«… Nella mia proprietà si trova uno stagno chiamato Charco Verde… Beh, la gente dice che sul fondo di questo laghetto vive un demone. Si, un demone! Dicono che lavoro per lui e arrivano al punto di insinuare che io gli abbia venduto la mia anima, e non so quali altre sciocchezze.»

Frédéric Charles Dévé, Le cose che sappiamo, Artemide Edizioni, 2023

Recensione a cura di Claudio Cherin.

Un latente e inesorabile sospetto coglie chi legga con attenzione Le cose che sappiamo del francese Frédéric Charles Deve: Hector Ruetcel, il protagonista, non è quello che vuole far credere. Forse non è un uomo di scienza mandato per studiare la necessità dell’isola di Ometepe. Né un internazionalista, uno di quelli che provengono dagli Stati Uniti o dalla Cia a sostenere i rivoluzionari. O un sopravvissuto a «un’imboscata dei Contras a cui è miracolosamente sopravvissuto».

Hector Ruetcel è solo un occidentale (per di più) in cerca d’impossessarsi dello spirito dell’isola.

Hector Ruetcel ha raggiunto l’isola con lo scopo di capire se veramente, come molti sostengono, si può vendere la propria anima. E sottrarre così il segreto dietro al demone Chigo Largo ‒ che nutre tutta l’intera isola e che la protegge, legato a «tre spiriti gli facevano compagnia: El Lagarto de Oro (il Coccodrillo d’Oro), Mama Bucha (cheera la madre di Chico Largo) e El Cristo Coto (vale a dire il Cristo Monco)» ‒ per vendere, diffondere questo arcaico segreto. Forse solo per vanità. (Del resto scrivere un libro non è una forma di vanità?).

Gli avventurieri prima di lui hanno barattato la propria anima per un tradimento d’amore, per combattere i creditori alla porta, per soldi, per miseria, per vendetta, per cibo o perché non avevano altro da perdere se non se stessi. A loro un atto di misericordia ha permesso di far parte dell’isola, perché «le rane, i rospi, le tartarughe che intorno al Charco erano persone come lei e me. E l’Incantesimo li ha irretiti», come sostiene uno dei contadini che Hector incontra.

Ad alimentare il sospetto c’è l’incontro da parte dell’uomo con le divinità dell’isola. Prima di giungere a Chigo Largo, infatti Hector incontra i simboli del Serpente Piumato ‒ quell’essere da cui prende il titolo uno dei più sorprendenti romanzi di D. H. Lawrence ‒, sente parlare della dea Xiloneme, come dello spettro che vive nella fattoria di don Eugenio e che spaventa l’esercito dei rivoluzionari, o delle luci misteriose che si vedono ad una certa ora vicino al Charco Verde.

Per saziare la sua vanità Hector deve conoscere l’ecosistema e gli abitanti. Interrogarli, capire cosa significhino e quali siano le loro storie. E sebbene la popolazione locale gli appaia «gentile», gli dimostra una certa diffidenza. Consapevole discendente dell’antica etnia dei Nicarao imparentata quanto a lingua ai Nahuatl, la gente del luogo non ha motivo per dare retta a tutto quello che viene da fuori. Che siano uomini o cose, pronti a «stravolgere la vita dell’isola», giunti, come sempre, a dettare legge.

Tutti coloro che giungono, non sanno che l’isola sa come difendersi. Del resto Ometepe non solo ha due vulcani, «uno maschio e uno femmina», ma risorse naturali, il lago Cocibolca, così grande da «occupare tutto l’orizzonte», e spaventare perfino i più agguerriti dei conquistadores spagnoli.

Anche se alla fine la colonizzazione di Colombo è giunta, qui gli uomini e le donne conoscono e riconoscono i miti e le leggende. E sono capaci di vedere i loro effetti in quello che hanno intorno.

Quello che ignora Hector è che don Eugenio e Doña Lucía, non sono solo due anziani, ma si rivelano fin da subito il modo in cui l’isola e il suo spirito si mostrano.

Si racconta che Don Eugenio ha venduto l’anima al diavolo e fatto molte altre «cose luciferine», ma tutti lo rispettano e temono. Anche perché è il solo ad avere a che fare con il mondo di fuori ‒ la guerra civile, «i marines, che avrebbero presto invaso il Nicaragua, che sarebbe diventato un secondo Vietnam», la riforma Agraria, la deforestazione e l’economia di mercato ‒ quello che sta minacciando l’isola di Ometepe. E la sua gente.

Mentre Doña Lucía «coordina la vita quotidiana. Arbitra i conflitti locali», insegna alle giovani generazioni il rispetto delle antiche leggende, ha costituito l’ospedale e la protezione civile.

Dopo aver conosciuto Don Eugenio sono «cambiati gli occhi con cui [Hector] guarda il paese, l’isola e i suoi abitanti. Ascoltando Doña Lucía, gli torna in mente la profezia della Terra promessa fatta ai Nicarao… e le storie». Ma sa anche «che il mistero di Charco Verde è diventato l’obiettivo principale del suo soggiorno. Questo mito ancora ben vivo dà un senso all’esistenza di tutti coloro che entrano in contatto con esso».

Tra le pagine si odono gli echi del romanticismo tedesco del Faust di Goethe mescolati alle note calde del realismo magico di Borges, Bioy Casares, Rulfo o García Márquez. Le cose che sappiamo è una favola alla ricerca delle origini del male, un’allegoria della miseria del mondo. E ha in sè qualcosa anche de La nona porta di Roman Polański.

Dopo il successo in Francia, Le cose che sappiamo di Frédéric Charles Dévé arriva in Italia. Ad accoglierlo La collana Letteratura di Artemide Edizioni.

Frédéric Charles Dévé è nato in Francia e vive in Italia. Ha vissuto sette anni in Nicaragua all’inizio della rivoluzione sandinista. È consulente di economia agraria in Africa, Medio Oriente, Asia e America latina.