Dopo aver completato l’ultimo carico, Giamilja, come se avesse dimenticato tutto di questo mondo, contemplò a lungo il crepuscolo. Laggiù, oltre il fiume, in qualche luogo ai confini della steppa kazaka, come la bocca d’un bruciante tandyr* fiammeggiava languidamente il sole vespertino della mietitura. Sprofondava lento dietro l’orizzonte, imbevendo d’una luce d’incendio le piccole fragili nubi del cielo e proiettando i suoi ultimi luccichii sulla steppa viola pallido, già coperta nelle sue profondità dal cupo azzurro delle precoci tenebre. Giamilja contemplava il sole cadente con una dolce e gioiosa esaltazione, come se le fosse apparsa una visione di fiaba.

*forno d’argilla, n.d.r.

Melodia della terra, Tschingis Aitmatov, Marcos y Marcos 2006/2017, traduzione di Andrea Zanzotto dalla versione francese di Louis Aragon

In questo breve quanto intenso romanzo di Aitmatov si viene trasportati in un mondo e in un tempo lontano, attraverso i territori della Kirghisia al confine col Kazakistan:

È vasta, oltre il fiume, la steppa kazaka. Ha scostato ai due lati le nostre montagne, e s’allarga, austera e deserta …

kirghisia

Prima di entrare nella storia, lasciatemi ancora vagare tra le descrizioni di queste terre a me del tutto sconosciute, che l’autore per mezzo della voce narrante – il ragazzino Seit, che non a caso aspira a diventare un pittore,  e ne ha sicuramente la sensibilità – dissemina lungo le pagine, costruendo davvero una “melodia della terra”, esaltata e purificata dal canto di Danijar:

Chiudendo gli occhi, ascoltavo Danijar, e davanti a me si presentavano quadri mirabilmente familiari, che mi erano cari dall’infanzia: ora, all’altezza delle gru in volo sopra le tende dei nomadi, galleggiava l’accampamento primaverile delle soffici nubi d’un azzurro lanoso; ora, sulla terra rombante, con scalpitio di zoccoli e nitriti, erano branchi di cavalli sui pascoli estivi (..)

 Il vento della steppa recava amaro polline d’assenzi in fiore, un appena percettibile aroma d’orzo maturo (..)  Da un lato, sopra la strada, s’ergevano su di noi a strapiombo rocce buie coperte di rose canine; e dall’altro, lontano, in basso, nei boschi cedui di salici e di piccoli pioppi selvatici, l’instancabile Kurkureu perpetuava il suo rumore di risacca.

La storia è ambientata in un villaggio rurale della Kirghisia – all’epoca una delle repubbliche socialiste sovietiche – durante la seconda guerra mondiale; anni difficili, in cui tutti i giovani uomini sono al fronte a combattere, e nei villaggi sono presenti donne, bambini e anziani. Bambini e adolescenti che devono sostituire, nel lavoro, gli adulti partiti, e che per questo hanno dovuto lasciare la scuola. Solo la bellezza di queste terre e i forti legami familiari sembrano dare consolazione alle dure condizioni di vita. Eppure, a dispetto delle difficoltà, si cerca di apprezzare l’incanto della terra; come fa Giamilija, giovane sposa, bella e dal carattere schietto, lasciata subito dopo il matrimonio, dal marito arruolato. Un marito che forse non la ama quanto lei vorrebbe e che la ragazza sente distante, non solo perché lontano, ma perché probabilmente li divide un diverso modo di intendere la vita, e l’amore.

Kazakistan

Al villaggio arriva un giovane, un orfano che se ne era andato molto tempo prima, e che ritorna congedato a causa di una brutta ferita subita in guerra. L’uomo, Danijar, ha un carattere schivo, è taciturno e solitario, ma nasconde un animo sensibile, come scoprono proprio Giamilja e Seit, e come scopriamo noi lettori, attraverso gli occhi ingenui e le parole di Seit.

Giamilja è bella e corteggiata dai giovanotti del paese che vorrebbero approfittare dell’assenza del marito; ma lei li respinge decisa e divertita, finché il suo animo gentile non si accorge dell’assonanza che la spinge ad avvicinarsi a Danijar. Tra dolci melodie cantate durante i viaggi nella steppa, tra sguardi e parole non dette, tra i due nasce un sentimento che diviene sempre più impetuoso. E il piccolo Seit, anch’egli soggiogato dal fascino della ragazza, capisce di avere vissuto il suo primo amore, e vorrà dipingerlo, vorrà consegnare alla memoria questa storia d’amore con l’aiuto di pennelli e colori.

Aitmatov, con la sua prosa che vola alta nelle descrizioni poetiche dei luoghi, di cui restituisce il selvaggio incanto, narra anche un popolo, con le sue tradizioni e con le sue sofferenze, legate alle condizioni di duro lavoro, e soprattutto offuscate dalla minaccia della guerra che incombe su tutti. Una vita fatta di piccoli gesti quotidiani ormai desueti – come l’attendere le lettere dal fronte per mesi -, di semplicità e di totale connubio con la terra. E chissà quanto dell’autore ci sia  nel piccolo Seit.

AitmatowTschingis-268x300Ministro di Gorbaciov durante la Perestroika, ambasciatore della Kirgisia in Lussemburgo e in Belgio, Aitmatov, classe 1928, è una delle figure di massimo spicco mai espresse dal popolo kirghiso. In lui combattono anime diverse, perfettamente complementari l’una all’altra. Come diplomatico ha sostenuto in sedi prestigiose, come ONU, CEE e UNESCO, cause e battaglie delle minoranze etniche. Come politico è stato fra i pionieri, negli anni Cinquanta, dell’ambientalismo e del pacifismo. Ne danno testimonianza numerosi colloqui, pubblicati su riviste o in pamphlet, con i guru delle culture alternative americane, europee e giapponesi. Nei suoi romanzi, pieni di nostalgia, lirismo e passionalità, il destino degli uomini si misura con i contrasti fra tradizione e progresso, pregiudizio e libertà, bellezza e degrado. E sono fra i più letti nel mondo.

L’incipit lo trovate qui.