Serhiy Viktorovych Zhadan è nato a Starobilsk, Luhansk Oblast in Ucraina. Si è laureato presso l’Università Pedagogica Nazionale di Charkiv nel 1996 con una tesi sul lavoro di Mykhail Semenko e degli scrittori futuristi ucraini degli anni ’20. Ha poi trascorso tre anni come ricercatore in filologia e ha insegnato letteratura ucraina e mondiale dal 2000 al 2004. Da allora ha lavorato come scrittore freelance.

Zhadan è uno scrittore ucraino di fama internazionale, con 12 libri di poesia e 7 romanzi e vincitore di più di una dozzina di premi letterari. Nel marzo 2008, la traduzione russa del suo romanzo Anarchy in the UKR è entrata nella rosa dei candidati del National Bestseller Prize. È stato anche un concorrente per il “Libro dell’anno” alla Mostra internazionale del libro di Mosca del 2008. Nel 2009 ha vinto il Premio letterario Joseph Conrad-Korzeniowski. Nel 2012 Gunshot and Knife ha vinto il rating ucraino di “Libro dell’anno” per la narrativa. Il suo romanzo del 2010 Voroshylovhrad gli è valso il Premio Jan Michalski per la letteratura in Svizzera, il premio “Libro del decennio” della BBC ucraina e il Premio Brücke Berlin. Le sue poesie selezionate Dynamo Kharkiv hanno vinto il “Libro dell’anno” ucraino. (2014) Il suo libro Mesopotamia ha vinto il premio letterario Angelus nel 2015, il premio del presidente dell’Ucraina “Libro ucraino dell’anno” nel 2016.

Zhadan ha tradotto poesie dal tedesco, inglese, bielorusso e russo, da poeti come Paul Celan e Charles Bukowski. Le sue opere sono state tradotte in tedesco, inglese, estone, francese, italiano, svedese, norvegese, polacco, serbo, croato, lituano, lettone, bielorusso, russo, ungherese, armeno e ceco.

Un agente pubblicitario torna nella remota provincia ucraina in cui è nato per occuparsi della stazione di servizio del fratello, inspiegabilmente scomparso nel nulla. Tutto quello che trova però sono enigmi e fantasmi. Un romanzo folle e pieno di energia, con atmosfere alla Easy Rider, che trasforma il paesaggio industriale dell’Ucraina orientale, oggi lacerata dalla guerra, in un territorio fantastico pervaso da un profondo desiderio di libertà. Zadan ci accompagna attraverso gli sterminati campi di granturco della sua terra, ci racconta l’invenzione del jazz da parte di un misterioso anarchico, e con uno stile da rockstar letteraria ci fa conoscere un paese che lascia la porta aperta a tutte le possibilità.

Nove personaggi destinati ad assumere di volta in volta un ruolo da protagonista, comprimario o comparsa, attorniati da un’umanità varia, spesso bislacca e dolente, ma sempre alla ricerca di una felicità dai contorni indefiniti che immancabilmente sfugge. Il ritratto a un tempo ironico e spietato di una generazione pronta a tutto, in un’epoca instabile, nei meandri di una città-labirinto, con le sue strade anonime, i cortili, gli androni, le periferie sommerse dalla polvere, le fabbriche, i garage, il fiume. In un paese che fatica a trovare la propria identità, sospeso com’è tra un passato ambiguo e un futuro incerto. Nove racconti collegati a formare un romanzo pieno di ritmo e pulsante di energia – con un contrappunto lirico finale.

Potente atto conclusivo di un viaggio nelle pieghe più profonde dell’Ucraina orientale, Il convitto dispiega davanti ai nostri occhi una guerra che l’Europa ha già dimenticato.

«Fondamentali e sovversive le considerazioni sulla lingua, il mescolarsi, sottolineato dall’autore, del russo e dell’ucraino, come per dire, le identità sono un’invenzione, un modo di rappresentarsi. E del resto, nel corso di questo viaggio, anche il protagonista reinventa se stesso. Un romanzo, appunto, esistenzialista» – Wlodek Goldkorn, RobinsonPotente atto conclusivo di un viaggio nelle pieghe più profonde dell’Ucraina orientale, “Il convitto” dispiega davanti ai nostri occhi una guerra che l’Europa ha già dimenticato. Un giovane insegnante vuole riportare a casa il nipote tredicenne che vive in un convitto. Il fronte si avvicina e la scuola in cui la sorella ha lasciato il ragazzo non è più sicura. Attraversare la città richiede un’intera giornata e il ritorno diviene un’odissea rabbiosa scandita dai posti di blocco e dai fuochi gialli che lampeggiano all’orizzonte. Le mitragliatrici rantolano, le mine esplodono. Truppe paramilitari, cani randagi che appaiono come fantasmi tra le macerie, un’umanità apatica che brancola disorientata in un paesaggio urbano apocalittico, dove ogni gesto di malinconica fratellanza e il senso di responsabilità si stagliano con luminosità commovente.

Approfondimenti:

L’articolo di Massimiliano Di Pasquale pubblicato sul blog “Strade”