Ormai non doveva più niente a sua madre, ma aveva invece un obbligo verso se stesso, le proprie convinzioni, verso tutto ciò in cui aveva creduto e per cui aveva lottato fin da quando aveva cominciato a chiedersi cosa significa essere uomo. Rinunciarci sarebbe stato non solo tradire se stesso, ma anche negare quel margine di libertà tra ereditarietà e ambiente che per tutta la sua vita adulta aveva cercato di difendere dai detrattori e che intendeva spalleggiare nel suo libro.

La lettera di Gertrud, di Björn Larsson, Iperborea editore 2019, traduzione di Katia De Marco, pagg 465

Il nuovo, bellissimo, romanzo di Larsson, di cui si è parlato alla presentazione durante il Festival I Boreali, attraverso una storia emblematica, pone dei quesiti etici di grande rilevanza. Ma partiamo dalla trama. Il protagonista, Martin Brenner, assiste al funerale della madre. La donna aveva espresso il desiderio, alla sua morte, di essere cremata e che le sue ceneri fossero sparse al vento, alla sola presenza del figlio, della nuora Cristina e della nipote Sara. Lo stato d’animo di Martin è ovviamente il dolore, il senso di perdita, ma si interroga sul fatto che tra lui e la madre non ci sia mai stata una vera vicinanza, che un specie di velo si sia sempre interposto tra di loro; da ragazzo, Martin, aveva quasi pensato di non essere all’altezza delle aspettative della madre, e che quindi ciò potesse frenare il suo slancio verso di lui.

Nei giorni successivi, continua ad interrogarsi su questa vaghezza; finché il motivo diviene chiaro. Martin viene convocato da un avvocato, amico della madre, che gli svela l’esistenza di una lettera, che doveva essere consegnata al figlio a cremazione avvenuta e che contiene il segreto che lei ha mantenuto fino alla morte. La donna, il cui nome vero non è Maria, come il figlio l’ha sempre conosciuta, ma Gertrud, rivela di essere ebrea, di essere stata deportata ad Auschwitz e di essere sopravvissuta al lager. Rivela anche che il padre biologico di Martin è anche lui un ebreo sopravvissuto, mentre l’uomo che lei ha successivamente sposato e da cui ha divorziato poiché si era rivelato un nazista, non era suo padre, come invece Martin aveva creduto. La rivelazione è uno choc che lascia Martin spiazzato e in preda a molte domande, su se stesso e sulla sua storia.

Perché ha voluto cambiare nome e nascondere le sue origini? La risposta è semplice, purtroppo. Per paura, per il terrore che quanto era successo si potesse ripetere. O anche solo che un giorno qualcuno potesse chiamarla sporca ebrea e riaprire così tutte le ferite. 

E perché allora, svelarlo adesso? Ora che Martin ha cinquant’anni ed ha vissuto una vita costruendo la sua identità, basandosi su ciò che sapeva e soprattutto sulle sue esperienze di vita, le sue personali scelte, le persone di cui ha deciso di circondarsi, la famiglia che ha creato. Nella commovente lettera, Gertrud gli spiega che, dopo quello che aveva passato, metterlo al mondo è stata la sua scelta più coraggiosa ma proprio per l’amore che nutre verso di lui, ha voluto proteggerlo, non rivelando a nessuno – tranne l’avvocato e il rabbino – la verità ed è disposta a farlo solo ora, lasciando a lui la scelta se mantenere il segreto per sé, o renderlo noto:

Sei quindi libero di scegliere chi e cosa essere. Il prezzo che ho dovuto pagare per questo è stato altissimo: non siamo mai stati davvero vicini. Ma ho anche guadagnato qualcosa, la certezza che tu fossi libero.

Martin, attraverso le rivelazioni, capisce cosa si frapponeva tra lui e sua madre e, conoscendo ora la verità, è dispiaciuto di non averle dimostrato il suo amore in modo più completo. Ma, cosa fare ora, di fronte a questa rivelazione? E come comportarsi con la moglie e la figlia? Vuole rivelare a loro la verità? Vuole chiudere nel suo cuore questo segreto, senza farlo entrare nella sua vita? E cosa significa per lui ora sapere di essere ebreo? Cosa significa essere ebreo?

Martin Brenner è un genetista, direttore di un laboratorio in cui si effettuano le analisi del DNA, oltre ad essere un convinto razionalista ed ateo. Oltre al suo lavoro, dedica molte delle sue energie intellettuali alla stesura di un compendio critico della ricerca sulla relazione tra ereditarietà e ambiente, nel quale intende difendere razionalmente il concetto di libero arbitrio, cioè del fatto che ogni individuo possa scegliere chi e cosa vuole essere, in modo libero e personale. È del tutto ovvio che voglia quindi affrontare in modo razionale la verità che è venuta a galla e, prima di decidere cosa vuole essere e di parlarne con sua moglie e sua figlia, vuole chiarirsi le idee su cosa significhi in concreto per lui il fatto di avere una madre ebrea, valutando anche l’impatto che la sua scelta potrebbe avere sulle loro vite, soprattutto su quella della figlia Sara. Martin è anche conscio del ritorno dell’antisemitismo, fomentato da certi partiti a cui anche un suo collega di lavoro appartiene; intemperanze che si manifestano attraverso comportamenti vessatori e addirittura con un attentato alla sinagoga. Larsson non ambienta il romanzo in una nazione specifica, volutamente; potrebbe trattarsi di un qualunque paese europeo, poiché antisemitismo, razzismo, islamofobia e ogni forma di intolleranza verso il diverso accomunano sempre più e in modo sempre più allarmante tutti i paesi membri dell’Unione.

L’approccio di Martin è così quello dello scienziato: inizia a leggere tutto quello che può aiutarlo ad orientarsi. Dai romanzi di chi ha vissuto esperienze simili alla sua, a saggi sull’identità ebraica, testi di filosofi, antropologi e scienziati, autobiografie – la bibliografia la trovate alla fine del volume e vi assicuro che si tratta di un corpus davvero imponente! -; discute di questi temi col collega e amico Samuel, ebreo sposato ad una protestante, e col rabbino. Nonostante tutte le letture, però Martin non riesce a trovare la risposta che lo aiuti a decidere se vuole o no essere ebreo, e perché. Gli sembra che di tutte le argomentazioni che ciascuno adduce per definire in cosa consista l’identità ebraica nessuna possa davvero rispondere al suo quesito.

Come si può definire l’identità etnica di un popolo, escludendo il criterio di discendenza poiché non esiste alcuna evidenza scientifica che esistano geni distintivi? E poi, non erano stati proprio i nazisti a sostenere il contrario? E tra gli ebrei come è possibile che ci sia ancora qualcuno deciso a sostenere che un qualche nesso a livello genetico invece ci sia? E se si esclude  l’appartenenza religiosa, in quanto anche le persone atee possono identificarsi con una precisa identità etnica, cosa resta, quindi, a definire l’identità etnica? Martin decide che questo sarà il case history del suo libro.

Passano i mesi e Martin continua a rimuginare i suoi dubbi, senza mai trovare il tempo e il momento giusto per confidarsi con sua moglie. Lui e Cristina hanno avuto un rapporto basato sulla fiducia e sulla trasparenza, fino a quel momento, ma la portata di questa rivelazione rende difficile a Martin esternarla senza prima avere valutato tutte le possibili conseguenze e soprattutto senza prima avere chiarito a se stesso la questione. Martin vuole proteggere anche la sua amatissima figlia Sara, una dodicenne appassionata di equitazione, a cui il padre ha regalato il pony Murphy: il loro è un rapporto pieno di amore e Martin ripone molte aspettative nella crescita serena ed equilibrata della figlia. Finché l’invito ad un congresso in Canada centrato proprio sul tema «Genetica, identità ed etica» sconvolge le loro vite.

Di più non dico sulla trama, che lascio alla vostra possibilità di essere goduta in pienezza. “La lettera di Gertrud” è un grande, bellissimo romanzo: la trama è assolutamente intrigante, la scrittura potente e fluida, capace di fare incollare il lettore alle pagine, la profondità del tema al centro della scelta di Martin e le sue implicazioni con la società minacciata da rigurgiti dei più deleteri “ismi”, è di grande attualità. Il romanzo è diviso in tre parti e nella terza, in modo originale ed efficace, entra in scena l’autore, a cui Martin Brenner ha affidato il racconto della sua storia.

Buona lettura!

Qui potete leggere l’incipit.

«Resto d’accordo con quel che aveva scritto Hannah Arendt, accusata da Gershom Scholem di non amare il popolo ebraico: che non aveva mai amato un popolo, né quello ebraico né quello tedesco, francese o americano, né la classe operaia o qualunque altro collettivo. L’unica forma di amore che conosceva era per le singole persone. Come si può amare un intero popolo? Milioni di persone che non si conoscono, tra cui uomini che picchiano le mogli, piromani, pedofili e strupatrori, insieme alle persone buone, giuste e gentili. Come potrei, se fossi ebreo, amare i misogini ultraortodossi, o da musulmano i tagliagole e gli attentatori suicidi dell’ISIS, o da hutu i massacratori dei tutsi? È assurdo, deve esserlo. Ma questo non fa di me un antisemita né un islamofobo, come Hannah Arendt non odiava gli ebrei solo perché criticava quelli che avevano pensato di limitare le sofferenze del loro popolo collaborando con i tedeschi nei ghetti e nei campi.»