Tra romanzo di formazione e affresco sociale, E i figli dopo di loro racconta una generazione cresciuta tra le rovine dell’Europa industriale degli anni Novanta. Il libro di Nicolas Mathieu e il film diretto da Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma affrontano lo stesso universo fatto di desideri adolescenziali, rabbia sociale e periferie senza prospettive, ma attraverso linguaggi differenti: da una parte la profondità analitica e corale della scrittura, dall’altra la forza sensoriale delle immagini, dei corpi e della musica. In questo articolo vi propongo un’analisi di trama, personaggi, temi e stile del romanzo e del film, per capire come due opere diverse riescano a raccontare con uguale intensità la fine di un mondo e l’ingresso traumatico nell’età adulta.
Dal romanzo di Nicolas Mathieu, vincitore del Prix Goncourt 2018, è scaturito l’adattamento cinematografico diretto da Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma, arrivato nelle sale italiane il 14 maggio distribuito da Fandango. Un film che porta sullo schermo lo stesso battito malinconico del libro, trasformando la provincia francese in un paesaggio emotivo fatto di ferraglia, musica anni Novanta e giovinezze consumate troppo presto.
Il romanzo

La storia di E i figli dopo di loro si svolge nella valle immaginaria di Heillange, nella Lorena francese, tra il 1992 e il 1998. È una terra segnata dalla chiusura delle industrie siderurgiche: gli altiforni si spengono, gli adulti perdono il lavoro, e i figli crescono dentro un paesaggio dove tutto sembra già consumato prima ancora di cominciare. Il romanzo è costruito come una cronaca sentimentale e sociale divisa in quattro estati. Ogni estate rappresenta una tappa della trasformazione dei personaggi, ma anche del progressivo deterioramento delle illusioni collettive.
Estate 1992: il lago, il desiderio, il furto
Anthony ha quattordici anni. Vive con i genitori in un ambiente operaio impoverito, trascorre giornate vuote tra amici, televisione e caldo soffocante. Come molti adolescenti della valle, sogna confusamente una vita diversa senza sapere davvero come raggiungerla.
Un giorno, insieme al cugino, ruba una canoa per raggiungere una spiaggia nascosta del lago. È lì che vede Stéphanie per la prima volta. Stéphanie appartiene a una famiglia più benestante, frequenta ragazzi più grandi, sembra appartenere a un altro universo sociale. Per Anthony diventa immediatamente un’ossessione: non soltanto un amore adolescenziale, ma l’incarnazione di tutto ciò che gli appare irraggiungibile.
Durante quella giornata sparisce anche la moto di Hacine, ragazzo di origine marocchina coinvolto in piccoli traffici e già marchiato dalla marginalità sociale del quartiere. Hacine sospetta subito dei ragazzi incontrati al lago, e da quel momento nasce una tensione destinata a riemergere negli anni successivi.
In questa prima parte il romanzo cattura perfettamente l’età in cui ogni emozione sembra gigantesca: il desiderio sessuale, la vergogna, la rabbia, la paura di essere invisibili.
Estate 1994: amicizie che si spezzano
Due anni dopo, Anthony è cambiato. Il suo corpo si è trasformato, i desideri sono diventati più concreti, ma il senso di impotenza resta intatto. Stéphanie continua a rappresentare un miraggio sociale oltre che sentimentale. Intanto il contesto economico peggiora. Gli adulti vivono tra disoccupazione, frustrazione e alcol. I genitori appaiono incapaci di offrire un futuro ai figli perché nemmeno loro riescono più a credere nel proprio presente. Anthony cerca continuamente occasioni per avvicinarsi a Stéphanie: feste, serate, incontri casuali. Ma ogni volta il divario sociale emerge con brutalità. Lei frequenta ambienti più privilegiati, guarda al futuro con possibilità che lui non possiede.
Parallelamente, Hacine scivola sempre più verso la criminalità. Nicolas Mathieu mostra con grande lucidità come il destino sociale condizioni le traiettorie individuali: i personaggi sembrano liberi di scegliere, ma il loro ambiente restringe continuamente il campo delle possibilità.
Estate 1996: il corpo e la rabbia
La terza estate è forse la più dura emotivamente. Anthony entra davvero nell’età adulta, ma senza aver trovato una direzione. Lavora saltuariamente, vive relazioni instabili, accumula frustrazione.
Il romanzo insiste molto sul corpo maschile: il desiderio sessuale, la competizione tra ragazzi, la violenza trattenuta e poi improvvisamente esplosa. Gli uomini del libro sembrano incapaci di esprimere fragilità senza trasformarla in aggressività.
Anche Stéphanie cambia profondamente. Crescendo comprende sempre più chiaramente il peso delle differenze sociali e delle aspettative familiari. Il rapporto tra lei e Anthony continua ad avvicinarsi e allontanarsi come una corrente elettrica intermittente.
Nel frattempo la Francia degli anni Novanta scorre sullo sfondo: musica, calcio, cultura pop, consumismo nascente. Ma tutto appare attraversato da un senso di precarietà crescente.
Estate 1998: la fine dell’adolescenza
L’ultima estate coincide simbolicamente con i Mondiali di calcio vinti dalla Francia. Nel paese esplode una breve euforia collettiva, quasi una promessa di unità nazionale. Ma nella valle di Heillange il clima resta più amaro. Anthony e gli altri protagonisti comprendono definitivamente che il tempo dell’adolescenza è finito. Alcuni cercano di partire, altri restano intrappolati nello stesso ambiente da cui avevano tentato di fuggire.
Il romanzo non costruisce una vera liberazione finale. Nicolas Mathieu evita qualsiasi conclusione consolatoria: crescere non significa necessariamente salvarsi. Significa spesso imparare a convivere con ciò che si è diventati.
Ed è proprio questa assenza di eroismo a rendere il libro così potente. E i figli dopo di loro racconta persone comuni travolte da trasformazioni economiche e sociali enormi, senza mai perdere di vista la dimensione più intima: il primo amore, il desiderio di essere visti, la paura di assomigliare ai propri genitori.
Sotto la trama sentimentale, il romanzo costruisce così un grande affresco della Francia periferica degli anni Novanta. Un coming-of-age coperto di polvere industriale e musica rock, dove ogni estate sembra brillare un istante prima di spegnersi.
Nicolas Mathieu scrive con una lingua asciutta ma profondamente sensoriale. Le sue pagine odorano di benzina, sigarette e lago stagnante. Il romanzo alterna precisione sociologica e intensità emotiva: ogni dettaglio quotidiano diventa il sintomo di una frattura collettiva.
La grande forza del libro sta nella capacità di raccontare insieme l’intimità adolescenziale e il declino economico di una classe sociale. I personaggi non vivono semplicemente un coming-of-age: crescono sopra le macerie di un sistema industriale che aveva promesso stabilità ai loro genitori e lascia invece in eredità precarietà e disillusione.
Nel romanzo convivono diversi livelli di lettura: la fine della classe operaia francese; il determinismo sociale; il desiderio di fuga; la violenza maschile come linguaggio ereditato; il corpo adolescenziale come spazio di scoperta e vergogna; il passaggio dagli anni Novanta all’età adulta.
Mathieu osserva i suoi personaggi senza idealizzarli. Nessuno è davvero innocente, ma tutti appaiono profondamente umani. È questo equilibrio a rendere il romanzo così potente: non cerca eroi, cerca sopravvissuti.
Il film

L’adattamento cinematografico di E i figli dopo di loro è diretto dai fratelli Boukherma, già noti per un cinema capace di mescolare realismo e tensione emotiva. Il film è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, dove il giovane protagonista Paul Kircher ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente.
I Boukherma scelgono una regia molto fisica: corpi sudati, paesaggi industriali, motorini che attraversano strade vuote come insetti metallici. La Lorena non rimane un effetto sbiadito sullo sfondo, ma è una presenza costante, quasi un personaggio silenzioso. Il film conserva la struttura in quattro estati del romanzo, trasformando il passare del tempo in una lenta erosione dei sogni giovanili. Ogni salto temporale cambia i protagonisti impercettibilmente: uno sguardo più duro, una postura diversa, un’ambizione che si restringe.
La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Brani rock e pop degli anni Novanta accompagnano la crescita dei protagonisti come una radio sempre accesa sullo sfondo della memoria. Aerosmith, Red Hot Chili Peppers e Bruce Springsteen contribuiscono a creare un’atmosfera nostalgica, ma mai rassicurante. La musica nel film non idealizza il passato: lo rende vivo, rumoroso, contraddittorio.
Libro e film a confronto
L’adattamento dei Boukherma resta sorprendentemente fedele allo spirito del romanzo. Entrambe le opere raccontano la stessa geografia emotiva: una gioventù cresciuta senza promesse, in un ambiente dove il destino sembra già scritto.
Libro e film condividono: la struttura narrativa scandita dalle quattro estati; l’attenzione al contesto sociale della Lorena post-industriale; il realismo emotivo dei personaggi; il senso di immobilità esistenziale; il contrasto tra desiderio adolescenziale e fatalismo sociale.
Sia Mathieu sia i Boukherma evitano sentimentalismi. L’adolescenza non viene romanticizzata: è confusa, crudele, spesso frustrante.
Le differenze emergono soprattutto nel linguaggio espressivo. Nel romanzo, Nicolas Mathieu entra continuamente nei pensieri dei personaggi. La scrittura analizza desideri, paure e umiliazioni con precisione quasi chirurgica. Il lettore percepisce la stratificazione sociale attraverso dettagli interiori e riflessioni intime.
Il film, invece, lavora molto sull’atmosfera e sui silenzi. Alcune sfumature psicologiche vengono sacrificate in favore dell’impatto visivo e sensoriale. La regia punta meno sull’analisi sociale esplicita e più sull’esperienza emotiva immediata.
Anthony, per esempio, nel libro appare più complesso e contraddittorio, mentre sullo schermo diventa soprattutto un corpo in trasformazione, attraversato dal desiderio e dalla rabbia.
Anche il ritmo cambia: il romanzo ha una dimensione corale più ampia, mentre il film concentra maggiormente l’attenzione sui protagonisti principali e sulla loro tensione sentimentale.
La forza di E i figli dopo di loro sta nel rifiuto della nostalgia facile. Gli anni Novanta non vengono trasformati in un catalogo vintage di canzoni e oggetti cult: sono mostrati come il momento in cui molte periferie europee hanno smesso di credere nel futuro.
Sotto la storia di Anthony e dei suoi amici scorre infatti qualcosa di più grande: il racconto di una generazione nata troppo tardi per beneficiare del benessere dei genitori e troppo presto per reinventarsi davvero.
È un romanzo sociale travestito da racconto adolescenziale. Ed è un film di formazione che, sotto la pelle, contiene il rumore lontano delle fabbriche che si spengono.

Il romanzo di Nicolas Mathieu appartiene a quella grande tradizione di narrativa generazionale che usa l’adolescenza non come semplice stagione della vita, ma come lente per leggere un’intera epoca storica. La sua originalità sta nel fondere il romanzo di formazione con il romanzo sociale: il destino individuale dei protagonisti è inseparabile dalla crisi economica e culturale della Francia post-industriale.
Per atmosfera, temi e sguardo sui giovani, E i figli dopo di loro può essere accostato a diversi romanzi contemporanei e classici.
Come Il giovane Holden, il capolavoro di J. D. Salinger, anche il libro di Mathieu racconta il disagio adolescenziale e il senso di estraneità verso il mondo adulto. Ma se Holden Caulfield vagava in una New York piena di possibilità, Anthony cresce in un paesaggio dove il futuro sembra già esaurito. La ribellione qui non è romantica: è stanca, quasi inevitabile.
Con Jeffrey Eugenides di Middlesex condivide la capacità di trasformare la crescita individuale in racconto storico collettivo. Entrambi i romanzi mostrano come i cambiamenti economici, culturali e familiari modellino l’identità dei protagonisti. In più, c’è la stessa attenzione ai dettagli corporei dell’adolescenza: desiderio, vergogna, trasformazione fisica.
Rispetto a Pastorale americana il confronto può sembrare insolito, ma c’è un legame profondo: la fine di un sogno nazionale. Nel romanzo di Philip Roth crolla il mito dell’America prospera; in Mathieu si sgretola l’illusione della stabilità operaia francese. Entrambi raccontano figli che ereditano le crepe di un mondo costruito dai padri.
Con La vita davanti a sé condivide soprattutto lo sguardo sui margini sociali e sulle periferie umane. Mathieu però sostituisce la tenerezza malinconica di Romain Gary con un realismo più freddo, quasi documentaristico.
Il romanzo dialoga anche con autori francesi contemporanei come Édouard Louis e Annie Ernaux. Come nei loro libri, la classe sociale non è uno sfondo ma una forza concreta che determina linguaggio, desideri, possibilità e persino il modo di abitare il proprio corpo. Mathieu però resta più narrativo e corale: meno autobiografico di Louis, meno analitico di Ernaux, più vicino al grande romanzo realistico ottocentesco trasportato nella provincia francese degli anni Novanta.
L’adattamento dei fratelli Boukherma si inserisce invece in una tradizione cinematografica fatta di coming-of-age inquieti, realistici e profondamente legati a un territorio sociale.
Come Stand by Me, il film tratto da Stephen King, anche E i figli dopo di loro racconta il momento esatto in cui l’infanzia si incrina definitivamente. In entrambi i casi il paesaggio estivo diventa quasi mitologico: laghi, strade, boschi e periferie assumono il peso emotivo della memoria. Ma mentre Stand by Me conserva una dolcezza nostalgica, il film dei Boukherma è più ruvido, più sociale, più europeo nella sua disillusione.
Rispetto a Kids il punto di contatto è soprattutto fisico. I corpi adolescenti nel film sono vulnerabili, impulsivi, sessualizzati, attraversati da energia e autodistruzione. La macchina da presa segue i ragazzi molto da vicino, quasi respirando insieme a loro. Come in Kids, gli adulti sembrano assenti o incapaci di intervenire davvero.
L’odio di Mathieu Kassovitz (Miglior regia a Cannes) è forse il legame più forte. Entrambi i film raccontano giovani cresciuti nelle periferie francesi, schiacciati da tensioni sociali, rabbia e mancanza di prospettive. Anche qui il contesto economico non è decorazione: plasma identità e relazioni. I Boukherma però sostituiscono l’urgenza politica esplosiva de L’odio con una malinconia lenta, sedimentata.
Alla fine, mi sembra che E i figli dopo di loro occupi uno spazio molto europeo, sia nella letteratura sia nel cinema. Non racconta adolescenti “speciali”, ma ragazzi normali travolti da cambiamenti storici enormi. È un’opera che guarda alle generazioni non come simboli astratti, ma come corpi concreti immersi nella geografia sociale del proprio tempo. E forse è proprio questo il motivo per cui colpisce così tanto: sotto i motorini, le sigarette e le canzoni anni Novanta, racconta una sensazione ancora attualissima. Quella di crescere mentre il mondo degli adulti sta già andando in pezzi.



Ripercorrere gli anni ’90 mi piacerà.
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