricerca di qualche rivelazione piccante, di qualche indiscrezione visto che noi avevamo fatto le misteriose.

 La serata trascorse in allegria; io e Serena allegre lo eravamo forse in modo esagerato, quasi fastidioso, continuavamo a ridere per ogni scemenza. Mi sentivo un po’ ridicola, a disagio, non volevo apparire un’oca ma il mio comportamento di certo lo faceva pensare eppure non riuscivo a dominare la tensione.

 Per fortuna il discorso cadde sugli occhiali che Serena e Renzo si erano scambiati. Lei, quasi vergognandosene, ammise di averli persi e di quanto le era dispiaciuto. A quel punto Renzo scoppiò in una delle sue fragorose risate e disse che anche lui li aveva persi. Fu ancora più divertente quando Paola raccontò che, per il compleanno di Serena, le avevamo regalato un paio di Ray-Ban identici a quelli persi: anche Renzo li aveva ricomprati ed anche lui aveva scelto lo stesso modello e colore.

 Così arrivarono sul tavolo i due occhiali; li facemmo girare di mano in mano e qualcuno propose che se li scambiassero, questa volta di proposito.

 Renzo e Serena, però, non ne vollero sapere: anzi, Serena fece una piccola incisione sulla stanghetta degli occhiali di Renzo per evitare che, in tutto questo passaggio di mano, se li scambiassero davvero di nuovo. Il discorso perse d’interesse e tornammo a parlare di cosa avevamo fatto dopo quell’estate insieme.

 

Quest’anno abbiamo deciso di trascorrere le vacanze in montagna, per riposarci in mezzo ai boschi della Valle d’Aosta. Come ogni anno passerò le vacanze con le mie amiche Paola e Serena, alla ricerca di un distacco dalla vita stressante di Milano, dalle frustrazioni legate al lavoro e non solo. Abbiamo preso in affitto una baita, appena fuori dal paese, con un bel prato davanti, ai piedi di una montagna dalle cime innevate.

 Ad un tratto, mentre io e Paola ci stiamo godendo il sole sdraiate su di un plaid, sentiamo Serena scoppiare in una risata prorompente. Eccola venire sulla porta, poi sul balcone. Ride perché si è accorta che i suoi Ray-Ban hanno un’incisione sulla stanghetta. Quella destra.

Pina Bertoli